CINEMA/ Oliver Stone racconta il suo Wall Street dei tempi moderni

Wall Street. Il denaro non dorme mai”, di Oliver Stone, proiettato in 5100 schermi si aggiudica nel weekend il primo posto ai box office statunitensi con una cifra di 19 milioni di dollari.

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Tra le uscite cinematografiche del 22 ottobre non passa inosservata l’ultima pellicola di Oliver Stone, Wall Street. Il denaro non dorme mai. A giudicare dagli incassi dei botteghini, dall’esperienza del regista e dall’alone di “sacralità cult” che aleggia intorno al titolo del film, ci sono tutti i presupposti per poter elogiare anche stavolta Stone. C’è da dire però che le aspettative create dai media non hanno sorpassato il lavoro precedente da cui il regista ha preso spunto. Il Wall Street degli anni ‘80, diretto anch’esso da Oliver Stone, arrivò a toccare un picco di guadagni pari a 87 milioni di dollari attuali, cifra che probabilmente non verrà raggiunta dall’ultimo. Stone in alcune interviste ha più volte ribadito che non si tratta di un sequel ma semplicemente di un nuovo lungometraggio il cui trait d’union torna ad essere il signore della borsa Gordon Gekko e quelle ricorrenti dinamiche economiche dure a morire.

 

Nel 1987 il successo della pellicola è stato portato alle stelle dal declino della borsa americana avvenuto qualche giorno prima della sua uscita nelle sale. Il crollo di Wall Street ebbe un effetto domino su tutti gli altri mercati azionari mondiali, in caduta rapida verso un’indimenticabile crisi economica. Si ricominciò a parlare del ’29 e il ricordo della Grande Depressione degli anni ’30 si trovò al centro dei timori collettivi. A distanza di 23 anni Stone continua a dare nel suo Wall Street rapide “lezioni di economia finanziaria”. Le tematiche sono più o meno le stesse ma le differenze sono notevoli. La scacchiera di potere sulla quale i potenti muovono i loro pedoni e l’ipnotico colore verde dei dollari facili sono i veri protagonisti del film. L’essenza dei meccanismi umani s’incarna nella figura di Gordon Gekko (Michael Douglas). Dopo aver scontato 13 anni di carcere con l’accusa di insider trading, il nuovo Gekko sembra aver preso la strada dell’onestà e del pentimento, ponendosi come obbiettivo il ricongiungimento con l’unica figlia rimastagli. L’avidità e il profumo dei soldi sono però il cardine e l’accento di Wall Street, un boomerang che nonostante venga tirato lontano prima o poi ritorna al lanciatore. Resta ben ferma l’idea di bramosia come costante di alcuni caratteri umani, che nonostante tenta di essere superata nella persona di Gekko continua a radicarsi nell’animo di altre generazioni. Non a caso il Saturno di Goya nello studio di Bretton James (Josh Brolin) riflette il conflitto padre-figlio, generazione passata-generazione futura in una corsa contro il tempo.

L’inquadratura chiusa sul vecchio telefono anni ’80 che gli viene riconsegnato all’uscita dal carcere è il primo indice del progresso e del superamento di quegli andamenti economico-sociali dai quali Gekko era ossessionato. Il boss della borsa americana dopo aver scontato le sue colpe è ora un uomo nuovo, purificato che si trova dinanzi alla scelta di continuare per una retta via o essere nuovamente implicato nel Sistema. Ma la sua solitudine e la tentazione assopita e mai scomparsa di potere, lo spingono nuovamente a prendere le briglie della finanza, padroneggiando come un leone su tanti “agnelli”. È in questo momento della narrazione che si può riconoscere l’accento del primo Wall Street, dove a farla da padrone è stato unicamente il desiderio di vincere un pericoloso gioco. L’avidità, non trovo una parola migliore, è valida, l’avidità è giusta, l’avidità funziona, l’avidità chiarifica, penetra e cattura l’essenza dello spirito evolutivo. L’avidità in tutte le sue forme: l’avidità di vita, di amore, di sapere, di denaro, ha impostato lo slancio in avanti di tutta l’umanità. E l’avidità, ascoltatemi bene, non salverà solamente la Teldar Carta, ma anche l’altra disfunzionante società che ha nome America. 

Proseguendo nella narrazione però il regista torna sui suoi passi e con il monologo di Shia LaBeouf (secondo protagonista del film) racchiude in una bolla di follia la debolezza del genere umano. Lo spirito di riscatto di Oliver Stone mostra con il crollo delle borse nel 2008 una volontà di cambiamento, una svolta rispetto a quei giochi di potere che stavolta sono propri delle banche. Le speculazioni bancarie, infatti, non sono altro che un riflesso del Gekko anni ’80: uno spietato speculatore non controllato da chi di competenza.

Diversi i giocatori, diversi i profitti ma uguali i risultati.

Partendo dagli sbagli del passato stavolta Gekko tenta di redimersi facendo la cosa giusta nel finale del film, ponendo le basi per un futuro migliore con l’investimento di 100 milioni di dollari in un ecologico progetto per il futuro.

Tuttavia i buoni propositi di Stone risentono talvolta di un eccesso di drammaticità che rallenta la narrazione, discostandosi molto dal dinamismo e da quella frenesia propria del reale “Wall Street world”.

I movimenti ascendenti e discendenti del dolly lungo i grattacieli di New York seguono in maniera piuttosto elementare le movenze della borsa americana e le scene d’introspezione psicologica portano lo spettatore a concentrarsi sulle sofferenze di un Gekko rimasto in solitudine.

Lo “Sprint” del primo Wall Street ha dunque lasciato il posto al dramma di una società alle prese con la cupidigia dei suoi prodotti e con la degenerazione dei suoi effetti, creando saggiamente uno spunto per la formazione di nuove generazioni.

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