INTERVISTA/ Camilla Baresani: “Persino eliminare i propri difetti può essere pericoloso..”

di Andrea Succi

Ha una voce tutta sua su Wikipedia. E già questo…“Suoi libri e racconti sono pubblicati in Stati Uniti, Olanda e Romania. Ha scritto su Il Foglio, Panorama, Vanity Fair e Corriere della Sera e attualmente collabora con Sette e Io Donna. Scrive inoltre su Il Sole 24 Ore Domenica ed è docente di scrittura creativa presso il Master in Giornalismo dello IULM di Milano. Con il suo ultimo romanzo, Un’estate fa, ha vinto il Premio Hemingway e il Premio Selezione Rapallo.”

camilla_baresaniQuando ha intervistato Riccardo Scamarcio ha scritto che “te lo trovi lì, incollato, con quegli occhi color palude depurata e lo sguardo determinato degli irredimibili, e provi un senso di inquietudine”.

11 novembre 2010. Sulla copertina  di “Sette”, il settimanale del Corriere della Sera, svetta una favolosa Michelle Hunziker, “più bella, più impegnata, tanto da intimidire molti uomini. Confessioni di una donna che ha deciso di mettersi in gioco a teatro.” Intervistata, ovviamente, da Camilla Baresani.

Che però è soprattutto una scrittrice, passata da Mondadori a Bompiani “perché Bompiani è come una famiglia” e “perché ero affascinata dalla figura di Elisabetta Sgarbi, una rockstar nel mondo delle lettere italiane.” L’esordio letterario risale a dieci anni fa, con “Il Plagio”, scritto interamente di notte e nei due mesi invernali in cui non c’era lavoro, “nel senso che mi occupavo di un villaggio turistico”.

La sua voce suadente corre sulle onde telefoniche senza mai alzarsi di tono e racconta la passione per Celine e Checov, spiega i meccanismi della “vanity press”, regala consigli a chi vuole vivere di scrittura ed esalta il suo essere multitasking. Dice che “non bisogna avere la puzza sotto il naso” e che cimentarsi in stili di scrittura differenti – dai giornali al cinema alla televisione – non può fare altro che bene.


Ultimo libro letto…

“Il Visionario”, di Julien Green.

…e quello che sta leggendo ora.

“Al limite della notte”, di Michael Cunningham .

Ha un libro che ricorda con più piacere, magari a cui è più legata?

I i racconti di Checov. C’è tutto. E poi Celine, con “Morte a credito” e “Viaggio al termine della notte”. Sono romanzi molto importanti nella letteratura del Novecento, contengono l’amarezza, l’impossibilità di adattarsi alla vita, l’ironia autolesionista, il cinismo, una lingua modernissima e inventiva. Celine è il Novecento.

Quando entra in libreria o quando va in giro a cercare libri da cosa si lascia attrarre? Dal titolo, dal colore della copertina, dalle recensioni, dall’odore?

In generale leggo molte recensioni e quindi so cosa cercare. Però uno dei piaceri della libreria è la scoperta e qui mi lascio guidare dai risvolti, dalle copertine, dalla carta. Ma la qualità della scrittura è l’aspetto più importante secondo me, e quindi leggo anche dei passaggi interni al libro.

Nei testi moderni l’odore della carta è più che altro una puzza. A Bucarest, che è piena di Anticariat – le librerie che vendono testi antichi – l’odore dei libri ti apre le porte di un mondo storico che non c’è più e su cui si può persino fantasticare.

Non so…adesso si usano molto carte riciclate, di grande qualità e abbastanza inodori. Ci sono editori che hanno della carta meravigliosa, tipo Sellerio. Quando cambiai editore, il “vecchio” editor della Mondadori mi diceva che il mio primo libro Bompiani – “Il Piacere tra le righe – aveva una carta che sembrava quella della DDR. Non so che carta ci sia all’est, ma già all’epoca, dieci anni fa, la carta italiana e i libri italiani erano ritenuti di ottima qualità, anche per grafica e copertina, rispetto a produzioni estere.

Se posso essere indiscreto, perché ha cambiato editore?

Perché Bompiani è come una famiglia, mentre Mondadori è un’industria. La Bompiani è come quei ristoranti a conduzione familiare, è una casa editrice che ha una sua eleganza, una sua linea, che non è mai stata ideologica ma di qualità. E poi ero affascinata dalla figura di Elisabetta Sgarbi – direttore editoriale della Bompiani – che è molto anomala nel mondo delle lettere italiane, è quasi una rockstar. È diversa, non è un funzionario.

Scrittura creativa: si può definire? E, soprattutto, si può insegnare?

Il termine scrittura creativa è di una bruttezza inaudita ma nessuno ne ha ancora inventato uno migliore. Dovremmo chiamarla scrittura letteraria, sarebbe molto meglio. In quest’ottica chi è negato è negato, però ci sono dei dettagli tecnici della scrittura che si possono apprendere col tempo. E una scuola di scrittura sicuramente può insegnarti l’artigianalità di quest’arte, che esiste ed è innegabile. E poi ti può suggerire buone letture, può darti buoni spunti , può formare una specie di piccola comunità letteraria perché altrimenti non c’è modo di incontrare grandi scrittori o editori o editor. Ma una scuola di scrittura è utile a patto che sia buona. Quando vengono tenute da scrittori falliti o editor senza lavoro non servono a niente.

Non crede che si tende a sfruttare la voglia tutta italiana di scrivere e di lasciare un’impronta ai posteri?

Guardi che questa voglia non è solo italiana, tutto il mondo è sopraffatto dalla scrittura. Il paradosso occidentale è che si parla di internet e nuovi media ma tutti scrivono. La digitalizzazione non ha sconfitto la voglia di fare un libro, firmarlo e farlo uscire in libreria. In America ogni sperduta università di ogni sperduto paesello ha i corsi di scrittura creativa.

E infatti il fenomeno del self-publishing è stato importato dall’America. Lulu.com ha fatto scuola.

In Italia tantissimi si fanno stampare libri da editori a pagamento, mentre gli americani hanno inventato un modo digitale per farlo da sé. Però la cosiddetta “vanity press” esiste da sempre.

Pagare per pubblicare, e poi in qualche modo vantarsi, sembra quasi una prostituzione intellettuale.

Sempre meglio che rubare o non pagare le tasse. E in più si dà lavoro a qualche tipografo..

Che cosa pensa dei film tratti dai libri? Di solito non sono granché..

Io la vedo dal mio punto di vista. Visto che gli scrittori guadagnano poco o nulla, se qualcuno prende spunto da un tuo libro per farne un film entra qualche soldo in più. Però, certo, si rivolgono a pubblici diversi e sono cose molto differenti tra loro, anche se ci sono film capolavori tratti da libri, come ad esempio Il Gattopardo o il Dottor Zivago. Casi di film che migliorano il libro? America Oggi di Robert Altman, in cui il regista montò insieme i racconti, secondo me troppo freddi ed esangui, di Raymond Carver per fare un film corale, epico e arioso.

Forse un po’ lunghetto, ma sicuramente un ottimo film. Quando inizia a scrivere un romanzo ha una sua ritualità, un modo per avviare questo processo di creazione? Amos Oz ha dichiarato di scrivere otto ore al giorno tutti i giorni tranne la domenica.

Io sono molto più disordinata, prendo tanti appunti e poi li riordino. Faccio prima un lavoro di materiali, informazioni, frasi e poi inizia la scrittura. Per me le prime 70 pagine sono difficilissime, non sono mai contenta, mi passa la voglia, mi vengono i dubbi. Lavoro con malumore, lentezza, per diversi mesi, perché sono sempre insoddisfatta. Quando queste prime 70 pagine mi fanno venir voglia di leggere e di andare avanti, a quel punto lavoro anche 8 ore al giorno, anche tutti i giorni.

Lei è una di quelli che scrivono di notte?

Soprattutto di notte.

Camilleri, ad esempio, dice che per trovare nuovi input, esce di casa, fa un giro del quartiere, fuma le sue 8/10 sigarette e capta delle frasi che gli sembrano più adatte a quello che sta scrivendo. Lei come raccoglie questi appunti, queste frasi, questi pensieri?

Io impiego più o meno due/tre anni a scrivere un romanzo . Per uno/due anni raccolgo gli appunti  su un’idea. Trascrivo tutto quello che secondo me potrebbe funzionare per quest’idea. Possono essere frasi ascoltate, articoli, libri, impressioni, suggestioni . Quindi tutta la mia vita è un prendere appunti che poi smisto verso una rubrica giornalistica, verso il romanzo etc. Non è detto che funzionino ma intanto metto via, stando con orecchie e occhi aperti.

L’idea è una scintilla o un processo riflessivo?

Una volta Giuseppe Pontiggia, parlando di un suo romanzo, “Il Giocatore Invisibile”, disse che la suggestione gli era venuta mentre si trovava a Milano, nei pressi dell’Università statale, dove c’è è una piazzetta bellissima con questo vecchio ospedale che adesso è l’università. Vide delle foglie che cadevano da una pianta, era autunno, e nel volo un po’ circonflesso che hanno le foglie trovò l’ispirazione per cui si mise a scrivere quella scena e da lì nacque il romanzo. Il mio, invece, è un percorso riflessivo, in genere ho un’idea, un nucleo narrativo che sviluppo attorno al tema di cui voglio parlare.

Lei ha la fortuna, o comunque ha avuto la costanza, di riuscire a vivere del suo lavoro di scrittura. È stata una scelta ben precisa oppure ci si è ritrovata piano piano, un po’ per caso un po’ per scelta, nel ruolo di scrittrice?

Io facevo un lavoro che è poco compatibile con la scrittura, nel senso che mi occupavo di un villaggio turistico. Il primo romanzo l’ho scritto tutto di notte, nei due mesi invernali in cui non c’era lavoro. Poi ho cercato di vivere di scrittura e l’occasione mi è venuta dai giornali, dopo il secondo romanzo. A quel punto, visto che di soli libri non si vive, mi sono data da fare. Ho cercato di scrivere trovando uno stile che fosse adatto ai giornali, di essere propositiva, di non rifiutare gli articoli. Di fatto vivo di scrittura, sì. Male, ma insomma, non mi lamento. C’è anche chi riesce a vivere bene di scrittura, ad esempio quelli che lavorano con il cinema, con le sceneggiature o con i programmi televisivi.

Che consigli si sentirebbe di dare, se ne vuol dare, a chi vuole trasformare la passione della scrittura in un lavoro o a chi vuole almeno provarci?

Francamente, consiglierei di imparare la scrittura cinematografica o televisiva. Leggendo un articolo di Aldo Grasso, ho scoperto che tra gli autori del programma della Cabello, “Victor Victoria”, ci sono ben due che hanno iniziato come scrittori, e cioè Matteo Bianchi e Ilaria Bernardini De Pace.

A  volte chi scrive rischia di diventare elitario…

Nessuno dei grandi scrittori, quelli che si son presi i nobel, ha vissuto solo di pura scrittura. O c’erano i mecenati e le corti rinascimentali, e allora uno sta lì a fare l’Ariosto, il Tasso e prima o poi cadeva in disgrazia, oppure…Faulkner quando aveva bisogno di soldi scriveva le sceneggiature. E s’è preso un nobel. Garcia Marquez ha fatto il giornalista tutta la vita. Philip Roth lavora nelle università. Moccia, il popolare Moccia che deve aver guadagnato un sacco di soldi coi libri, è uno che scrive programmi televisivi e sceneggiature. Umberto Eco ha sempre lavorato all’università o per i giornali. Sandro Veronesi ha fatto televisione e cinema. Non bisogna aver la puzza sotto il naso. Uno che dice “io scrivo solo romanzi” per me è un fesso.

Può essere anche piacevole cimentarsi in campi diversi.

Fa bene alla scrittura, bisogna essere un po’ multitasking.

Ha già in mente la prossima storia da pubblicare o il prossimo tema su cui lavorare?

Ne ho due in mente.

Scelga un aforisma o una citazione che più la rappresenta..

Nel mio ultimo romanzo, “Un’estate fa”, ho usato una citazione di una scrittrice che io amo moltissimo, Clarice Lispector: “Persino eliminare i propri difetti può essere pericoloso. Non si sa mai qual è il difetto che sostiene il nostro intero edificio”.

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