Festival di Cannes 2010: apre il Robin Hood di Ridley Scott

Il Festival di Cannes 2010 si è aperto con Robin Hood, il nuovo film di Ridley Scott, Russel Crowe e Cate Blanchett.

di Alice Coccia 

Il  Festival di Cannes 2010 si è aperto con Il Robin Hood del nuovo millennio ha segnato l’inizio di quest’ultima kermesse francese, puntando su un cast “all star” e su un eccellente apparato tecnico e narrativo.

Dopo Il Gladiatore e Le Crociate, il sodalizio tra il regista del film Ridley Scott e il protagonista Russel Crowe, si arricchisce di un nuovo capitolo, proponendo una versione del tutto nuova e originale di una storia ormai raccontata in tutte le salse.

È ormai risaputo che Robin Hood è un personaggio “plastico”, plasmabile ad ogni personale punto di vista e prospetto cinematografico, preservando ovviamente la costante del mito: il ladro che ruba ai ricchi per donare ai poveri.

Il cinema, in particolare, si è servito della leggenda per girare ben 34 film sin dal 1908, di cui l’ultima apparizione nel cartone animato Shrek, senza contare le varianti comiche (Mel Brooks), quelle di registi italiani quali Simonelli e Campogalliani, le versioni appartenenti al mondo dei cartoons, e quelle memorabili, per fulgore, di protagonisti come Errol Flynn, Kevin Costner, Sean Connery.

 

Sicuramente quest’ultimo Robin Hood si distingue per aver messo da parte il berretto a punta e la calzamaglia e mostrare qualche anno di maturità in più rispetto alle precedenti versioni cinematografiche, ma non privandosi neanche stavolta del carisma e dell’irruenza proprie sia del personaggio che dell’attore.

Il Robin Hood interpretato da Russel Crowe, che del film è anche ideatore e coproduttore, nasce dalla necessità e volontà di rompere con i vecchi stereotipi del passato per rivelare l’uomo prima del mito. Scott infatti ha creato una pellicola che oltrepassassa i confini della leggenda per raccontare il “divenire” Robin Hood di Robin Longstride, la metamorfosi di un soldato prode, sincero e ribelle nell’eroe che ormai tutti conosciamo. Il film è impostato sul tema del “travestimento”, del cambiamento, del fingersi altro da sé per divenire il mito odierno, accompagnato da una appassionata, decisa e quasi mascolina Marion (Cate Blanchett) che riveste per la prima volta i panni della “donna soldato”.

L’omaggio del regista inglese al proprio paese e il messaggio “sociale” suggerito dal film (Crowe durante il festival ha asserito che Robin Hood oggi combatterebbe gli speculatori di Wall Street e coloro che manipolano i media) sono palesi.

Robin è un uomo qualunque ma di spirito rivoluzionario, che viene mosso quasi inconsciamente dalle parole scritte sulla spada di Loxley: “Ribellarsi e ribellarsi ancora, finchè gli agnelli non diverranno leoni” fino a rompere una malsana tradizione per lasciar posto al “nuovo”.

La peculiarità di questa produzione è caratterizzata da una storia che corre costantemente sul binario del travestimento, della “decomposizione” di vecchie e degradate epoche di instabilità come possibilità creativa di altre idee e modi di sopravvivenza. La novità del film risiede proprio in questo dualismo di immagini e concetti che impediscono al regista di cadere nell’ovvio e svelano allo spettatore l’universo segreto di una popolare narrazione. Inoltre la pellicola cattura l’attenzione del pubblico con un lavoro visivamente magniloquente e una miriade di richiami squisitamente cinefili: da Barry Lindon (nel commento musicale) fino ad una lampante citazione dello sbarco in Normandia di Salvate il soldato Ryan in cui, con una falsificazione storica sono i francesi a tentare lo sbarco sulle scogliere di Dover.

A questo punto dopo aver assodato lo sbanco dei botteghini delle sale cinematografiche nazionali e internazionali e dopo aver assistito alla conquista a suon di applausi della platea di Cannes, a tutti noi sognatori non resta che chiudere gli occhi e ricominciare a fantasticare sulla già accennata eventualità di un sequel.

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