PEP GUARDIOLA/ “Il calcio è spettacolo”. Ritratto di un mito…

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Se un centrocampista difensivo – difensivo per modo di dire, visto il personaggio in questione – ha in camera il poster di Michel Platini le cose sono due: o non saprà mai fare il suo mestiere o ha un’idea di calcio che è sinonimo di spettacolo e bel giuoco, tocchi di fino ed eleganza. Ora immaginate un Felipe Melo qualsiasi o un Marcel Desailly, centrocampisti difensivi che con il calcio champagne nulla hanno a che spartire: ce li vedete con il poster di Roi Michel in cameretta? Entriamo nel mondo di Pep Guardiola.

Oppure sui campi polverosi di periferia a dribblare tanti bambini per andare in porta e far goal?

Josep Guardiola i Sala, meglio conosciuto come il Pep, era quel ragazzino che, al momento di fare le squadre e mettere su una interminabile partita, tutti volevano avere come compagno. Perché ti faceva vincere. Segnava, distribuiva palloni, incitava i compagni. Era un leader già dagli esordi a Manresa, un piccolo centro della Catalunya poco distante da Barcellona, dove il Pep si conquistava i primi sguardi d’ammirazione.

Formatosi a La Salle, il centro d’educazione infantile, primaria e secondaria di Manresa, e cresciuto calcisticamente nel Club Gimnàstic, a soli 13 anni Guardiola sbarca nel fantastico mondo della Masia, la casa del futbol barcelonista, dove crescono gli uomini e i campioni del futuro. Costruita nel ’79, su proposta dell’allora idolo blaugrana Johan Cruyff – uno che ha trasmesso idee e carisma al Barça di oggi – la cantera catalana è riuscita a sfornare, nel tempo, campioni come Beguiristain, Alexanco, Xavi, Iniesta, Puyol, Messi e tanti altri.

Oltre a Guardiola, chiaramente, uno che incarna perfettamente lo spirito di rivalsa della Catalunya verso lo stato accentratore di Madrid, uno che rispecchia lo stile sobrio e spettacolare di Barcellona città e squadra.

Questo da sempre, ma di più – molto di più – da quando si è messo ad umiliare i madrileni sui verdi prati della Spagna: l’anno scorso 6 a 2, quest’anno 5 a 0 prima e la quasi certa eliminazione dalla Champions poi. Quando Guardiola vede blanco si trasforma in un rivoluzionario indipendentista che distrugge i sogni “dittatoriali” del Real Madrid.

Il calcio è spettacolo, non conosco altro modo di vincere”, dice Guardiola con una semplicità pazzesca. Ma in fondo è così, gioca semplice e a due tocchi, joga bonito, vinci e convinci.

Lo faceva l’Olanda di Cruyff, che per la verità vinceva poco, lo faceva il Barça di Cruyff – prima giocatore, poi allenatore di quel Dream Team che vinse quattro scudetti di fila e la prima Coppa dei Campioni contro la Samp di Vialli e Mancini – lo fa il Barça di Guardiola.

Che, non a caso, era il fulcro, la mente, del Dream Team guidato dal grande Johan.

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INTERVISTA A GUARDIOLA REALIZZATA DA ANDREA SUCCI

“Il Barça gioca allo stesso modo da 25 anni”, ripete Guardiola, “abbiamo uno stile formatosi proprio grazie a Cruyff, che qui ha trovato terreno fertile dove seminare la sua idea di calcio spettacolo.”

Il calcio totale degli orange di fine anni ’70 si è reincarnato nel calcio spettacolo del Barça di Guardiola. Che ha aggiunto concretezza e tenuta difensiva ad un impianto creativo e votato all’attacco.

In questa stagione siamo a 89 goal fatti e 19 subiti in 34 partite. Dati impressionanti che certificano l’assoluto predominio, nazionale e internazionale, di una squadra monstre. “Il segreto? Umiltà, lavoro, rispetto delle regole.” Guardiola sa che per restare ad alto livello e giocare come alla playstation ci vuole tanto sudore e tanta fatica.

Fermo restando i piccoli piaceri della vita. La famiglia, i suoi tre figli. E poi il golf e la moda, persino una sfilata per lo stilista spagnolo Antonio Mirò. Ed è proprio grazie a quella sfilata che il poco più che 18enne Guardiola conosce Cristina Serra, colei che diventerà sua moglie e che all’epoca lavorava in un popolare negozio di moda di Serra, dove si svolgeva l’evento fashion organizzato da Mirò.

Stranezze e coincidenze della vita, sliding doors che non smettono mai di regalare sorprese. Destini che s’incrociano, incontri che si trasformeranno in grandi amicizie, come quelle con Baggio e Mazzone, o come quella – poco pubblicizzata – con Raul Gonzalez Blanco, rivale e capitano storico del Madrid, ora in Bundesliga, allo Schalke 04.

Grazie anche alle mogli di entrambi è nata un’amicizia cui nessuno avrebbe mai creduto, nonostante le affinità caratteriali tra i due. Perché? Pensate a Totti e Di Canio a cena insieme…

E invece il filosofo de “la seix copas”, le sei coppe come le chiamano in catalano, è uno capace d’imprese epocali, raggiungere traguardi impensabili e andare oltre quei limiti. “Per saper vincere, bisogna sapere perdere”, ama ripetere Guardiola. E “Saper perdere” è anche il titolo di un libro pubblicato dall’amico regista David Trueba, che si è goduto la fortuna di poterlo presentare avendo il Pep accanto. 

Poliedrico negli interessi, curioso per natura, Guardiola riesce ad applicare sul campo le sue conoscenze extra-calcistiche. L’armonia del gioco, lo scorrere leggiadro del pallone, i movimenti plastici e mai banali dei suoi calciatori, le accelerazioni di Messi, i triangoli veloci, le diagonali perfette: tutto è sinfonia al Camp Nou, una musica che ammalia i tifosi, ipnotizza gli avversari e fa crescere il mito.

“Il calcio è spettacolo e questo è l’unico modo di vincere”. Parole di un mito…

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