Il mistero della strega di Blair, tra finzione e realtà

The Blair Witch Project, il film sul mistero della strega di Blair analizzato tra finzione e realtà, ascoltando la premonizione di Stanley Kubrick.

di William Mussini

The Blair Witch  Project, il film sul mistero della strega di Blair analizzato tra  finzione e realtà, ascoltando la premonizione di Stanley Kubrick.

Vi siete mai resi conto di quanto sia importante nella visione di un film la capacità di immedesimarsi nel personaggio? Quanto sia fondamentale riuscire a vivere il film, calarsi nella realtà del racconto visivo, sentirsi coinvolti pienamente per godere poi delle emozioni suscitate in quella realtà fittizia, che è comunque ben tangibile nella nostra psiche? Il dualismo “finzione-realtà” nella visione filmica si presta a una serie di considerazioni.

Una delle quali mi viene suggerita da un film di cui avrete senz’altro sentito parlare, The blair witch project dei due neo registi Daniel Myrick ed Eduardo Sanchez. Breve premessa: La presentazione sulle locandine era questa: “Nell’ottobre del 1994 tre studenti scomparvero in un bosco nei pressi di Burkittsville nel Maryland mentre stavano girando un documentario… Un anno dopo fu ritrovato il loro filmato”. Il film uscito nelle sale nel 2000 fu ampiamente pubblicizzato presso diverse trasmissioni nel continente americano, nonchè su internet nei siti dedicati a fatti misteriosi o eventi di cronaca nera.

Di fatto le persone che andarono finalmente (la promozione durò circa tre mesi) a vedere il film negli USA, erano convinte di vedere dei documenti video reali, cioè filmati registrati nella realtà “vera” da tre ragazzi decisi a documentare i delitti accaduti nel paese della strega di Blair. Il paese esiste! Le interviste della gente in strada andate in onda su networks nazionali erano così credibili che nessuno sospettò si trattasse di una montatura fatta a scopo promozionale. Il risultato fu che il film, girato in maniera volutamente approssimativa, con un badget limitatissimo, sbancò i botteghini, terrorizzò milioni di spettatori americani che, ripeto, uscirono dalle sale convinti di aver assistito alla fine terribile di tre ragazzi uccisi da non si sa bene chi, sperduti nei boschi del Maryland.

La critica ufficiale americana, di fronte all’evidente successo, rimase in un primo momento spiazzata e gli articoli che uscirono dopo le prime proiezioni, furono per la maggior parte positivi. Quando poi fu in qualche modo rivelato “l’inganno mediatico”, il fenomeno”strega di Blair” ebbe un prevedibile ridimensionamento. Al dunque: In questo caso, gli spettatori ignari, convinti di vedere una trasposizione nuda e cruda di fatti realmente accaduti, hanno provato un terrore uguale o diverso rispetto a quelli che hanno visto il film dopo la rivelazione da parte dei registi? Considerato che il film (quello che è stato presentato come reale) non è un “docufilm” perché non ha una regia, un cast artistico o altro, è stato il primo ed irripetibile esempio di fiction camuffata, fatto passare per documento reale. Se si tentasse di ripercorrere la stessa strategia per qualcosa di nuovo, è naturale che non risulterebbe altrettanto credibile.

Considerato tutto ciò, credo che la frase “non esiste realtà più reale della finzione cinematografica” che se non ricordo male appartiene al regista americano Stanley Kubrick,  acquista un senso realisticamente profetico. Penso quindi si possa affermare che i fatti narrati nei film (inventati o reali che siano), assumano forme di concretezza nella mente degli spettatori, tramutandosi in emozioni tangibili, di paura, di compassione, di divertimento ecc… Ed è quella la finzione più reale della realtà, la storia che condiziona le coscienze, che continua a vivere nei ricordi come le favole che ci venivano raccontate da bambini. Diventano parte della nostra persona e per questo prendono forma precisa, concreta, reale.

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