CINEMA/ La bellezza del somaro: il trionfo del binomio Castellitto-Mazzantini

Sei anni dopo il successo conclamato con Non ti muovere, il connubio CastellittoMazzantini ritorna sul grande schermo con un’esilarante commedia scritta a quattro mani dai due coniugi: La bellezza del somaro.

di Alice Coccia

foto_somaroUna scommessa cinematografica fin dall’inizio per la scelta azzardata della Warner (casa di distribuzione della pellicola) di presentare il film nei giorni delle festività natalizie, periodo in cui si sa, sono i cinepanettoni a farla da padroni.

La scommessa è stata egregiamente vinta. Il cinema italiano riscopre l’essenza della classica commedia all’italiana con il nuovo lavoro di Sergio Castellitto. Una commedia certo riadattata alla frenesia e ai paradossi dei nostri tempi ma con la stessa verve che ha reso indimenticabile il cinema del passato.

Certo, a qualche intenditore del campo potrebbe tornare in mente una pluripremiata commedia americana del 1967, Indovina chi viene a cena?, diretta da Stanley Kramer ed interpretata dal premio Oscar Katharine Hepburn e Spencer Tracy. È evidente che il plot contiene parecchie similitudini con La bellezza del somaro, come ad esempio l’introduzione di “un’anomalia” nella vita di una famiglia borghese di  cultura liberale che fa crollare ogni certezza da loro costruita. Sicuramente, però, resta il fatto che la nostra commedia è stata impreziosita di attenti, contemporanei ma soprattutto simbolici particolari propri solo della coppia nostrana.

Un somaro appare sullo sfondo nella maggior parte delle vicende del gruppo di amici protagonisti. Diventa emblema di una staticità che si contrappone alla smania dei personaggi, troppo intenti nel vantare le proprie convinzioni e ideologie in una situazione di per sé statica, in cui si trovano a vivere situazioni diverse e surreali. Per bellezza di un somaro s’intende anche l’incanto e la freschezza di un’adolescenza che ha ormai perso qualsiasi punto di riferimento, in una società borghese in cui quello che conta sembra essere solamente l’essere al passo con i tempi odierni fino a toccare il grottesco.

Genitori alla moda, troppo spesso concentrati sui loro bisogni, sulle loro paure e sul loro “dover” essere moderni per ricordare di avere ancora un ruolo di guida per le generazioni successive. Lo sforzo di essere aperti anche alle più assurde circostanze raggiunge il ridicolo e affronta il dramma di vivere la vita attraverso una maschera di forzato liberalismo. Eccessivo persino per la nostra società!

L’elemento che porta il dramma all’apice del surreale è semplicemente un “vecchio”, anonimo nella sua identità, con nessuna pretesa né ideologia da sbandierare all’amico.

Nel suo anonimato Armando (Enzo Jannacci) appare e poi scompare come un fantasma quando i ruoli tra gli attanti in gioco sembrano essere ristabiliti.

Tutto ciò ha sicuramente del drammatico ma è proprio qui che si scopre il talento di un cast, di un regista e di una scrittrice senza eguali.

Come ha dichiarato Castellitto in un’intervista il film vuole essere una “solenne e affettuosissima pernacchia per prendere in giro tanta psicologia e tanta società”, in una veste appunto comica. Ogni personaggio non si butta a capofitto nella sua drammaticità, ma gioca il proprio ruolo nella comicità generata dalla follia, diversa da persona a persona ma pur sempre ridicola e divertente. Complice di questa impresa è stata la bravura degli attori scesi in campo.

Il talento di Sergio Castellitto, Laura Morante, Barbara Bobulova, Marco Giallini, Gianfelice Imparato solo per citarne alcuni, hanno regalato con La bellezza del somaro una speranza al ritorno del buon cinema italiano.

 

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