STRAGE DI CAPACI/ Salvatore Borsellino: “Per Paolo Giovanni Falcone era davvero un fratello. Dopo la sua morte aveva capito che il prossimo sarebbe stato lui”

Il 23 maggio 1992 sull’autostrada Palermo-Trapani, all’altezza di Capaci, la mafia fece esplodere 500kg di tritolo uccidendo sul colpo i tre agenti della scorta di Giovanni Falcone. Poche ore dopo morirono anche il giudice e sua moglie Francesca Morvillo. Da anni Falcone era temuto da Cosa Nostra perché, insieme al collega ed amico Paolo Borsellino, stava svelando la triangolazione mafia-economia-politica italiana. Oggi cade il ventennale della strage ma la sua lotta antimafia continua, sostenuta da molti.

di Maria Cristina Giovannitti


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“La mafia non è invincibile” ha sempre ripetuto con convinzione il giudice Giovanni Falcone che ha dedicato tutta una vita per lottare contro l’illegalità. Venti anni fa, il 23 maggio 1992, all’altezza della A29, allo svincolo di Capaci, Falcone ha pagato con il sangue la sua sete di verità, perché la mafia uccide, soprattutto quando le indagini portano a galla verità che fanno paura. Stessa sorte, soltanto pochi mesi dopo, toccherà anche a Paolo Borsellino, amico e collega di Falcone.

Dopo la morte dei due giudici, sappiamo bene cos’è successo, a cominciare dalla trattativa Stato-mafia, un accordo tra Stato ed anti-stato per frenare l’ondata di attentati, coinvolgendo magistrati, politici, forze dell’ordine. Salteranno fuori i nomi del senatore del PdL Marcello dell’Utri, politico e co-fondatore del partito di ForzaItalia, e di Giulio Andreotti, senatore a vita, entrambi accusati per concorso esterno in associazione mafiosa. Paolo Borsellino venne a conoscenza della trattativa, scoprendo come persone di cui si fidava, in realtà erano coinvolte direttamente in contatti con la mafia. La stessa moglie Agnese indirizzò i sospetti sul generale termolese Antonio Subranni, indagato per favoreggiamento della latitanza del boss Bernardo Provenzano e per depistaggio alle indagini per l’omicidio di Peppino Impastato.

Oggi, a venti anni di distanza da quella strage, Salvatore Borsellino con grande disponibilità ci parla di Falcone e del fratello. Ci regala emozioni forti, andando a pescare ricordi e racconti dal fondo del cuore. Ma la rabbia è tanta perché, ci dice Borsellino, siamo ancora lontani dallo sconfiggere la mafia.

Che ricordo ha della strage di Capaci?

Nel momenti in cui sentii che era morto Falcone, immediatamente pensai che sarebbe toccato anche a Paolo.

Anche lui avrà avuto la stessa consapevolezza …

Sicuramente. Paolo diceva sempre che Giovanni era la sua «assicurazione sulla vita». Si sentiva molto legato a Falcone e sapeva che in fondo avevano lo stesso destino. Dopo la morte di Falcone mio fratello cominciò a dire di dover fare tutto di fretta. Sentiva e sapeva di avere poco tempo.

Falcone e Borsellino sono stati sempre alla ricerca della verità, oggi secondo lei che valore ha la legalità?

In Italia oggi la legalità non è più conosciuta. Mi rifiuto anche di partecipare ad interventi sulla legalità quando nel nostro Paese vengono approvate delle leggi che vanno contro il principio della legalità. Mi riferisco alla legge sullo scudo fiscale che in realtà dovrebbe chiamarsi riciclaggio fiscale, oppure alla depenalizzazione del falso in bilancio o le prescrizioni che vengono accorciate. Il messaggio di Paolo e Giovanni ancora oggi esiste, ma non nella vecchia generazione che è assuefatta a certe corruzioni. I giovani, invece, sono vivi e vigili e sono loro a riprendere la lotta di Falcone e Borsellino.

E che ne pensa del rapporto attuale politica-mafia?

La situazione è addirittura peggiorata. Ormai i politici accusati di concussione non provano più alcuna vergogna. Almeno una volta la vecchia DC portava alle dimissioni dei politici coinvolti. Oggi no, c’è l’impudenza dell’impunità. Scomparsi gli ideali politici resta solo una massa incolore che pensa alla salvaguardia dei proprio interessi. Giovanni era di sinistra, Paolo di destra e lavoravano con armonia insieme perché puntavano al bene comune e servivano lo Stato.

Riguardo alla trattativa Stato mafia, il magistrato Alessandra Camussa riferisce che quando Paolo scoprì il tradimento di persone a lui vicino che collaboravano con l’anti-Stato, pianse

Quei giorni per Paolo sono stati terribili e non a caso disse alla moglie Agnese «Sto vedendo la mafia in diretta». Paolo la mafia l’aveva sempre vista e la combatteva ogni giorno, ma quella volta la vedeva dalla parte delle istituzioni, di chi la mafia diceva di combatterla. Forze dell’ordine e magistrati, come il pm Antonio Signorino che gli era stato accanto nel maxi processo, lo avevano tradito ed erano passati all’anti-stato. Agnese dice che quando Paolo tornava a casa, dopo mangiato vomitava, tanto era il suo disgusto verso ciò che gli veniva rivelato.

Paolo, secondo lei, è stato ucciso perché è venuto a conoscenza di queste trattative? Perché era un ostacolo?

Paolo sarebbe stato comunque un ostacolo perché non concepiva che ci potesse essere una trattativa tra Stato e anti-Stato, quella mafia che aveva ucciso suo fratello Giovanni. Perché per Paolo Giovanni Falcone era davvero un fratello. Scoperto il reato della trattativa bisognava eliminarlo ed anche in fretta perché di sicuro lui avrebbe rivelato tutto all’opinione pubblica e, come suo dovere, avrebbe perseguito penalmente tutti i coinvolti. La trattativa Stato-mafia è un reato. Paolo sarebbe stato eliminato ma non così in breve tempo.

Che ultimo ricordo ha di suo fratello?

Nell’ultima telefonata gli dissi “Perché non vai via da Palermo? Ti ammazzeranno”. Ricordo che lui mi aggredì verbalmente dicendomi “Tu sei scappato e chiedi anche a me di andare via”. Sono parole che oggi mi pesano sul cuore perché io sono fuggito egoisticamente, lui è rimasto a Palermo a lottare.

Eppure Giovanni Falcone diceva che la mafia, come evento umano, è destinata a finire …

La mafia, se fosse solo militare, sarebbe già finita. Il problema in sé non è la mafia ma tutto ciò che le è attorno: collusioni, appoggi, convivenze ed accettazioni. Siamo ancora troppo lontani dalla fine. Purtroppo è come un cancro con delle metastasi che si sono radicate.

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