MADDALENA ROSTAGNO/ “Quando papà veniva a prendermi a scuola e io mi vergognavo…”

di Riccardo Giannini

Il papà si chiamava Mauro Rostagno, giornalista di origini piemontesi morto in un agguato mafioso in Sicilia. Quest’anno, finalmente e grazie anche alle battaglie della figlia Maddalena, dopo 23 anni il “processo Rostagno” è stato riaperto e per chi vuole seguirlo esiste anche un gruppo Facebook nato per diffondere le notizie del processo in corso a Trapani.” Da poco è uscito il libro, scritto insieme al molisano Andrea Gentile, “Il suono di una sola mano” (ed. Il Saggiatore), in cui Maddalena racconta la storia di un padre “di cui mi vergognavo quando veniva a prendermi a scuola ma che non si è mai venduto al Sistema.”

mauro_rostagno_1Mauro Rostagno ama gli uomini, la società. Diventa presto uno dei leader delle rivolte studentesche  ed è tra i fondatori di Lotta Continua. Studia alla neonata facoltà di Sociologia a Trento, vi si laurea con il massimo dei voti e Bobbio in commissione. Viaggia, e da Trento a Milano, da Milano l’India e poi di nuovo in Italia, a Trapani, dove fonda Saman, e poi il giornalismo di denuncia, e infine, perderà la vita in un attentato per mano mafiosa. Maddalena Rostagno è la figlia di Mauro. intanto ha scritto un libro con il giovane Andrea Gentile, per raccontare la vita di suo padre, storia meravigliosa dal finale crudelmente vero. (Il suono di una sola mano – Maddalena Rostagno/Andrea Gentile, ed. Il Saggiatore, 2011)

 

Il libro è nato da una collaborazione a quattro mani con un altro scrittore, Andrea Gentile. Com’è stato il vostro primo incontro?

Con Andrea ci siamo sentiti prima telefonicamente un paio di volte, poi prima di dirgli sì avevo bisogno di conoscerlo perché sapevo sarebbe stata un’avventura intensa, anche perché vivevamo in due città diverse ma dovevamo incontrarci. Non so se ho qualcosa di intelligente da dire sul nostro incontro… È arrivato con una torta e si è presentato come Andrea, una persona molto gentile, ci siamo fatti una lunga chiacchierata. Teoricamente avrei dovuto io scrivere il libro e lui fare l’editor, ma è tornato a Milano dall’editore con la mia proposta, ovvero che non facessi un libro con un editor ma una cosa scritta a quattro mani perché avevo bisogno di una persona che fosse meno coinvolta. Di Andrea avevo visto i lavori che aveva fatto con Deaglio e il Raccolto Rosso quindi mi piaceva come lavorava, ed è nata questa collaborazione che, vivendo in due città diverse, è stata telefonica, di incontri di sabato e domenica, di chiacchierate al telefono; è stato un incontro strano, eravamo tutti e due emozionati di conoscerci e lui è arrivato con questo dolce, ci siamo parlati per un po’ e ho capito che poteva funzionare.

Forse un’altra cosa che devo dire è che l’anno prima era uscito questo fumetto di Beccogiallo su mio papà, che hanno fatto due ragazzi di Trapani, uno ha la mia età, l’altro più giovane, e poi hanno coinvolto un disegnatore di Palermo [Lobo]. Il lavoro era assolutamente loro, io non c’entro nulla anche se per un annetto e forse anche più ci siamo parlati, scambiati molte cose via mail e su Facebook, ci mandavamo canzoni e altro. Il lavoro mi è piaciuto molto così come l’idea che a fare dei lavori su Mauro siano giovani. Sono passati 23 anni, i giovani non sanno chi è, io sono la figlia, è importante che a parlare e scrivere e fare cose su Mauro non siano solo quelli che sono stati i suoi amici, quelli della sua generazione, perché altrimenti si rischia di rimanere sempre chiusi. Questa collaborazione coi giovani secondo me è molto bella; anche per le curiosità, per le domande che uno giovane farebbe e per alcuni aspetti  che in una chiacchierata con un adulto non verrebbero fuori… e poi è stata anche l’età di Andrea, del fatto che fosse giovane e che dunque non ci fosse nulla di scontato nella storia di Mauro.

Il_Suono_di_una_sola_ManoDunque è stato un interesse, possiamo dire, più “storico” che “di cronaca

Un ragazzo che non sa nulla è libero e quindi tutte le sue domande e curiosità possono essere più dirette ma anche più dolorose in certi frangenti, però ne viene fuori una cosa più chiara più vicina a quello a cui vorrei si avvicinassero i giovani: che anche tra loro rimanesse un bel ricordo di Mauro.

A proposito dei giovani, volevo chiederti: l’attuale clima culturale italiano e lo spirito dei ragazzi permetterebbe una nuova Macondo?

Stasera stavo guardando il TG3 e c’era un po’ di servizi sulla preparazione della piazza per la manifestazione di domani, hanno intervistato un po’ di giovani e ce n’era uno che ha detto una frase molto carina, che era “domani andiamo in piazza siamo indignati” ha fatto tutto un discorso e poi ha detto questa frase: «Noi giovani vogliamo essere liberi di fare errori, di poter sbagliare, però errori nuovi». Io sono per una via di mezzo, ho quarant’anni per cui non sono né i giovani indignati di oggi di vent’anni (anche se però anch’io rientro nel grande gruppo degli indignati) né quelli della generazione del mio babbo e della mia mamma, che hanno fatto la rivoluzione. Però mi fa un po’ tristezza quando succedono certe cose, quando leggo nei giornali che ci sono sempre questi vecchi che hanno fatto le cose, che giudicano sempre molto, hanno sempre delle etichette da dare su quello che fanno, o quello che succede grazie ai giovani. Bisogna sì anche ascoltare, ricordarci quello che è successo, per non far ripetere gli eventi, ma appunto per consentire ai giovani di fare i loro, nuovi errori. Quindi rispetto a Macondo oggi penso siano possibili delle diverse forme, nuove; andava forte in quegli anni perché non c’erano state delle cose, oggi ce ne sono altre, altrettanto belle, quindi usiamo una forma diversa, un continuo tornare indietro non avrebbe senso; è stato importante perché era la prima volta che venisse aperto uno spazio così, ma adesso ci sono altre cose che sono la Macondo di allora.

Oggi Macondo, quel luogo e quello spirito che emerge dal libro, sembra quasi rientrare in una sorta di passato mitico, in un alone quasi leggendario, luogo dove si perde lo storico, e suscita il desiderio di attualizzarlo, farlo tornare ad essere vivo, secondo le forme e necessità di questi tempi.

Quella di mitizzare è una cosa che mi auguro di non aver fatto, e quando ho raccontato delle piccole cose personali è proprio perché non voglio fare il santino di mio papà, ad esempio quando nel libro racconto di quando mi vergognavo di papà che veniva a prendermi a scuola è un mio modo di esprimere la vita di un uomo che valeva la pena raccontare; perché ha avuto una vita breve ma molto intensa che è finita nel modo sbagliato, perché di fatto aveva messo in gioco la cosa più preziosa, però non bisogna mitizzare troppo, era un uomo egoista che aveva dei difetti e tutto. In questo senso non avrebbe senso di riparlare di una Macondo oggi come quella di allora perché le cose evolvono.

Tuo padre in un’intervista a Sciascia gli chiese: “cos’è l’Italia?” Ti rivolgo la stessa domanda.

È una gran vittoria, dopo 23 anni, essere entrati in un aula di tribunale. Abbiamo avuto grandi momenti di attenzione in passato, e abbiamo scritto questo libro per riceverne oggi. Non voglio rilasciare una dichiarazione di questo genere, rischierei di diventare un personaggio.

A proposito dei media, cos’è la verità oggi ai tempi della “macchina del fango” e dei mezzi di comunicazione che hanno il potere di deciderla per noi?

In questo noi siamo fortunati, nel senso che dieci anni fa le persone erano informate dai quotidiani e dai telegiornali che decidono molte volte prima del tempo dovuto e pensano troppo spesso su molte cose che accadono, influenzandone il corso. Ma sta anche nascendo un altro tipo di informazione grazie ai giovani in movimento che ridimensioneranno il potere di influenzare le persone.

Il vecchio potere ha influenzato spesso in passato.

Non solo nella storia di mio padre ma anche tutte le altre. In questi anni ho ampiamente letto di persone che hanno vissuto storie in qualche modo simile alla mia, e leggendo scopri delle cose terribili, similitudini pazzesche. Sono giornalisti che hanno anche vissuto lavorativamente altri omicidî, hanno già visto questo film, ne hanno già scritto e continuano a scriverne… attenzione!

Come dovremmo ricevere l’eredità che ci lascia tuo padre?

Quello che può piacere ai giovani di Mauro è che non si è mai venduto al sistema. Certo, questo lo ha pagato, ha dato la vita. Dimostra come ognuno poteva decidere di andare sulla propria strada, ottenere risultati, ma per questo non attraverso lo scontro, ma in altro modo, più moderato del TUTTO E SUBITO tipico della sua generazione. Io credo che questo possa dare l’esempio.

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