CINEMA/ Il “Rito” di Mikael Hafstrom nel ritorno della possessione

Il giovane americano Michael Kovak (Colin O’Donoghue), seminarista non per chiamata ma quasi per costrizione, al momento di prendere i voti avrebbe deciso di rinunciare se non fosse stato per un diacono del suo istituto che gli “consigliò” di frequentare in Vaticano un corso sugli esorcismi. Michael vola, dunque, a Roma, dove incontrerà padre Lucas (Anthony Hopkins) che lo porterà a rivalutare la sua posizione teologica.

di Alice Coccia

il_rito_anthony_hopksins-300x300Se leggendo la trama del film Il Rito o guardandone il trailer, il pensiero di qualcuno dovesse correre ai fotogrammi de L’Esorcista di William Friedkin, ne resterebbe sorpreso dalla mancanza di teste che ruotano o di scene di “splatter verde”.

Sembra che da qualche anno a questa parte l’argomento “esorcismo” sia andato per la maggiore fino a diventare quasi un genere cinematografico a sé che tocca il religioso, il thriller, sfiorando talvolta l’horror.

Una ricca catena di lungometraggi sul tema arricchisce la cinematografia nazionale ed internazionale, a partire dal 1973 con il primo film in materia di William Friedkin; si può continuare citando L’esorcista II: l’eretico (1977) di John Boorman, L’esorcista III (1990) scritto e diretto da William Peter Blatty, L’esorcista: La genesi (2004) di Renny Harlin, The Exorcism of Emily Rose (2005), per continuare nello scorso 2010 con Devil, L’ultimo esorcismo ed Exorcismus: The possession of Emma Evans.

La chiave del successo è probabilmente l’elemento spirituale di cui il genere viene investito, al di là delle caratteristiche, più o meno esaltate, di ogni singola pellicola.

Nel caso del film in oggetto punto distintivo è l’iter del protagonista da un ateismo piuttosto spiccato ad una fede religiosa che sembrava impossibile da raggiungere. Niente di assodato e di certo ad inizio film come accadde invece in passato, ma semplicemente un viaggio verso la smentita di personali convinzioni in apparenza irremovibili.

Il principale fattore che distingue Il Rito da una qualsiasi altra pellicola sulle pratiche esorcistiche è proprio la sobrietà e la “normalità” attraverso cui si sviluppa la narrazione. Nella prima parte corrono sullo stesso piano l’ateismo di Kovak e le credenze religiose dei funzionari ecclesiastici per poi lasciare spazio nella seconda parte al talento Anthony Hopkins che darà voce e volto alla sua fede. È in quest’ultima sezione che il regista Mikael Håfström lascia intravedere gli influssi del tema horror trattato nel suo precedente lungometraggio 1408, con porte che sbattono improvvisamente, urla, gatti e mutamenti fisiognomici tuttavia mai esagerati. L’entrata in scena di allegorie e rappresentazioni demoniache sembra essere direttamente proporzionale alle inclinazioni religiose del protagonista: determinate simbologie vengono a manifestarsi nel momento in cui Kovak mette da parte il suo scetticismo per abbandonarsi alla riscoperta fede religiosa.

Håfström sembra deludere la brama di tutti quegli spettatori alla ricerca di un po’ di terrore, cercando tuttavia di innescare un atteggiamento di riflessione che si spinga oltre il singolo e particolare “esorcismo”.

 

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