Micha Wald e il suo film Simon Konianski: un nuovo Woody Allen?

L’ultimo film, d’autore, di Micha Wald s’intitola Simon Konianski, è una commedia brillante e sembra presagire per il regista un futuro alla Woody Allen.

di Nazzareno Lemma

SIMON-KONIANSKI-01Tre generazioni si danno appuntamento nella Bruxelles dei nostri giorni per intraprendere un lungo viaggio che adempia le volontà del passato affinché il presente educhi il futuro.

Simon è un compassato giovanotto di trentacinque anni momentaneamente senza lavoro, costretto dalla modernità ma soprattutto dalla pigrizia a tornare all’ovile paterno. Fin qui tutto normale per una commedia contemporanea, ma non è tutto; lo si capisce nella prima mezz’ora in cui l’intelligente regia di Micha Wald (non a caso ritenuto da certa critica, seppure prematuramente, come possibile allievo-erede di Woody Allen) ci introduce in un rapporto padre-figlio che è l’ incontro-scontro fra due generazioni, due epoche lontane. Simon si presenta nella sua precarietà di disoccupato alla ricerca di se stesso più che di un lavoro, mentre fa i conti con una cultura ed una tradizione che ritiene impossibili da accettare.

Dopo una relazione presto infranta (anch’essa precaria) con una ballerina spagnola dai familiari definita “goy” (in lingua yiddish: chi non è ebreo), il “giovane”, laureato in filosofia, torna dal padre assieme al vispo figlioletto Hadrien di cui la madre ha comunque ottenuto l’affidamento. La storia fuori dal matrimonio con la giovane donna non ebrea non è il solo sintomo dell’indifferenza verso la rigidità dei costumi ebraici, ma è parte di una ribellione, quasi adolescenziale, fatta di continui scontri con un padre (il vecchio Ernest) profondamente religioso, orgogliosamente ebreo e ostentatamente avaro, reduce del nazismo e dei suoi stermini. L’ironia, spesso collerica, di Simon non dimentica di colpire ciascuno dei fondamenti della tradizione ebraica: la bar-mitzvah, la scuola ebraica, la circoncisione (il piccolo Hadrien non è stato circonciso); non mancano i riferimenti politici alla situazione mediorientale con discorsi filo-palestinesi, il sostegno a Gaza espresso con convinzione sufficiente per comprendere il perché di una felpa con la scritta “Baghdad” indossata per buona parte del viaggio.

Se la regia è buona, altrettanto si dimostra la scrittura che al momento giusto cambia tema: la commedia statica e descrittiva sfuma nella morte (forse solo apparente) del passato e dà inizio alla commedia on the road. La scomparsa dell’anziano Ernest cambia il percorso del presente e del futuro, del figlio Simon e del nipotino Hadrien, tanto appassionato delle tristi memorie del nonno. Figlio e nipote accettano di esaudire l’ultima volontà del vecchio: la sepoltura nel paese natale, in Ucraina, al fianco della prima moglie morta giovane (un segreto senza troppa meraviglia). Abbandonata ogni alternativa per il trasporto, la soluzione finale si rivela un pick-up sufficientemente scassato da caricarci su il figlioletto, i due vecchi zii logorroici e la salma senza dare troppo nell’occhio.

La Polonia è lontana nel tempo, in un viaggio vissuto come ritorno, come ricongiungimento. Fra mille peripezie divertenti, incidenti d’ogni sorta e pittoreschi incontri (come nel caso di una comunità che parla solo yiddish), non mancano l’emotività e la commozione in momenti in cui il film diventa fiaba, lasciando spazio ad oniriche apparizioni dall’oltretomba. Un modo per Simon di conoscere il padre e comprendere quello che è stato il loro rapporto, cosa il passato ha lasciato al presente per crescere il futuro dagli occhi svegli. Di forte intensità emotiva e ricca di significato la visita imprevista (ma non sarà un caso) al campo di concentramento di Majadanek, vicino a Lublino, dove era stato deportato Enrest. 

Figlio degli occidentali tempi moderni Simon è un ebreo laureato in filosofia che mette in discussione, tra satira dissacrante e ironia intelligente, le millenarie tradizioni del popolo cui sente di non appartenere. Pigro e trascurato, il “giovane” trentacinquenne è un contestatore svogliato ma convinto della propria cultura secolare. Lo scontro con il padre Ernest è inevitabile. Sopravvissuto alla tragedia del novecento, il vecchio ebreo è la tradizione che si scontra col presente; nonno del piccolo Hadrien cerca di trasmettere le proprie memorie ad un futuro che spera migliore.

Quando il passato termina nella morte, il presente e il futuro vanno avanti ma in un viaggio che procede a ritroso. Attraverso i luoghi di una vita che tagliano in due l’Europa (dal Belgio all’Ucraina), Simon e Hadrien comprendono una storia, la Storia. Il vecchio Ernest ruba spazio nei sogni del figlio, fruga nella memoria del nipotino e conduce i due reduci nel campo di sterminio ove un popolo ha pagato il suo tempo. I luoghi e le atmosfere del viaggio (percorsi dallo spettatore con divertimento e risate sincere) talvolta si trasformano per Simon in momenti di comprensione, di accettazione di un padre e della sua cultura antica.

Il cammino renderà più saldo il legame tra un papà precario (nella personalità come nella vita) e un bimbo già molto sveglio. La sepoltura finale è l’inizio di un’altra storia che non può prescindere dal proprio passato.

Secondo lungometraggio del trentaseienne ebreo belga Micha Wald, presentato fuori concorso nel 2009 al Festival Internazionale del Cinema di Roma (sezione extra), “Simon Konianski” è cinema d’autore che rimane nel tempo per il tempo, degno d’un posticino in cineteca nel limbo che divide la commedia pura dal road movie, una satira realistica fatta di audace ironia e intelligenza.

 

GUARDA IL TRAILER UFFICIALE DI SIMON KONIANSKY

Fino al 31 dicembre 2016 puoi attivare una copertura per il rischio terremoto con sconti fino al 50%.