Micromega in “Prima Linea” sul cinema poltico

L’ultimo numero di Micromega è consigliato agli amanti del cinema "politico" o "d' impegno", anche contemporaneo. Come "La Prima Linea", il film sugli anni di piombo.

di Nazzareno Lemma

L’ultimo numero di un noto bimestrale di approfondimento politico – economico – culturale (Micromega 6/2010 “Almanacco del cinema”) è interamente dedicato al cinema d’impegno, a quel modo di raccontare sullo schermo che pone al centro i contenuti, che stimola la riflessione; il cinema che osserva con gli occhi della coscienza e parla con la voce dell’intelligenza. La rivista indaga a fondo nel nostro passato con nomi forti tra cui Monicelli e Lizzani, ma non tralascia la contemporaneità di un cinema sempre più abbandonato e criticato dalle istituzioni specie se scomodo, con le sue domande senza risposta, con i suoi esercizi di critica che invitano lo spettatore al giudizio e (talvolta) alla memoria. Coinvolti nel progetto sono stati registi, attori e sceneggiatori, proprio da questi ultimi e da uno in particolare vorrei introdurre una rapida ma a mio avviso necessaria analisi del film del 2009 “La Prima Linea”.

La_prima_linea---03L’autore in questione è Sandro Petraglia che del film ha curato il soggetto e la sceneggiatura (in collaborazione con Ivan Cotroneo e Fidel Signorile), una figura di primordine nell’ambito dell’impegno. Nell’intervista che lo ha visto a confronto con altri due autorevoli esponenti del genere quali Francesco Piccolo e Domenico Starnone, Petraglia ha ricordato il rammarico con cui ha vissuto le critiche al film prima ancora della sua distribuzione, il pregiudizio con cui è stata accolta l’idea di fare cinema partendo dalla biografia di un ex terrorista. “La Prima Linea” è infatti ispirato in parte a “Miccia Corta”, il primo libro autobiografico di Sergio Segio che a metà degli anni settanta fu tra i fondatori dell’omonima organizzazione terroristica.

Al centro delle critiche la scelta di leggere gli anni di piombo con gli occhi di una sola parte, quella sbagliata. Da una visione attenta emerge invece come l’intenzione degli autori e del regista (un ottimo Renato De Maria) non sia quella di guardare alla storia dal punto di vista del terrorista ma di guardare proprio il Terrorista, di indagare come un uomo abbia vissuto quegli anni dentro se stesso prima ancora che nella lotta. Petraglia ha precisato come il punto di vista sia esclusivamente quello personale di chi ha scritto l’opera.

A conferma di ciò le parole di Segio che ha pubblicamente preso le distanze dal film sottolineando come quest’ultimo tradisca lo spirito del suo libro.

La storia sullo schermo è un dramma acuto, un racconto di deformazione in un’epoca buia in cui è difficile salvare la propria umanità. Sarà l’amore a trattenere la vita dall’oblio, dall’annientamento. Il naufragio della coscienza e il suo approdo per altre sponde sono le immagini su una pellicola che pensa, che non parla a vuoto, in cui il silenzio e le ombre hanno i loro spazi dentro e fuori i volti di Sergio e Susanna.

Non un film politico ma d’impegno, di ricerca interiore, di indagine sulla persona non sulla storia.

LA PRIMA LINEA 

I ricordi tornano come fossero sogni che viviamo nel presente.

Dal carcere di Torino Sergio (Riccardo Scamarcio) comincia il suo racconto, il lungo flash back che fa rivivere una storia sbagliata. Ciò che per lo spettatore è una rivelazione per il prigioniero è il definitivo risveglio dall’incubo. Il terrore pagato nella vita come una condanna per il peccato originale: “Abbiamo perso la nostra umanità la prima volta che abbiamo impugnato un’arma”.

La ricchezza del film di Renato De Maria sta tutta nella struttura dei  personaggi, nella costruzione di due vite che restituiscono la viva crudeltà di un decennio di storia italiana. Sergio e Susanna (Giovanna Mezzogiorno) sono in primo piano, sullo sfondo un orizzonte ormai alle spalle: gli anni settanta.

La storia di un amore compromesso dall’ideologia, è questa la chiave di lettura che pochi critici hanno avuto il coraggio di utilizzare per analizzare un film difficile ispirato alla vita di due terroristi e non alla storia del terrorismo.

La narrazione è articolata su distinti piani temporali che si intrecciano, con la voce fuori campo a dirigere il pubblico nei vicoli stretti dei propri ricordi: da un lato la storia del movimento politico extraparlamentare “Prima Linea”, inizialmente pacifico che solo nel ’78 passò alle armi abbracciando la strategia dell’omicidio politico; dall’altro la cronaca dell’evasione della terrorista Susanna Ronconi dal carcere di Rovigo nel 1980.

sergio_segio_susanna_ronconiLa trama è tenuta insieme dal filo del sentimento che lega Sergio e Susanna sin dai primi tempi nell’organizzazione e che i due vivono in maniera differente a causa delle loro personalità forti nella lotta ma diversamente fragili nella vita.

Sarà Sergio il primo ad abbandonare Prima Linea perché ormai conscio che “non si può rinunciare all’umanità per inseguire un mondo migliore”.

Emerge dalla pellicola il percorso interiore del giovane che a distanza di anni osserva  e giudica se stesso dall’esterno, in contrasto con gli ambienti chiusi della prigionia (come nelle intenzioni degli autori), tornando sui luoghi del delitto, sulle tracce dei peccati e delle indecisioni che lo hanno portato a sbagliare. Tornano alla mente i colloqui significativi con i genitori e l’amico Piero che restituiscono la distanza vera fra il mondo a l’azione delle armi. Forti le immagini di repertorio (numerose nel film) del funerale del giudice Alessandrini così come forte e duro lo sguardo di Sergio che lo fissa negli occhi mentre gli toglie la vita.

Su quello sguardo e su ciò che c’è dietro si è concentrato il lavoro degli autori. La severità fragile del terrorista, personaggio triste, drammatico, che non sorride mai ed appare spesso forzatamente convinto.

Susanna è più forte, più sicura; fedele fino alla fine all’ideale della lotta. L’essere donna emerge nell’intimità della cella, nei pensieri alla madre e nelle lettere al compagno che ama sinceramente.

L’amore tesse fra i due un legame forte che da a Sergio la sicurezza e l’ostinazione necessarie per tornare e far evadere Susanna, e il coraggio (quello vero che sino a quel momento il suo personaggio non ha mai avuto) di chiederle di uscire da quella dannata clandestinità: “E’ giusto vivere l’amore in questo modo?”.

Un film così difficile non prevede happy ending da commedia; il dramma consuma ogni cosa sino all’ammissione della sconfitta. I due si ritrovano in carcere imputati dei propri errori ma finalmente alla luce del sole.

 

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