ELIO GERMANO/ “Hollywood? Divi autoschiavizzati al business…”

elio germano grande attore

«Il teatro Valle di Roma occupato? Un esempio di vero teatro pubblico… anche la Rai dovrebbe funzionare così con un Cda eletto dagli abbonati». una ricetta per l’Italia: «un Governo di filosofi, non di tecnici, che ci ridia un senso».

«Se ci fosse un senso in questo Paese, i giornalisti intervisterebbero i registi, i montatori. Ma un senso non c’è. E allora io ti parlerò dei film che ho interpretato come se fossero miei», così Elio Germano a MAX, da mercoledì 11 aprile online sul nuovo canale di Gazzetta.it, “Altre passioni”, max.gazzetta.it.

Il volto simbolo della nuova generazione di attori italiani, sul grande schermo in questi giorni con il controverso Diaz – Don’t Clean Up This Blood, spazia dall’esperienza del Teatro Valle occupato alla Rai: «Al Teatro si alternano l’attore sconosciuto e Gifuni, quello semisconosciuto e io. C’è chi mi ha urlato “ridammi i soldi”, chi era distratto e parlava col vicino. La gente entra ed esce, decide se restare in base a quel che vede. Tanto non ha pagato 35 euro di biglietto come chi va a vedere Ronconi. Questo è il teatro, pubblico come dovrebbe essere il teatro. Così dovrebbe funzionare anche la Rai, per esempio… A cominciare dal cda, eletto dagli abbonati».

Snobba l’America e Hollywood «con i suoi divi autoschiavizzati al business. Il set di Nine mi è bastato».

Orgoglioso di rimanere, nonostante il successo, nel suo monolocale a Corviale, preoccupato per la sua privacy: «Ho idea che più si sa di me, meno possibilità avrò professionalmente. Penso che se parlo troppo romano poi non sarò credibile come Felice Maniero che è veneto o il Pietro di Magnifica presenza, siciliano».

Vuole un’Italia da amare: «Oggi se c’è qualcosa da aggiustare si chiama il governo tecnico, come se servisse un idraulico. Mentre servirebbe un pensiero, un governo di filosofi che ci ridia un senso».

L’esperienza sul set di Diaz: «è stato un lavoro di gruppo. Eravamo 140 attori da tutta Europa e ciascuno di noi valeva uno: ci siamo sentiti parte di una collettività proprio come chi era a Genova in quei giorni».

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