LORENZO DIANA/ “L’antimafia è una battaglia di libertà che nessuna dittatura può fermare”

di Andrea Succi

Un laureato dell’antimafia. Con bacio accademico conseguito anche grazie a “Gomorra”, di Roberto Saviano. Lorenzo Diana è l’unico politico citato positivamente nel best seller sulla camorra. Non ama auto-definirsi, ma ci tiene a precisare che “sicuramente non sono un Don Abbondio”. Non si fa fatica a credergli, visto che nonostante le ripetute minacce ricevute dal clan dei Casalesi – prima volevano gambizzarlo e poi regalargli una fine scoppiettante – Lorenzo Diana continua nella sua “battaglia di libertà che nessuna dittatura può fermare”.

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Perché di questo si tratta, bisogna scegliere se essere e sentirsi uomini liberi in terra di camorra (e non solo) o se chinare la testa e baciare le mani insanguinate di assassini senza scrupoli. Che oramai si sono trasformati inuna holding economico criminale, in cui le pattuglie militari, i killer, sono una parte marginale.” Ma sempre di assassini si tratta.

Per uno che vive sotto scorta dal 1995 non dev’essere facile avere una vita “normale” e invece “l’ultima volta che sono stato al cinema risale a dieci giorni fa”. Anche così Lorenzo Diana dimostra, innanzitutto a se stesso, che la paura è fisiologica e serve per proteggersi e che il coraggio e la dignità non sono qualità cui si può rinunciare a cuor leggero.

Soprattutto per chi ha combattuto “questo mostro” in trincea: prima consigliere comunale a San Cipriano d’Aversa, nel cuore del fortino casalese; poi consigliere provinciale, deputato, senatore, componente della Commissione Antimafia e membro di diverse associazioni anti-racket e anti-camorra. Oggi è Coordinatore Nazionale della Rete per la Legalità e porta in giro per l’Italia, nelle scuole, nelle associazioni, nelle piazze, la sua esperienza e la sua voglia di vincere la partita contro la holding camorristica.

Con semplicità disarmante ci regala una lunga e accorata intervista in cui dipinge la storia della criminalità campana “dai guappi, che apparivano anche folkloristici, alla camorra di oggi, che nulla ha a che vedere con il passato”. E la sua storia si srotola in una assurdo e parossistico parallelismo con la trasformazione e la crescita di “quei giovani delinquenti che volevano mettere le mani in maniera assolutistica su tutto”. Più il muro della camorra si alza, più aumenta la ferocia e la bramosia di potere criminale, maggiori sono i rischi che Diana corre. Un increscendo rossiniano costellato di grandi vittorie e rumorose sconfitte.

Con una costante certezza:“Sarà un processo lungo e difficile ma possiamo ottenere la sconfitta della camorra.”

 

Dopo la laurea in storia e filosofia sei stato insegnante.

Il mio insegnamento non era finalizzato allo studio mnemonico, ma piuttosto a formare una coscienza critica negli studenti. Per metterli in crisi, chiedevo loro di riassumere in 10/15 minuti cosa fosse accaduto dalla preistoria alla rivoluzione francese. Spesso non sapevano rispondere, perché magari ricordavano storie singole senza avere uno sguardo d’insieme.

Eri l’insegnante palloso o quello simpatico?

Mentre altri chiedevano autorizzazioni per viaggi d’istruzione e gite, io sollecitavo i genitori affinché i ragazzi  potessero venire con me la domenica e girare a piedi per Napoli, visitando le varie parti storiche della città e i monumenti. Ci divertivamo.

Ricordi il tuo primo giorno di lezione?

Ricordo i primi periodi. Scelsi filosofia perché mi affascinava ma soprattutto per la docenza, perché avevo un riferimento forte in don Milani, nella sua esperienza culturale e d’impegno tesa a fare della scuola una grande leva di formazione. Quindi il mio metodo fu quello: puntare molto sulle persone e sul rapporto positivo tra docente e ragazzo. Quando i miei impegni istituzionali divennero troppo impegnativi decisi di mettermi in aspettativa, perché capivo che avrei potuto fare dei danni ai ragazzi.

Ma come ti è saltato in mente di darti alla politica? Soprattutto in un territorio come il tuo…

Ma io non ho deciso di darmi alla politica! Fu il mio impegno civile ad accorgersi che doveva fare i conti con la politica. Allora si pensava di cambiare il mondo. Era la fase del ‘68 e post ’68 e l’impegno civile non iniziava certamente nei partiti, ma nei circoli, nelle associazioni, con gli studenti.

Ci sarà pur stato un momento in cui hai deciso di fare politica.

Solo dopo,  nel ’76, quando conosco quella che diverrà mia moglie, e torno da Napoli a San Cipriano con un gruppo di amici universitari per impegnarci anche politicamente.

In quell’epoca di grandi cambiamenti, sentivi l’odore di camorra forte come accade oggi?

Quell’impegno civile ci portò a toccare con mano un fenomeno che stava mutando e crescendo in quegli anni. La modernizzazione economica e sociale che si viveva negli anni ’70 si ripercorse anche nella criminalità. Per cui la camorra che conoscevamo prima, rurale e anche un pò folkloristica, rappresentata da 4/5 guappi di quel territorio, sarà totalmente trasformata. I guappi non avevano vere e proprie bande ma pochi collaboratori e qualche amico.

Sembra un film di Francesco Rosi.

Devo dire che in quei primi anni la presenza della camorra nell’Agro Aversano non era proprio asfissiante. I guappi erano folkloristici e controllavano prevalentemente l’agricoltura: era difficile vendere i prodotti delle campagne senza passare per le loro mani. Gli intermediari, i commercianti più grandi, per venire in zona si dovevano rivolgere a loro e gli dovevano un regalo. Una forma arcaica di estorsione.

E poi che successe?

Antonio Bardellino e Mario Iovine, all’epoca giovani delinquenti, finiscono in galera. Nel carcere vengono in contatto con Cosa Nostra, che affilierà Bardellino. La mafia siciliana voleva mettere ordine nella criminalità campana, perchè c’era l’insidia dei marsigliesi per il controllo del contrabbando delle sigarette. Quindi per interessi mafiosi siciliani arriva la trasformazione della camorra campana – da una parte la Nuova Famiglia di Bardellino e dall’altra la NCO di Cutolo – che sulla scia del processo di modernizzazione economico italiano diventa una camorra più moderna.

Piccoli uomini crescono…

Mentre altri leggevano la camorra come residuo di sottosviluppo e di arretratezza, a noi, a me fu chiaro da subito che ci si trovava di fronte ad un processo di trasformazione nuovo.

E i guappi che fine fanno?

Sterminati dai nuovi rampolli. I Bardellino, gli Iovine e altri nell’arco di pochi anni faranno ammazzare tutti i vecchi guappi, in particolar modo Dante Pagano, Peppe Braciola, i Simeone. Massacrati tutti. Nella famiglia Simeone, a Casal di Principe ne ammazzano quattro in una sola volta. Per dire: da oggi comandiamo noi. La camorra fa il salto di qualità anche con il sequestro del figlio di Vincenzo Coppola, che guarda caso sarà ritrovato in Sicilia. A fine anni ’70 la camorra esplode in tutta la sua potenza e per la prima volta, nel 1978, presenta una lista civica a Casal di Principe, ispirata da Mario Iovine.

Ed è in questo momento che, per la prima volta, la camorra si interessa anche di politica.

Ma a livello popolare questo fenomeno non veniva totalmente percepito come cosa della camorra. Eppure, nell’arco di pochi anni, ci imbattemmo in un muro che diventava sempre più alto ed era il muro della nuova camorra, che si occupava non solo di appalti ma cominciava a guardare anche ai comuni e quindi alla politica. Tra fine anni ‘70 e metà anni ‘80 avviene un processo di infiltrazione della camorra negli enti locali e noi per primi cominciammo a fare i conti con i Bardellino, Ernesto e Antonio, che erano figli di un operaio stimato del paese, una persona per bene, che non faceva parte del mondo della delinquenza.

Però era socialista.

Gran parte degli operai di quella zona erano socialisti, e infatti per lungo tempo c’era stata una collaborazione tra PSI e PCI. Ernesto Bardellino, che era consigliere comunale da molti anni, non veniva percepito come persona vicina alla camorra, e probabilmente all’inizio non lo era nemmeno. Quando poi il fratello Antonio divenne leader indiscusso della Nuova Famiglia, grazie alla guerra contro la NCO di Cutolo, loro emergono, si affermano sul campo di battaglia e così cominciano ad espandere le proprie mire su tutto.

Un mostro in continua crescita.

Pensa che arrivammo a rompere una collaborazione storica col PSI, proprio perché c’era stata questa infiltrazione dei Bardellino, che influirono anche sulla DC. Ernesto aveva ancora il callo sulle mani, perché faceva lo stuccatore. Divenne sindaco e si fece appoggiare dalla DC e da due consiglieri comunali del PCI, convinti con le buone e con le cattive, che poi furono da me espulsi dal partito.

Quindi già prima di arrivare alla metà degli anni ’90, c’erano stati scontri forti tra te ed esponenti della camorra.

Quando nel ‘82/’83 capimmo chiaro e tondo che la camorra voleva mettere le mani in modo assolutistico sui comuni, comincia una nostra lunga fase di opposizione. Sembrava di stare in un tunnel di cui non si vedeva la fine, eravamo controllati a vista e sottoposti ad isolamento sociale. La gente, nonostante ci appoggiasse, aveva paura. Così iniziammo delle battaglie, che ci portarono a fare nascere un movimento anticamorra, messo su nella zona aversana da quattro, cinque di noi. Questo movimento comincerà piano piano a fare manifestazioni e iniziative, finché non riceve la visita – per la prima volta – del Presidente della Commissione Antimafia, che all’epoca era Gerardo Chiaromonte.

E improvvisamente si accendono le luci.

Cosa che diede molto fastidio. Secondo quanto rivelato dai pentiti, già nel 1988 mi volevano gambizzare. Però c’era una discussione al loro interno: alcuni propendevano per il si, “perché dobbiamo dare un segnale, dà troppo fastidio”, altri invece dicevano che questo attentato avrebbe fatto troppo rumore.

In fin dei conti si trattava di un segnale “positivo”: cominciavano a temere che il vostro lavoro potesse dare i suoi frutti.

E infatti quella nostra battaglia, che porterà a manifestazioni anticamorra di massa, fino ad avere diecimila persone a marciare, sfocerà nel 1991 con lo scioglimento di 25 consigli comunali – tra cui Casal di Principe, Casapesenna, Mondragone, San Cipriano d’Aversa e altri – tutti in provincia di Caserta e tutti nel raggio di venti chilometri. Una vera e propria macchia d’olio camorristica. A questo punto la rottura s’era già consumata, perché loro ci vedevano come quelli che avevano costretto lo Stato ad intervenire.

Cosa succede nel 1994? Perché si arriva all’uccisione di Don Diana?

Nel ‘93 il nostro rappresentante Renato Natale vince le comunali di Casal di Principe. Dopo l’assassinio di Don Diana, il 19 Marzo 1994, io vengo eletto al Parlamento e il Presidente dell’Azione Cattolica della Parrochia di Don Diana viene eletto senatore. Noi dell’opposizione alla camorra vinciamo tutto, Comune, Parlamento etc. E questo li fa allarmare.

Ma tu e gli altri continuate imperterriti nella vostra battaglia.

Questo rapporto tra sociale, politica e istituzioni aveva creato una forte sinergia contro la camorra, fino a quando si arriva al 5 dicembre ’95, quando scatta l’operazione Spartacus: per la prima volta la camorra di quel territorio subisce un colpo molto forte, 152 arresti, mentre prima subiva pochi arresti, scarcerati in poco tempo.

Quella notte cambia la tua vita.

Le forze dell’ordine, durante gli arresti e nelle case degli arrestati, ascoltano invettive e accuse contro me. Da quel giorno in poi vengo messo sotto tutela, vengo avvisato di non uscire e mi viene data subito la scorta. Poi di lì a poco i non arrestati, i latitanti, si riuniranno e decideranno di farmi fuori con una bomba da piazzare sotto l’auto. Uno dei partecipanti a questo vertice, che viene arrestato, grazie a dio comincia a collaborare e fa ritrovare l’ordigno preparato proprio da lui per me.

Quando hai saputo della bomba, quando ti hanno raccontato del summit contro di te, come ti sei sentito? Ricordi quello che hai provato al momento?

La sera del 5 dicembre ’95, poco prima che scattasse l’operazione Spartacus, ero stato promotore di un vertice istituzionale tra comune, provincia, regione e governo. C’erano il sottosegretario all’interno, il presidente della Commissione Antimafia, il presidente della Provincia e il presidente della Regione. Questo avveniva a San Cipriano, a casa mia, ed era notorio che fossi stato io ad averlo promosso. Finito il vertice, mentre torniamo a casa, vediamo tanti posti di blocco. La polizia stava già effettuando il blitz. La totale coincidenza delle due operazioni portò al convincimento che era tutto preparato. Quando vengo chiamato il giorno dopo, a quel punto c’era poco da scegliere. Ti trovi da un giorno all’altro di fronte a qualcosa che ti cade addosso e capisci che la tua vita è cambiata e che nulla tornerà come prima.

Il primo giorno sotto scorta?

Due auto e 5 poliziotti armati di mitra e giubbotto antiproiettile arrivano sotto casa mia a San Cipriano d’Aversa. La prima cosa che dovetti registrare era la paura dei vicini di casa nonché dei miei figli, che vedevano tutti questi poliziotti con tanti mitra. Per cui dovetti chiedere al prefetto e al questore di rendere meno appariscente la tutela, proprio per non creare apprensione nei miei familiari e nei vicini. Da allora mi sono reso conto che qualcosa era cambiato nella mia vita e man mano c’ho convissuto. Dovevo decidere se gettare la spugna e andar via, oppure se proseguire. E ho deciso di non mollare, la mia famiglia e tanti amici mi hanno sostenuto in questo impegno, tante persone facevano affidamento su una nostra battaglia, che in quel momento appariva anche vincente. Il 1995, con tutti quegli arresti, era una stagione straordinaria. Pezzi della chiesa collaboravano con i movimenti anticamorra, per cui a noi sembrava di essere in crescita e in avanzata.

Difficilmente questo tipo di storie hanno il lieto fine.

Nel ‘96 vengo chiamato in Commissione Antimafia, dove ero l’unico rappresentante dei DS. Ma poi arrivano le prime delusioni, perché scattano le decorrenze termini per alcuni di quegli arrestati. Le scarcerazioni segneranno un reflusso, una caduta di fiducia da parte della gente. E la camorra, che ha bisogno del mito dell’impunità, continuamente alimentava la convinzione che la tempesta sarebbe passata e che nulla sarebbe cambiato. Ci sarebbero voluti molti anni, dieci per la precisione, per avere la condanna all’ergastolo dei maggiori esponenti del clan in un processo concluso in cassazione nel 2005, che ha portato alla conferma delle condanne.

Ma il vento era cambiato.

Dopo la fine degli anni ’90, verrà il 2001, quando il candidato premier se la prendeva con i magistrati e un ministro (Pietro Lunardi, ndr) arrivò a dire che bisognava convivere con la mafia. Quelle parole erano il segno che qualcosa era cambiato, per cui c’è stato un arretramento, un abbassamento della guardia e così abbiamo iniziato una nuova fase nella lotta alla camorra.

Quando è arrivata quella fase di reflusso ti sei pentito della tua scelta?

No, non sono pentito e tutt’ora il mio impegno continua. È una battaglia di libertà che nessuna dittatura può fermare. Il paese non potrà essere moderno e competitivo finché non avrà eliminato questa anomalia patologica. Abbiamo una criminalità che è legata alla politica. Come diceva Borsellino, la politica può esistere senza la mafia ma la mafia non può esistere senza la politica. Questa è l’anomalia italiana, di una mafia che pretende di competere con lo stato per il controllo del territorio e che è cresciuta tanto per la gravissima responsabilità della classe politica.

A proposito di rapporti tra mafia e politica, una domanda un po’ cattiva: perché Saviano non fa i nomi dei politici e dei colletti bianchi legati ai clan?

Diverse volte mi sento dire: “Diana è l’unico politico di cui Saviano parla positivamente.” Già in quel non parlarne positivamente c’è un atto d’accusa. È chiaro che “Gomorra” non è una summa contro  la camorra, ma un’opera che usa l’io narrante per raccontare una realtà che fino ad allora restava sulle cronache locali. Saviano paga ciò che pago anch’io: aver acceso i riflettori su una camorra, quella casalese, che stava in penombra. E loro non lo dimenticano più.

Tanti, malignamente forse, dicono che Saviano è per Berlusconi una macchina da soldi, prima con la Mondadori, poi con la Endemol, che produce “Vieni via con me”. Che ne pensi?

Quando Saviano ha firmato il contratto con la Mondadori era un signor nessuno, per cui col primo contratto non c’ha guadagnato un cavolo. La Mondadori è stata una casa editrice che ha lanciato alla grande il suo libro, l’ha supportato, non faceva altro che creare eventi per promuovere il libro. Ha guadagnato un pozzo di soldi, la Mondadori non Saviano.

Durante la stesura di “Gomorra” Saviano volle incontrarti.

Mi ricordo ancora di quella intervista: mai e poi mai s’immaginava un tale successo della sua opera. Poi tutto è degenerato quando è venuto a Casal di Principe e ha detto che i capicamorra non valevano niente e dovevano andare via. Quasi una sfida. Al di là di questo, il grande successo di “Gomorra” ha acceso i riflettori in modo irreversibile e loro non glielo hanno mai perdonato. Ma questo va oltre Saviano. E per certi versi c’è pure una manina della Mondadori.

Se potessi rinascere nel passato quale personaggio storico vorresti essere?

Forse per impeto ed entusiasmo Pertini, che mi ha affascinato tanto quanto la figura di Don Milani, che guardai con grande attenzione.

Hai un sogno da realizzare?

Un’umanità in cui ci sia più rispetto della persona, dignità, libertà e giustizia sociale. Questi sono i sogni che mi hanno ispirato e m’ispirano ancora.

Dammi una sola ragione valida perché un ragazzo non debba abbandonare le terre di Gomorra per cercare fortuna altrove. Ragioni concrete e non di propaganda.

Se prima pensavi di andar via credendo di non trovare altrove la camorra, oggi sai già che ovunque andrai te la trovi davanti, a Milano, a Roma, in misura minore ma la trovi. Il legame con questa terra ti porta a capire che, come diceva qualcuno, anche la camorra è un fenomeno sociale umano e quindi si può sconfiggere. Sarà un processo lungo, difficile, ma sicuramente si può ottenere la sconfitta della camorra.

Qual è la prima cosa che fai quando ti svegli e l’ultima prima di andare a dormire?

Quando mi sveglio, guardare la rassegna stampa e la sera guardare di nuovo le ultime notizie.

Lavoro la mattina, lavoro la sera.

In me c’è una curiosità innata verso ciò che c’è fuori.

Sei credente?

Anche. Però di cultura molto larga.

L’ultima volta che sei andato al cinema?

M’è capitato dieci giorni fa.

Cos’è la camorra?

Oggi la camorra è una holding economico criminale, in cui le pattuglie militari, i killer, sono una parte marginale.

Un aforisma che ti rappresenta.

Preferisco che siano altri a definirmi, non io. Ma sicuramente non è il Don Abbondio che mi rappresenta.

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