DAMIANO TOMMASI/ “Impariamo a prenderci meno sul serio”

Uno sportivo nel senso nobile del termine. Un animo candido che con i suoi tackle ha saputo resistere alle tentazioni di un mondo avvelenato com’è quello del pallone italiano. Capelloni ricci e barba lunga, quasi a testimoniare una differenza di stile con le nostrane star del calcio, tutte veline e starlette. Fra poche ore verrà formalizzata la sua nomina come Presidente dell’Associazione Italiana Calciatori, incarico che ricopre da appena una settimana. Siamo i primi ad intervistarlo…

di Federico Succi

damiano_tommasiSuccede dopo 43 anni al rappresentante storico dell’AIC, Sergio Campana, l’uomo che ha cambiato le regole del rapporto tra presidenti e calciatori.

Nessuno meglio di Damiano Tommasi può proseguire, e migliorare, il lavoro svolto finora, anche perchè sin da quando scorazzava nei verdi prati italiani si faceva portavoce delle istanze non solo dei nomi più famosi ma soprattutto di quanti militavano in leghe minori e non vedevano rispettati i loro diritti.

Una delle priorità di Tommasi sarà proprio quella di garantire “un fondo di garanzia per le squadre minori e quindi uno stipendio garantito a chi gioca nelle categorie inferiori.”

Veronese di nascita, esplode nella Roma di Capello, quella dello storico scudetto 2001, e partecipa alla sfortunata spedizione nippo-coreana, in cui un disgraziato Moreno s’intromette tra lui e quella gloria eterna che spetta a chi vince un Mondiale di calcio. Ma Tommasi è sempre stato uno che si è fatto apprezzare anche per qualità extra-calcistiche: serietà, spirito di solidarietà, poco incline a veline e strarlette, allergico alla popolarità, talmente innamorato del suo sport da volare prima in Spagna, nel Levante, poi in Cina, nel Tianjin Teda, e infine completare il suo giro del mondo con la cosa più logica: tornare alle origini. Che per lui significa Sant’Anna, una squadra di seconda categoria in provincia di Verona, dove non chiedeva nient’altro che il minimo sindacale e un pallone a cui tirar calci.

Siamo i primi ad intervistarlo dopo la sua nuova nomina.

 

Innanzitutto complimenti per la Sua nuova nomina.

Grazie

Succede a Campana, fondatore dell’AIC, dopo 43 anni. Un segno di cambiamento?

In Italia tutti i calciatori hanno avuto un buon rapporto con Campana. È sicuramente un fatto storico perché ha deciso di lasciare la carica e di affidarla ad una persona molto più giovane di lui, quindi inevitabilmente cambierà qualcosa.

Cosa Le lascia in eredità l’ex Presidente?

Tutto ciò che i calciatori possono fare o dire lo dobbiamo a lui. Lascia un’associazione che, probabilmente, ha bisogno di forze fresche per portare avanti quello che è stato fatto fino ad ora.

A Settembre 2010 sembrava dovesse esplodere lo scontro Calciatori-Lega, poi la questione venne sospesa. Cosa successe?

Da quando la lega professionisti si è separata in lega di A e lega di B si sono create dei movimenti, i quali hanno causato una divisione tra le società, che hanno continuato a pensare alla propria sopravvivenza, senza dover effettuare dei cambiamenti nei confronti dei rapporti tra società e calciatori. Si sono create inevitabilmente dei problemi all’interno della Lega. Adesso siamo ancora in trattativa e aspettiamo di capire in che situazione è si trova la Lega Calcio e vediamo perché sia stato così complicato raggiunge un accordo.

Come sono oggi i rapporti Lega Calcio-Aic?

Stiamo aspettando di formalizzare l’accordo preso, anche se c’è abbastanza disorientamento visto le diversi correnti che hanno generato la frattura all’interno della stessa Lega di serie A e ci auguriamo che si risani al più presto in maniera tale da tornare al dialogo in maniera seria.

Il fatto che il Presidente dell’AIC sia un ex calciatore può essere un vantaggio?

Il presidente dell’Aic è sempre stato un calciatore. Il discorso del cambio nella mia persona può essere un vantaggio per il semplice discorso della giovane età e quindi la conoscenza personale di tanti giocatori che ci sono oggi. Probabilmente potrei pagare in termini di esperienza, ma sono convinto che all’interno della struttura dell’Aic riusciremo a sopperire a questa eventuale lacuna.

C’è stato un momento preciso in cui ha capito di dover rappresentare i suoi ex colleghi?

Non c’è stato un momento preciso in cui ho deciso. Facevo già parte del direttivo. È stata una mia considerazione anche in base al sentore che avevo dei rappresentanti che si sentivano un po’ lontani dalla figura di Campana.

In cosa pensa che il calcio italiano debba migliorare?

Intanto prendersi meno sul serio, non abituarsi a certi atteggiamenti che penalizzano poi quello che è lo spettacolo. L’esasperazione di certi comportamenti porta tutto l’ambiente a vivere questo sport con grande tensione.

Ha giocato per 10 anni nella Roma. Pregi e difetti.

È una città particolare, con una squadra particolare che rappresenta una tifoseria particolare. L’entusiasmo che gira intorno alla squadra è incredibile sia nel bene che nel male, in alcuni casi può portare ad avere difficoltà nel mantenere un giusto equilibrio. A volte questi comportamenti possono creare dei problemi, a volte possono dare dei vantaggi.

Dopo un bruttissimo infortunio decise di tornare a giocare al minimo salariale, perché?

Il discorso del contratto è sempre un fatto personale e dipende anche dal rapporto tra società e calciatore. Non mi interessava l’aspetto economico ma solo tornare a fare questo lavoro. Personalmente non ho voluto pensare ad altro se non al fatto di tornare a giocare, senza creare rischi alla società di trovarsi un giocatore che non poteva fare il giocatore. Ho deciso di essere tesserato come calciatore per provare a farlo. Quel momento è stata una sfida personale ed è andata bene. Non era un gesto per dimostrare niente a nessuno né per cercare clamore, mi sono sentito di fare quel gesto e l’ho fatto.

Ha giocato anche in Spagna, nel Levante. Differenze con il Calcio Italiano?

Credo che non sia paragonabile. In Spagna si riesce ad andare allo stadio con tutta la famiglia, in Italia ancora oggi è un rischio. Da noi credo ci sia una passione eccessiva attorno alla squadra ed al movimento calcio. In Spagna anche, ma c’è un rispetto maggiore e credo che venga vissuto in maniera completamente diversa.

Nel 2002 ha partecipato allo sfortunato Mondiale Nippo-Coreano, cosa Le ha lasciato quell’esperienza?

Un’esperienza bellissima, unica. L’unico rimpianto è di non essere riusciti ad andare avanti, anche se è stata un’avventura che porterò sempre con me, tuttavia sarebbe potuta durare di più.

A distanza di anni che idea si è fatto di quel famoso arbitraggio?

Fu un mondiale particolare dove ci furono rigori negati, gol validi annullati, guardalinee che sbandieravano fuorigioco inesistenti. Però non credo che un calciatore debba stare a valutare l’operato dell’arbitro. Se inizi a giocare e pensi che l’arbitro possa influire in maniera seria sul risultato non è il caso di scendere nemmeno in campo. Cerco sempre di pensare nella buona fede.

Le persone da cui ha preso di più nella sua carriera?

Ce ne sono tante, ma in particolare i miei genitori. Soprattutto mio padre, che mi ha insegnato il valore del lavoro e del sacrificio, e sapere che i risultati arrivano attraverso di essi.

Quelle a cui ha dato di più?

Non c’è né una in particolare.

L’emozione più grande che Le ha riservato questo mondo?

Questo è un ambiente dove le emozioni non mancano mai. Una delle più grandi è stata quella che ho provato quando ho segnato il mio primo gol in carriera con la maglia del Verona, essendo io nato in provincia di Verona. Un’altra è stata segnato dal mio ritorno dopo il grave infortunio subito. Sfido chiunque a rompersi quello che mi sono rotto io e fare 16 mesi di terapie. Rientro e dopo 2 settimane segno (Roma-Fiorentina, ndr) su assist di Cassano. Un’emozione grandissima che solo chi mi era stato vicino in quel periodo poteva capire.

Ora che è diventato Presidente in cosa pensa che debba migliorare l’Aic?

Posso usufruire del lavoro di Campana, che ha fatto bene per tanti anni e credo che quello che bisogna fare è aumentare il dialogo con i giocatori. Bisognerebbe formare un consiglio con una base di Calciatori e affrontare le problematiche in maniera collettiva anche perché credo che in questo senso sia più facile ricompattare l’ambiente.

Quali sono i Suoi obiettivi per il futuro?

Cercare di coinvolgere sempre più spesso i calciatori e farli tornare al centro dell’attenzione e cercare di migliorare il dialogo con la Lega, prendendomi delle responsabilità in nome dei giocatori stessi.

 

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