OLTRE LE MURA – Un altro mondo/ La parola al regista

Lavorare con i detenuti è un'operazione estremamente delicata. Se poi provengono da Scampia, Secondigliano e Casal di Principe lo è ancora di più. Da queste parti un bambino di otto anni parla, pensa e agisce come se ne avesse diciotto.

di Giuliano Capozzi

capozziCaratteristica di ogni detenuto, come è facile intuire, è la capacità di capire gli umori e i pensieri di chi ha di fronte senza bisogno di parole. La diffidenza che li accompagna nel mondo libero e la necessità di aprire gli occhi e guardarsi le spalle per sopravvivere, sono elementi che in carcere crescono esponenzialmente, rendendo questo luogo un ricettacolo di tensioni, spesso al limite della sopportazione. Per aprirsi e raccontare sinceramente una realtà che gli appartiene, deve capire prima chi ha di fronte e fidarsi di lui.

Inizio così a raccontare loro la mia passione per il cinema, e scorgo sin da subito una domanda, la stessa per tutti, che passa nelle loro teste mentre io parlo: ma perché questo ragazzo ci parla di film, di cineprese e di luci come se fosse la cosa più bella del mondo? Perché si entusiasma tanto? Certamente la risposta l'hanno avuta quando hanno capito che con un piccolo film avrebbero potuto parlare a tanti, e soprattutto fuori da quelle mura. C'è voluto poco perché intendessero questo laboratorio come un'opportunità unica di parlare del loro mondo, con la voglia di far vedere a tutti di che pasta sono fatti, dimostrando di non essere delle bestie ignoranti votate solo alla violenza. Così si è realizzato l'abbattimento di quel muro che divideva il mio mondo, il cinema, e il loro mondo, fatto di pistole, rapine e droga, con la camorra a gestire i giochi. Parlando del film, i detenuti volevano raccontare la vita del carcere, ma non volevano assolutamente che si raccontassero drammi strappalacrime, o si utilizzasse un linguaggio eccessivamente ironico, col rischio di minimizzare la serietà della condizione. Volevano rappresentare il carcere così com'è, un posto dove si ride, si piange, si ha paura, si muore e si vive, anzi, si sopravvive.

Il rispetto per le loro vite, quindi, mi ha guidato nella scelta di rappresentare le loro storie senza pathos né indifferenza, con uno sguardo il più possibile lucido. Senza giudicarli per i loro reati (non era certo il mio ruolo, a quello ci aveva già pensato qualcun altro) e nemmeno facendoli passare per vittime (cosa in cui è facile scadere, per empatia, quando il rapporto richiede uno scambio di umanità), ma cercando di osservare e capire cosa vuol dire vivere una condizione di questo tipo, e in qualche caso capire anche il perché non si riesce a condurre una vita diversa.

La cosa più piacevole per me, su quel set improvvisato, è stata la direzione degli attori. Ho avuto l'opportunità di dirigere dei ragazzi con un talento nell'immedesimazione straordinario, da far invidia a molti attori professionisti, che faticherebbero non poco a raggiungere la stessa verità nell'interpretazione. Sembra quasi che posseggano le tecniche dell'attore dalla nascita. La cosa non mi stupisce affatto se penso che molti di loro hanno dovuto imparare a fingere per sopravvivere o per non morire ammazzati. Qualcuno interpreta se stesso, qualcun altro si immedesima nella vicenda di un altro detenuto, così il documentario diventa docu-fiction, e si realizza una condivisione più forte di esperienze e momenti di vita tra i detenuti stessi.

In conclusione, un elemento importante che vorrei sottolineare è quello del tempo. In una lezione particolarmente entusiasmante, vengo interrotto da un agente allo scadere delle due ore giornaliere di laboratorio, e non riesco a concludere. Me ne esco con una frase infelice del tipo“il tempo passa troppo in fretta!”. Tutti mi guardano come a dire che è esattamente il contrario. Infatti il tempo, in prigione, non passa mai. Si potrebbe prendere il nostro film e unire la fine all'inizio, legherebbe perfettamente. Ha quasi una struttura circolare, che suggerisce un moto continuo, un susseguirsi di eventi sospesi. Così è il carcere.

Da qui la scelta di narrare gli eventi senza scandire le ore o i giorni, creando questo mondo senza riferimenti temporali. Laddove ciò che accade, sia esso divertente o tragico, passa, colpisce e lascia subito spazio a qualcos'altro.

 

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