TOMMASO TESSAROLO/ “Chi non ha la soluzione è parte del problema”

Il tam tam sulla rete (e non solo…) è assordante. “Salviamo Current” è lo slogan. Staranno fischiando le orecchie ai dirigenti di Sky Italia, che si ritrovano i call center intasati da clienti che vogliono disdire l’abbonamento. Una malaugurata decisione, quella di voler chiudere il canale, presa per motivi di “alta ragione politica”, come ci racconta Tommaso Tessarolo, General Manager per Current TV Italia. Che si lascia andare e ci racconta del suo primo computer e di quanto fosse meraviglioso condividere con i primi hacker – “nell’accezione più pura del termine” – file, messaggi, programmi. Nell’era pre-Internet…

di Andrea Succi

tommaso_tessarolo_salviamo_current“Nonostante il successo, nonostante gli ascolti, senza nessuna trattativa, Sky Italia ha deciso di non rinnovare più il nostro contratto.” La motivazione principale è una ripicca dello squalo australiano, Rupert Murdoch, boss di Sky, che non ha gradito l’ingresso nel canale Current americano di Keith Olbermann, una sorta di Michele Santoro a stelle e strisce, da sempre molto critico nei confronti del magnate australiano.

Ma le ragioni potrebbero essere anche di natura più strettamente italiana e riguarderebbero un presunto avvicinamento tra Sky e Mediaset. Current è la testa che deve cadere, il Governo potrebbe mal sopportare un’informazione così indipendente e poco incline al servilismo e ostacolare la strategia di Sky tesa allo sbarco nel mondo televisivo del digitale terrestre.

Ma con Tommaso Tessarolo, che nell’ultimo periodo ci sta mettendo faccia e cuore per vincere questa battaglia di libertà – sostenuto da Anno Zero, L’Espresso, Il Fatto Quotidiano, Repubblica e tanti altri – proviamo ad allargare il discorso, partendo dal suo primo computer, quel Sinclair ZC Spectrum “con il quale ho avuto un rapporto di grande amore”. Potrebbe sembrare una dichiarazione eccessiva, ma “all’epoca (metà anni ottanta, ndr) l’idea di migliorare il mondo con un computer e con la rete ha affascinato molti”.

La rivoluzionaria idea di una informazione libera e di una massa critica prende corpo proprio in quel periodo, in cui “Internet era ancora un sogno, ma già si immaginava una rete che potesse unire tutti i computer.” Per capire l’oggi bisogna conoscere l’ieri, che seppur risalente a pochi lustri fa, sembra la preistoria, rispetto alla modernità in cui siamo avvolti.

E, soprattutto, tocca ricordarsi che “chi non ha la soluzione è parte del problema”.


Sei stato uno “smanettone” – per usare un termine tecnico – già da piccolo. Significa che quando gli altri giocavano a pallone tu eri in casa davanti al pc?

(ride)

No, no, giocavo anch’io a pallone! Ma ho avuto il mio primo computer a 9 anni, era un Sinclair ZX Spectrum, con il quale ho avuto un rapporto di grande amore. L’ho studiato e programmato, ma non gli ho dedicato il 100% del mio tempo, anzi.

Diciamo che era una passione forte…

All’epoca non c’erano molti pc, al di là dello Spectrum e del Commodore, che erano i due computer entrati nella maggior parte delle case, soprattutto per il prezzo accessibile. Nelle edicole cominciavano ad uscire riviste specializzate. E poi partì il business delle cassette e dei programmi.

Altro che Internet.

All’epoca Internet era un sogno ma già si immaginava una rete che potesse unire tutti i computer. Ci si passava i programmi copiandoli da cassetta a cassetta, con quei meravigliosi registratori multi piastra. Si conoscevano le persone nei retrobottega dei negozi dove comprare i programmi che i computer non erano riusciti a copiare. Era un mondo particolarmente affascinante, non eravamo moltissimi ma avevamo gli stessi strumenti e ci conoscevamo più o meno tutti.

Qualcosa di grande stava per accadere.

E infatti subito dopo è cominciata l’era delle BBS, centri dove ci si poteva scambiare messaggi, file programmi. Stiamo parlando dei primi meccanismi di condivisione. Da qui alla fase della prima rete – che si chiamava FidoNet – il passo è stato breve. Tutte le BBS del mondo (o quasi) si misero in rete con un sistema meraviglioso, per cui una BBS chiamava quella accanto e si creava una catena di telefonate fino ad avere un passaggio di informazioni globale.

Quello che oggi chiamiamo e-mail.

Esatto, il primo sistema di posta elettronica: per recapitare il messaggio negli Stati Uniti il tempo stimato si aggirava sui tre giorni, perché bisognava aspettare la sincronizzazione BBS su BBS. E ci volevano altri tre giorni per la risposta. Però io chiamavo un numero di Roma e parlavo con qualcuno a New York. Geniale.

Sembra la storia di un giovane hacker.

Nell’accezione più pura del termine hacker, è assolutamente vero.

Hai parlato, scherzosamente ma forse non troppo, di essere rimasto incastrato in una sorta di “tunnel digitale”.

Per me è sempre stato un qualcosa che andava oltre la passione, fin da subito l’ho vista come una vera e propria rivoluzione che doveva ancora essere compiuta, arrivare alle masse e modificare le abitudini delle persone, a partire dalla libera circolazione delle informazioni. Questo fin dalle origini. L’idea di cambiare il mondo, in meglio evidentemente, con un computer e con la rete, ha affascinato molti a quell’epoca. Per cui il “tunnel digitale” dal singolo computer alle BBS, dalle BBS a FidoNet e da FidoNet a Internet.

Sei stato il direttore del primissimo quotidiano on-line in Italia, MIX.

Era il 1995 e andavamo in giro con la rassegna stampa per spiegare alla gente cosa fosse Internet e quanto fosse bello e rivoluzionario, sia per il proprio modo di vivere che per il modo di fare business. Questa è stata la fascinazione.

Ma non è tutto oro quello che luccica.

Chiaramente il lato negativo riguarda la quantità di tempo che dedichiamo alle vite virtuali rispetto a quello che dedichiamo alla vita reale. Finisci per stare a cena con gli amici e passare troppo tempo a guardare l’I-Phone per mandare messaggi, veder cosa succede su Facebook piuttosto che leggere l’ultima notizia.

Internet applicato non più solo al lavoro.

Al di là della posta elettronica, che oramai è il mezzo di comunicazione principale, moltissimi settori usano tecnologie Internet, dai call center alle banche fino ai giornalisti, per citare qualche esempio. Ormai Internet sta cominciando a diventare una realtà, un dato di fatto. Se prima per connetterti dovevi essere un esperto, ora la connessione è qualcosa che hai e nemmeno te ne accorgi.

E in futuro?

Real- time sarà la parola chiave. Essere connessi in tempo reale ovunque ti trovi. Ci sarà sempre più interazione tra il mondo digitale e il mondo reale.

Detieni uno speciale record: il più giovane dirigente del gruppo Fininvest. Quasi quasi viene da pensare che anche nelle aziende del premier ci sia un barlume di meritocrazia…

Quello che ti posso dire è che queste aziende sono piene di persone di grandissimo valore e spessore, perché c’è una cura altissima nella selezione e nella soddisfazione di chi ci lavora all’interno. Questo è sicuramente un merito. Noi sappiamo che la galassia di attività che ruota intorno a Berlusconi è piena di problematiche che non si possono più ignorare. Detto questo, è anche vero che il successo di tutta quella classe di imprese è dovuto ad una oggettiva capacità di operare sul mercato, grazie alla cura del capitale umano che queste aziende hanno.

E perché poi hai deciso di sposare la causa di Current? Cosa vedevi in questo nuovo progetto?

All’epoca ero in una fase di studio e sperimentazione di quelli che sono i nuovi modi per proporre contenuti audiovisivi on-line, non solo dal punto di vista distributivo ma anche per tentarne la produzione, con formule differenti rispetto a quelle televisive. All’interno di Mediaset mi occupavo di questo, perché anche a loro interessava osservare questo tipo di sperimentazione.

E Current che c’entra?

Current era un caso di studio molto interessante. Era l’unico soggetto che aveva l’idea di cortocircuitare la rete con il sistema televisivo. Proponeva una modalità che sembrava il Santo Graal, la risposta a tutte le problematiche che allora si vedevano in circolazione. I videomaker venivano retribuiti per creare contenuti per la televisione, con un palinsesto composto per il 30-40% da prodotti presi dalla rete. C’era una squadra di persone che aiutava i videomaker a raffinare il prodotto per renderlo televisivo e, aiutandoli, passava conoscenza, per cui contribuiva anche alla formazione di una nuova classe di videomaker. Current aveva anche una serie di guide e video guide on-line di grande valore, gratuite, mirate  a formare una nuova classe di reporter, giornalisti e produttori di contenuti che potessero – dal basso – far emergere l’informazione e l’intrattenimento per formati televisivi. Un cortocircuito perfetto.

Il progetto dei tuoi sogni.

Quando fui contattato, la dirigenza di Current mi mise in crisi. Ero contento dove stavo, ma sicuramente vedevo in Current il posto ideale per proseguire la mia sperimentazione. E alla fine ho scelto di sposare il progetto.

Il saggio che hai scritto e pubblicato, Come internet cambierà la televisione per sempre”, è sicuramente un lavoro anche in prospettiva, perché per il momento la televisione o la fai in chiaro o sul digitale o a pagamento. E a volte capita anche che, pur pagando, non puoi vedere quello che vuoi. Come nel caso Current – Sky. Che succede?

Purtroppo si tratta di una pessima storia. Nonostante Current sia uno dei canali più apprezzati nella piattaforma Sky in Italia – questo per ammissione stessa della dirigenza, che più volte ha elogiato il canale – nonostante il successo che abbiamo avuto in termini di ascolti, Sky ha deciso di non rinnovare il nostro contratto, dal giorno alla notte, senza che fosse stata avviata nessuna trattativa. Siamo stati anche accusati di aver chiesto troppi soldi, ma credo che abbiamo fatto venir fuori la verità, pubblicando tutti i documenti a nostra disposizione.

E qual è la verità?

Che i soldi non c’entrano nulla e che le vere motivazioni della chiusura di Current sono di alta natura politica, in prima istanza collegati a quanto sta succedendo negli Stati Uniti, dove Current – seguendo la strada italiana e cambiando quindi la natura editoriale del progetto, per diventare di fatto un canale di informazione indipendente – ha deciso di entrare nell’arena televisiva americana. E lo farà il 20 giugno prossimo,  con un canale completamente rivisitato e molto più simile a quello italiano e con un grande personaggio come testimonial, quel Keith Olbermann paragonato al nostro Michele Santoro. Quindi un personaggio molto scomodo, nemico storico dell’informazione di Fox News, e quindi di Murdoch e di tutto il suo universo.

Al di là del Santoro americano, secondo te è possibile che ci siano anche questioni interne italiane? Ti faccio due esempi. Primo: avete mandato in onda diverse cose poco piacevoli per il premier, da “Rai per una notte” ai documentari che nessuno voleva a parte voi.

Current ha dato molto fastidio, perché nonostante non abbia folle oceaniche che la seguono, ha avuto oltre 400 mila contatti al giorno e oltre 5 milioni al mese, numeri importanti considerando che la platea Sky è di circa 13 milioni di utenti. Ma cosa ancor più rilevante è l’estrazione del pubblico di Current, che ha un seguito molto forte nei giovani, nella rete, nelle persone che vogliono cambiare il mondo, e in più ha una diffusione completa all’interno di tutte le redazioni dei giornali. Per cui tutti i direttori seguono e conoscono Current, tutti gli artisti seguono e conoscono Current, tutti gli influencers – per usare un termine molto in voga – seguono e conoscono Current.

Pochi ma buoni.

Se anche io avessi 100 lettori e quei 100 lettori fossero gli amministratori delegati delle prime 100 aziende al mondo, a me quei lettori basterebbero e avanzerebbero. Non conta solo il numero di persone che ti segue, è anche chi ti segue che fa la differenza.

Seconda ipotesi che ti prospetto: Sky e Mediaset si stanno in qualche modo avvicinando e voi siete la testa che deve cadere.

Non è completamente insensato quello che stai dicendo, anzi. Considera che nell’ultimo esercizio Sky ha dimezzato i propri profitti, arrivando a saturare la propria strategia di sviluppo: hanno aumentato il numero di abbonati di circa 400 mila unità, dimezzando il valore che ogni singolo abbonato ha per loro. Oramai per Sky è finita la possibilità di espandersi nel business satellitare, non hanno grandi margini di manovra. Per loro stessa ammissione, se vogliono continuare ad aumentare i profitti devono per forza di cose andare sul digitale terrestre, dove hanno già un canale, “Cielo”. E se vuoi entrare nel mercato del digitale è evidente che avere il Governo contro – che controlla, influenza o semplicemente non ostacola certe operazioni – non aiuta. In questo scenario a Sky non fa piacere avere un canale come Current, che dà fastidio anche al Governo.

A questo punto quali sono le prospettive?

Se non riusciremo a continuare il lavoro su Sky, stiamo già studiando varie alternative, la principale è andare sul digitale terrestre ed essere visibili a tutti gratuitamente .

Come si può fare informazione indipendente,  conciliando quella sana cattiveria che ci vuole per farla, con i giusti introiti economici? Sembra un cane che si morde la coda.

Per questo motivo la distribuzione ideale è quella su Sky, che paga a tutti i canali un contributo per cui il legame con il mercato pubblicitario è meno forte. Andando sul digitale, dove tutto è basato sulla pubblicità, questo problema naturalmente si acuisce. Per fortuna ci sono tanti brand con un tipo di comunicazione e reputazione trasparente e limpida, che si sposano perfettamente – e si sono già sposati – con quello che stiamo facendo. Però è evidente che il problema c’è, comune a tutti gli editori: non escludiamo infatti che ci possa essere anche una forma di azionariato popolare, che possa sostenere anche il business model del canale e quindi sopperire alle eventuali mancanze pubblicitarie. Se fai inchieste scomode, che ledono gli interessi di grandi gruppi, questi per reazione non vengono ad investire sul canale.

In ogni caso siamo sicuri che Current non sparirà.

No, non siamo sicuri! (ride) Andare sul digitale è costoso e complicato a livello regolamentare. Ma siamo fiduciosi, perché da un po’ stiamo lavorando a questo progetto e i segnali che abbiamo ad oggi sono molto incoraggianti.

Quale libro consiglieresti di leggere ad una persona che vorrebbe fare il giornalista indipendente?

(risata)

Anche se ha qualche anno oramai, consiglierei un libro molto piccolo, molto forte, che s’intitola “L’ultima copia del New York Times”.

Un’aforisma che ti rappresenta?

Queste sono domande difficilissime…. Diciamo che la frase che mi ripeto più spesso negli ultimi tempi, e che rispecchia il mio modo di pensare, è “chi non ha la soluzione è parte del problema”. C’è molto da cambiare e per cambiare bisogna avere l’approccio giusto.

 

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