CINEMA/ Il cinema italiano scopre Kazuo Ishiguro con “Non lasciarmi”

Dopo il successo di Static e One Hour Photo, torna sul grande schermo il regista americano Mark Romanek, con un film che lascia poco spazio all’immaginazione e molto ai sentimenti. La filosofia alla base della pellicola segue sicuramente il filone della narrativa da cui è stato tratto.

di Alice Coccia

locandina-non-lasciarmi-e1300833081851Per approfondire quest’ultimo aspetto è opportuno chiarire alcuni punti fondamentali. Non lasciarmi, il cui titolo originale è Never Let me go, prima di essere conosciuto dalla settima arte, è stato già considerato degno di nota dal mondo dell’editoria. Il film di Romanek è tratto infatti dall’omonimo romanzo di Kazuo Ishiguro, uno scrittore giapponese d’adozione britannica dall’età di sei anni. I lettori appassionati delle narrazioni di Ishiguro, hanno celebrato lo scrittore inglese già nel 2005, quando Non lasciarmi si è aggiudicato il Premio Alex, un premio letterario statunitense molto apprezzato e conosciuto a livello internazionale.

Il film di Romanek ha del particolare, che lo rende di non immediata comprensione per un pubblico che si aspettava di trovare chissà quale altra solita minestra di fantascienza. Magari con spade luminose o coltelli volanti. È vero però che sempre di fantascienza parliamo. Ci troviamo comunque di fronte tutt’altro genere di fantascienza, più pacata, più realistica e più inquietante.

L’intero lungometraggio si sviluppa attraverso lo sguardo e la voice over di una delle protagoniste, Kathy (Carey Mulligan), che affronta rassegnata e quasi inconsapevole il suo destino, scritto alla nascita, insieme ai suoi due compagni Tommy (Andrew Garfield) e Ruth (Keira Knighteley).

I tre ragazzi sono cresciuti insieme nella tenuta di Hailsham con altri bambini che, pur avendo parvenze e caratteristiche del tutto umane, sono cloni, creati unicamente con lo scopo di servire come pezzi di ricambio a gente ricca, bisognosa di organi vitali per la propria sopravvivenza. Ma dopo tutto, i cloni di Hailsham sono sempre dei giovani bambini che imparano a conoscere loro stessi, la loro missione e soprattutto i loro sentimenti. È l’amore a rendere ancora più drammatico l’intero film. Un amore innocente che nasce fin da piccoli trasformandosi in un sentimento sempre più forte, l’unico in grado di lasciare una speranza ai cloni innamorati. L’unica speranza che hanno per poter credere in qualcosa che non hanno mai avuto: la libertà.

L’apertura della narrazione di Ishiguro a possibili interpretazioni, rendono libro e film unici nel genere. Sono scomparse le navicelle spaziali, gli alieni, gli elfi e quant’altro di fantascientifico possa esserci stato nel passato del cinema. Al loro posto è comparsa un’inquietudine e un’ansia che non fanno altro che crescere con il procedere della narrazione. Molteplici mondi si dispiegano dinanzi allo spettatore, lasciandolo sospeso in una dimensione temporale al di fuori di ogni ipotetica realtà pur così tanto simile alla nostra.

Un universo che vive all’interno del nostro ma che allo stesso tempo sembra corrergli in parallelo. Gli “umani” compaiono poco e in quei disparati casi che vengono mostrati sono visti in lontananza come una razza superiore a cui non interessa molto di quello che accade ai ragazzi-cloni. Un chiaro richiamo a tutte quelle razze umane considerate negli anni passati, inferiori, o semplice forza lavoro. Unica differenza è che in questo caso, nonostante la società sembra muoversi verso una modernizzazione dei tempi (si arriva addirittura agli anni ’90), le cose non cambiano e gli esperimenti continuano finché tutte le cavie non abbiano raggiunto lo scopo per cui sono state create.

Non lasciarmi è sicuramente un lungometraggio ricco di contenuti e di dettagli che merita un’attenzione particolare e maggiore rispetto ad una visione affrettata che in parecchi casi è stata data.

 

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