FABRIZIO GATTI/ “Ci vuole sempre una buona ragione per fare il giornalista infiltrato”

Un giornalista che vive sulla propria pelle quello di cui parla. Fabrizio Gatti non fa giornalismo, vive il giornalismo; non racconta storie, ma vive le storie che poi racconta. Queste non sono frasi di circostanza, è la realtà. Gatti firma i suoi reportage soltanto dopo averli vissuti. Emblematica l’inchiesta sugli immigrati: fingendosi un clandestino – Bilal – ha affrontato tutto il viaggio nel deserto, ha attraversato il mare, fino poi a giungere in Italia e andare nei campi di lavoro.

 

Intervista realizzata da Carmine Gazzanni con collaborazione, riprese e montaggio video di Gianluca Di Vincenzo

fabrizio_gattiQuello che racconta è estremamente forte perché le sue parole sono vere, reali, incisive. Come soltanto le parole di uno che vive queste esperienze sulla propria pelle possono essere. Ma con Gatti parliamo anche di altro: la triste realtà italiana (“in Italia non esiste più la democrazia”), il ruolo dei giornalisti (“Il giornalista è il cittadino tra i cittadini a cui è delegato il lavoro di andare a cercare le notizie, spiegarle, raccontarle”), l’esigenza di un risveglio culturale (“la nostra società non è in grado di comprendere cosa sta accadendo, non è pronta a recepire la realtà”).

 

 

 

 

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Fabrizio Gatti, giornalista de “L’Espresso”, uno dei pochi “infiltrati”. E allora la prima domanda che ti facciamo noi de “L’Infiltrato”  è come si fa ad essere infiltrati?

Innanzitutto ci vuole una buona ragione per essere infiltrati, soprattutto per il lavoro sottocopertura, cioè quello di assumere un’identità, di prendere in prestito un’identità o non dichiararsi come giornalisti in un certo ambiente. E questo si sceglie quando non ci sono alternative, altrimenti secondo me diventa un abuso, anche un abuso per le persone che stanno intorno perché in genere un giornalista ha il dovere sempre di dichiararsi.

E come si diventa infiltrato, nei casi in cui io mi sono finto immigrato irregolare per entrare nei centri di detenzione in Via Corelli a Milano, o a Lampedusa, si assume un’identità, ci si ricorda che quello è il proprio nome, perché il nome di solito lo si porta dalla nascita, quindi bisogna farci un po’ l’abitudine a un nome diverso, quindi per un po’ di giorni magari ci si chiama con quel nome per convincersi, ci si dimentica del resto, ci si crea anche una storia personale, soprattutto per gli scopi burocratici, per cui una data di nascita, un luogo di nascita, la posizione geografica, i nomi dei genitori, la storia dei genitori, perché ci sono gli interrogatori, per superare gli interrogatori e quindi bisogna essere preparati. Però, ripeto, serve sempre una buona motivazione per giustificare un lavoro di questo tipo: nel mio caso era l’impossibilità di vedere come venivano trattati gli immigrati rinchiusi nei centri di detenzione. E a dicembre, prima volta in Italia, una delle poche in Europa, un Tribunale, in questo caso il Tribunale di Agrigento, mi ha assolto dal reato di falsa generalità perché nel fare gli infiltrati, soprattutto per indagare all’interno della pubblica amministrazione, si può incorrere anche in reati. Il giudice ha ritenuto che io avessi commesso il reato di falsa generalità per garantire un diritto più importante, previsto dalla Costituzione, che è il diritto all’informazione.

Il caso di Bilal è emblematico. Ci sono degli episodi che mi hanno colpito come, ad esempio, il ragazzo che alla frontiera, per paura che gli venissero presi i soldi, se le è inghiottiti morendo soffocato. Quale aneddoto ti è rimasto particolarmente impresso?

Sono così tanti che staremo ore a parlarne. Forse vale la pena ricordare che proprio in questo momento, mentre noi stiamo parlando, siamo a Perugia, migliaia di persone sono bloccate in Libia e stanno tentando di mettersi in salvo dalla Libia; e i Paesi ricchi, quelli che hanno il potere del diritto internazionale, non hanno ancora pensato a un corridoio umanitario in mare e via terra. Quindi ci sono tanti “Bilal” che rischiano la vita e molti sono morti: dal 23 marzo in poi ci sono almeno 700 morti annegati sulla rotta tra Misurata e Al Zuara e Lampedusa. Se fossero nostri figli ci sarebbe una mobilitazione mondiale; non sono nostri figli e il mondo sta ignorando questo, senza garantire le condizioni perché questo non accada. In tutte le guerre vengono stabiliti dei corridoi umanitari, qui non si è nemmeno tentato di farlo.

La situazione a Lampedusa è drammatica. Lasciando stare i vari premi Nobel, casinò e ville, qual è la realtà di Lampedusa oggi?

La realtà in questo periodo è quella di un’isola che è l’avamposto nei confronti di una regione dove la storia sta cambiando e visto che noi diciamo di essere così contenti di vivere in un Paese democratico tanto da esportare con la guerra la nostra democrazia, dovremmo sostenere con la pace la democrazia in questi Paesi. Esportare la pace e sostenere questi Paesi vuol dire non trattare le persone che escono da questi Paesi come criminali, ma istituire dei programmi comuni che possono portare anche al ritorno di queste persone, ma attraverso dei programmi comuni di sviluppo. Va ricordato anche che queste persone ricorrono al metodo dell’ingresso illegale perché le norme europee non consentono loro di avere dei visti d’ingresso regolari per raggiungere, in molti casi, i genitori: in molti casi per i ragazzi tunisini si trattava dei genitori che vivono da decenni in Francia. I figli maggiorenni, anche in Italia, per una legge che considero al di fuori del rispetto della dignità umana, per vivere nel Paese deve dimostrare di averne i requisiti: un figlio italiano può rimanere senza lavorare fino a trent’anni in casa dei genitori; il figlio di immigrati non può, a diciotto anni deve dimostrare di avere un lavoro o un motivo di studio per rimanere nel Paese. E questo porta molte persone ad essere espulse in un  momento di crisi del lavoro: il fatto naturale che i genitori dicano a questi ragazzi “vieni con noi in Francia per rimanere con noi un periodo”; ebbene queste persone non possono e devono rischiare la vita per poter raggiungere la loro famiglia; e questo è un crimine, è un crimine contro la dignità delle persone, contro i principi della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo che ci rende liberi e uguali, ma la legge non ci rende liberi e nemmeno uguali in questo caso.

Prima durante il dibattito giustamente tu hai detto che il reportage è, in qualche modo, frutto di un lavoro antropologico. Quanto incide proprio al livello umano il lavoro che tu porti avanti?

Ho detto questo perché il reportage è l’osservazione al racconto di storie di vita, nasce come cugino povero dell’antropologia, è l’applicazione di un metodo antropologico. Nel lavoro l’aspetto umano è fondamentale: il giornalista racconta storie di uomini e sempre deve tenere conto, anche quando si tratta di raccontare la vita di criminali, che si tratta di persone. E questo è un aspetto fondamentale, il giornalista impiega metodi dell’antropologia, compreso il lavoro da infiltrato: in antropologia c’è il metodo dell’osservazione partecipata che porta l’antropologo a mescolarsi con la realtà che vuole osservare. Il giornalista fa questo in tempi più brevi, con minor rigore scientifico, nel senso che un antropologo deve anche verificare e cercare di smentire quello che vede, un giornalista, dopo averlo verificato, lo deve comunicare, poi è un processo molto più rapido. Però l’oggetto del lavoro non è diverso ed è lo studio della vita delle persone.

Non pensi che a volte il lavoro del giornalista sia “inutile” perché troppo spesso l’opinione pubblica è dormiente davanti questi argomenti?

La conoscenza non è mai inutile, anche se finisce, che so, dentro uno scatolone della raccolta differenziata, però il tentativo va fatto. Intanto la prima persona che viene a conoscenza di qualcosa attraverso il lavoro del giornalista è il giornalista stesso: io lavoro su argomenti di cui non conosco nulla e li sviluppo mentre ci lavoro; già questa è un’informazione propria. E poi l’informazione si condivide. È vera una cosa, e riguarda il nostro Paese: le inchieste e le denunce, così come i libri, hanno due autori, chi scrive e chi legge; e i cambiamenti in una società non possono arrivare dal giornalista che firma un’inchiesta, ma devono arrivare dai cittadini che la leggono. Poi non è detto che tutte le inchieste devono portare a un cambiamento, però una denuncia ci si aspetta che porti a un miglioramento, all’eliminazione dei fatti denunciati. Ebbene, forse su questo l’Italia è molto impreparata, per varie ragioni. Una battuta può essere che noi tutti conosciamo lo scandalo Watergate, che negli Stati Uniti portò alle dimissioni del Presidente Nixon, in Italia probabilmente, anche se avessimo avuto un Watergate, Nixon sarebbe ancora nostro Presidente; anzi la storia contemporanea, la cronaca di questi mesi dimostra fatti ancor più gravi di quelli di cui era stato accusato Nixon; dimostrano che in realtà si è creato un monoblocco, un blocco che salda potere politico e potere mediatico che appartengono alla stessa persona che è Silvio Berlusconi, e da questo proprio non ne usciamo. Ci dobbiamo ricordare una cosa: in Italia non esiste più la democrazia. Finchè i cittadini non sono in grado di scegliere attraverso la preferenza le persone da eleggere in Parlamento, vuol dire che le segreterie dei partiti si sono impossessati del Parlamento, dobbiamo convincerci di questo, mobilitare i cittadini su questo, altrimenti siamo destinati a percorrere una china molto pericolosa. Perché i cittadini non reagiscono? Per comodità, perché la maggioranza dei cittadini non è informata. Se consideriamo sei canali televisivi sotto il controllo di una singola persona, anche se questa persona fosse la più onesta al mondo, sarebbe un’aberrazione in una democrazia. La democrazia funziona con poteri bilanciati: chi legge i giornali è un numero di persone molto più ridotto rispetto a chi guarda la tv, a chi segue i telegiornali. Un telegiornale delle otto raggiunge in una giornata media nove milioni di ascoltatori, un sito come quello di Repubblica.it arriva a due milioni di persone al giorno: vediamo che le differenze sono notevoli. Ebbene, se i telegiornali non raccontano o arrivano addirittura a censurare i fatti come accade in questo periodo, o comunque a dare voce senza bilanciamento di chi sta mistificando la realtà per difendere un interesse limitato a poche persone, ebbene i cittadini se non sanno cosa stanno rischiando, non sono nemmeno in grado di capire cosa dovrebbero fare. Questo è pericolosissimo perché vuol dire annientare la capacità di vigilanza di un’intera comunità. E questo bisogna denunciarlo, ripeterlo, ripeterlo, ripeterlo all’infinito. Quali sono i metodi per arrivare a un cambiamento non lo sappiamo. Speriamo di non dover arrivare alle situazioni della Tunisia.

A tal proposito tu hai anche scritto un libro ultimamente, “L’eco della frottola” che forse è un libro per bambini, ma non solo per bambini …

Si, “L’eco della frottola”, che arriva dopo “Bilal”, in realtà è un libro che ho scritto prima di “Bilal”, è il romanzo che uno tiene nel cassetto. Ho cominciato a scriverlo perché dovevo provare il mio primo computer portatile e vedere se il programma funzionava. E così ho cominciato a raccontare questa storiella che poi è andata avanti e mi sono anche divertito a raccontarla. E in realtà in quella storiella non c’è nulla di inventato, i personaggi sono inventati, ma sono situazioni che nel mondo dell’informazione avvengono. Ma c’è un elemento nel “L’eco della frottola” che ci lega tantissimo: la storia immaginaria è su un’isola immaginaria che si chiama Bau-Bau, quindi, insomma, uso termini che sono legati a ragazzini, però la storia è anche da adulti. Beh, il fatto che la comunità di Bau-Bau, come la nostra, non è in grado di comprendere cosa sta accadendo, non è pronta a recepire la realtà. È un fatto terribile questo, dovuto ad una deficienza, un’insufficienza di informazione. A me ha colpito tanti anni fa in un libro molto bello, “Un uomo solo” di Enzo Biagi, venne intervistato Tommaso Buscetta e Buscetta a un certo punto disse: “il resto non glielo racconto – così come lo disse al giudice Falcone – perché gli italiani non sono pronti ad ascoltare la verità e i fatti di quello che è successo, che io so”. Mi sembrava un’aberrazione in una democrazia che qualcuno sapesse qualcosa che la comunità non poteva sapere. Non è possibile, ma purtroppo è così. Del resto lo vediamo in questi giorni, quando ci sono persone che impunemente usano il servizio pubblico per dire che festeggiare con festini erotici, con minorenni a casa propria, è un diritto personale di chiunque, e questo non porta ad alcuna conseguenza. Quindi vediamo quanto poi si torna prima: un’inchiesta ha un seguito, una ricaduta se i cittadini, i lettori sono in grado sono in grado di applicare questa ricaduta. È chiaro se i cittadini, i lettori sono un milione e mezzo su 60 milioni di abitanti, la ricaduta non è sufficientemente condivisa. Però, tornando alla domanda di prima, non è mai inutile informare, cercare la verità, sia come persone che dedicano il proprio lavoro a questo, quindi come giornalisti, sia come lettori. Il giornalista è il cittadino tra i cittadini a cui è delegato il lavoro di andare a cercare le notizie, spiegarle, raccontarle.

Vorrei fare a questo punto un po’ la parte del diavolo: se si dovesse fare un’inchiesta sulla P2, con editore De Benedetti, si potrebbe fare a “L’Espresso”?

Sicuramente si. Non c’è nessun legame tra De Benedetti e la P2. L’Espresso ha raccontato storie che riguardano la P2, la P3, la P4, le nuove forme di massoneria che sono nel Paese

Ferruccio Pinotti però ricostruisce anche la figura di De Benedetti a proposito della P2, dei legami con Calvi, con il Banco Ambrosiano …

Andando su Carlo De Benedetti, il suo è stato un passaggio temporaneo al Banco Ambrosiano. In Italia l’editoria è legata a uomini d’affari: ci sono alcuni che hanno più o meno a cura l’interesse, l’attività editoriale … alcuni la usano esclusivamente per gli interessi finanziari che hanno, altri non la usano e la considerano un’attività al servizio dei cittadini. Gli editori puri nelle grandi testate sono spariti, il fatto storico è questo. Io quando spesso con i ragazzi che mi chiedono ance nell’università il rapporto tra giornaliste ed editore dico che è difficile che in un giornale un giornalista proponga un’inchiesta contro la società del proprio editore. Così come diventa difficile trovare un negoziante che sulla sua vetrina dica “non entrate perché vendo schifezze”. Ma come difenderci da questo? Dobbiamo fare in modo che ci siano altri editori in grado di bilanciare il potere di un editore e che possano raccontare se questo editore commetta irregolarità o nefandezze. Questo è il sistema democratico, un sistema perfettibile, ogni giorno è migliorabile, ma dev’essere bilanciato. Ora vediamo che la situazione italiana ha numerosi editori e uno è più editore di tutti. Il problema credo che arrivi proprio da lì; e qui c’entra la P2: c’è un’iscrizione diretta, ma la P2 è presente ed è una storia del passato che ha ramificazioni nel presente. Il problema italiano è che si sta distruggendo la Costituzione, il diritto penale, l’uguaglianza dei cittadini, il diritto ad essere informati, a meno che non ci si accontenti di buna bunga in diretta, quale alcune trasmissioni sono.

E in questa situazione cosa consiglia  a giovani che vorrebbero intraprendere questa strada? Qual è la strada che i giovani dovrebbero seguire per aspirare a diventare giornalisti?

Innanzitutto parlo come giovani come giovani cittadini: informarsi, leggere e indignarsi. Ma non indignarsi non solo scrivendo, ma uscendo allo scoperto, mettendosi insieme, comunicando, protestando insieme. Il potere che si è impossessato del Parlamento arrivando addirittura a comprare i voti, ha smesso di avere paura dei cittadini, non ha più paura dei cittadini al punto da far passare qualunque nefandezza. Ecco, dobbiamo cominciare con i giovani, con la mia generazione, noi che per lo meno pensiamo che tutto questo sia sbagliato, non sia degno di un Paese civile e democratico, ecco dobbiamo avere le capacità, la forza e la voglia soprattutto ancora di indignarci, di comunicare, di farlo sapere, di protestare e di chiamare ladri quelli che con nome e cognome si chiamano ladri e non con giri di parole.

Come diventare giornalista. In questo momento il numero di ragazzi che aspirano alla professione rispetto ai posti è molto superiore, da qui la conseguenza di un impoverimento, attraverso lo sfruttamento del precariato nel mercato del lavoro dei giornalisti. Però adesso il percorso è lo studio universitario, le scuole di giornalismo … ecco, qui i giovani potrebbero nelle università protestare per quelle scuole che costano troppo: il diritto allo studio deve essere garantito dallo Stato nell’università pubblica e anche le specializzazioni, quindi anche per quella giornalistica deve essere così, perché il rischio è che si ritorni a giornalisti come una classe d’élite: soltanto i figli di famiglie che si possono permettere di non lavorare per tanti anni e di pagare università costosissime diventano giornalisti; quindi vuol dire delegare l’osservazione della realtà a persone che avranno un’estrazione di un certo tipo. La rivoluzione sociale che si è avuta negli anni ’60, ’70 e ’80, che ha aperto, per quanto riguarda il giornalismo e non solo, alle classi anche non di potere la possibilità di accedere a lavori un tempo riservati alle classi di potere, è una grande conquista.

Per diventare poi giornalista una volta che è giornalisti, specializzarsi, dimenticarsi di dover fare a tutti i costi gli esteri, la giudiziaria o le inchieste. Specializzarsi vuol dire magari scegliere un argomento, guardarsi intorno, vedere che magari è poco seguito e studiare e occuparsi di quello; penso al giornalismo specializzato proprio su temi precisi. Ci sono forse, anzi sicuramente, troppi giornalisti generici. Io ho avuto la fortuna di entrare in questo lavoro in un periodo in cui era possibile farlo anche attraverso la gavetta, era sregolato l’accesso. Ho avuto la fortuna di avere comunque grandi maestri che mi hanno insegnato il mestiere, l’esperienza è quotidiana. Però a un certo punto mi sono specializzato sui temi dell’emigrazione perché nessuno li faceva e perché altri colleghi facevano la giudiziaria, altri colleghi facevano l’economia; poi è un tema che a me piace molto quindi non è una sofferenza doverlo fare. Quindi cercate qualcosa che però nessuno segue e specializzatevi in quello e poi proponetevi anche per quello. Essere troppo generici non aiuta.

 

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