EMANUELE CRIALESE/ Terraferma: la tragedia degli immigrati vista con gli occhi dei pescatori

di Vittorio Di Lallo

Presentato alla Mostra di Venezia e prodotto in collaborazione con la Rai, “Terraferma”, il film di Emanuele Crialese, racconta l’immigrazione vista dagli occhi dei pescatori siciliani. In un’Italia non troppo tollerante.

Qualcuno, soprattutto da destra, da questa destra italiota che veste camicie verdi e conosce il mare soltanto ad agosto,Terraferma distesa sulle sdraio di un qualche lido del Salento o della Sicilia, ha accusato il film di Crialese di buonismo, di essere una fiera ipocrita dei buoni sentimenti. Si sa, quando ci sono di mezzo i clandestini, una parte consistente dell’opinione pubblica, soprattutto quella stregata dal populismo padano ma non solo, reagisce così.

E poi, fare un film sui migranti, di questi tempi, non è forse una ruffianata anti-governo come va di moda in certi ambienti, e quindi filo-sinistroide (verrebbe quasi da dire catto-comunista)? Questo è quello che devono aver pensato i detrattori di Terraferma. Ma le cose non stanno proprio così. Il film di Crialese è un attacco frontale al cinismo individualista ormai radicato nel tessuto sociale, ma con il merito di non addentrarsi nei tortuosi sentieri che avrebbero potuto condurlo ai limiti del documentario. Eppure sembra così attuale, così calato nella realtà sociale del nostro Paese, da sembrare più vero di qualsiasi documentario. Soprattutto, nel film, emergono figure-tipo, sull’orlo dello stereotipo ma che poi risultano iper-realistiche. I vecchi pescatori dell’isola, per esempio (che nel film non ha un nome, forse è Linosa, ma non Lampedusa – scelta che evita ulteriormente al film di sconfinare nel genere documentario, appunto). Loro, i pescatori, hanno delle regole vecchie come il mare. E la legge del mare impone di prestare soccorso ai naufraghi, da qualunque parte del mondo provengano: semplice, elementare, umanissima.

E invece, le nuove regole, come le chiamano i pescatori, non vanno d’accordo con quelle vecchie: imbarcare clandestini è pericoloso, è vietato, e se lo si fa bisogna subito denunciarlo alle autorità competenti, altrimenti si commette un crimine. Autorità che nel film hanno lo sguardo gelido di Claudio Santamaria, l’ufficiale della guardia costiera che ogni Bossi o La Russa vorrebbe. E poi, che dire di Filippo (Filippo Pucillo)? Certo, la sua spontaneità fin troppo puerile e meridionale potrà infastidire i nemici giurati del buonismo, ma non lascerà indifferenti chi ancora è capace di commuoversi ed emozionarsi di fronte alle gesta che può compiere un essere umano, quando i sentimenti lo sopraffano. Anche sentimenti cattivi, sia chiaro. All’ingenuità prorompente di Filippo si contrappone il cinismo pragmatico di Nino (Beppe Fiorello), un figlio del bunga-bunga e del berlusconismo festaiolo, con una mano sul portafoglio e l’altra pure, ma qualcuno, forse molti, dirà che ha ragione lui. Così come diranno che il personaggio di Sara (interpretato da Timnit T., una storia vera da profuga alle spalle) gli sembrerà pateticamente finto e rappresenti solo una piccolissima parte dei clandestini, che la maggior parte son tutti delinquenti.

Ma come si è arrivati a questo cinismo, a questo anti-buonismo militante, per cui i buoni sono tutti falsi e i clandestini tutti cattivi? Perché valori come la solidarietà e l’accoglienza sono guardati con sospetto, come se fossero un concentrato della peggiore ipocrisia? Crialese ci mostra, senza perdersi in pomposi sentimentalismi, che in realtà il cinismo è solo un modo per proteggere se stessi senza curarsi di ciò che ci circonda, senza guardare in faccia la vita. Perché la legge del mare è la legge degli uomini che si ribellano a un pensiero dominante trasmesso dal populismo padano e finto-patriottico di cui ormai siamo imbevuti fino alla nausea. E’, in definitiva, una legge universale.

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