AMIANTO, CALABRIA/ Antonella Politano racconta della centrale che procurava cancro e morte

Dal 1984 fino al 2000 muoiono in sei nella famiglia Politano. Vivevano a Paola, in Calabria. Unica superstite è Antonella che ha assistito inerme all’avvelenamento lento e quotidiano della famiglia e altri abitanti in via dei Giardini. Dall’alto – secondo Antonella Politano – qualcuno sapeva che l’Azienda di Stato per i Servizi Telefonici aveva materiali tossici-nocivi e se ne conosceva la pericolosità. A conti fatti, quella centrale avrebbe ucciso circa 200 persone della zona, tutti colpite dal cancro. Antonella con coraggio continua a vivere lì, dove ormai sono morti quasi tutti e da sola ha cominciato la sua battaglia legale. Ad oggi, dopo lo smaltimento e la bonifica avvenuta in seguito alle sue continue sollecitazioni, l’ex azienda di Stato è diventata sede delle Poste italiane di Paola.

 

di Maria Cristina Giovannitti

ertgyyy--400x300Nella storia di Antonella Politano i killer sono due: i materiali tossici nocivi dell’Azienda di Stato per i Servizi Telefonicitra cui anche l’amianto – accertati dalle perizie della Procura e quanti erano a conoscenza della pericolosità di quella centrale e hanno taciuto.

Con la legge 257/1992 l’amianto è stato bandito per qualsiasi costruzione. Il problema è che il materiale, per via delle ottime capacità isolanti e per il basso costo, è stato utilizzato soprattutto per enormi capannoni. L’Eternit – amianto e cemento – è ovunque in Italia: dalle canne fumarie, ai tetti degli edifici pubblici. Con i vari cambiamenti climatici, questo materiale sprigiona però delle molecole omicide che s’insinuano nei polmoni provocando mesoteliomi maligni e altri tipi di carcinoma. Fino al 2004 i casi di mesotelioma sono stati 9166 e le regioni più colpite sono il Piemonte, la Liguria e la Lombardia. Però l’amianto è un killer silente che agisce anche dopo anni di incubazione, uccidendo in pochi mesi. Il materiale bandito dal 1992, avrà il suo picco massimo di mortalità nel 2015. E allora l’unica salvezza è la bonifica e il Piano Regionale sull’amianto – una sorta di registro tumori – diventato obbligatorio dopo la legge del ’92, che invece ancora non hanno né il Molise né la Puglia. La cultura della bonifica, ad oggi, sembra ancora un miraggio.

Antonella è l’unica superstite di uno sterminio familiare che fa rabbrividire: la famiglia Politano ormai è diventata un caso, vista la gravità e la drammaticità dei decessi. Lei oggi è una donna coraggiosa e forte, sostenuta dal marito Massimo Mannarino ma circondata dall’omertà di tanti che l’hanno lasciata da sola a lottare.

Moriranno in rapida sequenza i familiari. Prima sua madre, Natalina Gatto, nel 1984 con un carcinoma alle ovaie. Stessa sorte toccherà nel 1998 alla sorella Gabriella. Solo pochi mesi dopo avverrà il decesso dell’altra sorella, Annamaria. Nel 2000 morirà Patrizia, altra sorella di Antonella, e seguiranno le morti della zia Bernarda Gatto – che viveva con i Politano –, e del padre di Antonella, Vincenzo con un carcinoma alla prostata.

 

Quando hai cominciato a sospettare che i decessi dei tuoi parenti dipendessero dalla centrale vicino casa?

Ho cominciato a capirlo quando morivano così rapidamente i miei familiari, e tutti di cancro. Quelli che all’inizio erano solo i miei sospetti oggi sono diventate certezze, con le perizie della Procura di Paola e dell’Ambiente, che mi hanno dato ragione. La nostra casa è a due metri dalla centrale, mio padre era il custode dell’Azienda di Stato per i servizi telefonici, in seguito diventata Iritel e poi ancora Telecom. Ricordo bene la puzza di uova marce che si sentiva sempre. Erano le esalazioni tossiche della sala batterie, ma nessuno di noi poteva sapere.

Ci racconti quando quella notte hai visto degli uomini con tute e maschere, coperti con attenzione, recarsi nella centrale?

Quella notte in casa ero con mia sorella Patrizia e forse quegli uomini dovevano pensare che nessuno di noi ci fosse. Era tardi, fummo svegliate dalle luci forti che passavano dalle le tapparelle e così “spiammo” che cosa stava succedendo. C’erano degli uomini arrivati con enormi tir, lampeggianti e protetti di tutto punto: maschere anti gas, guantoni e tute. Cominciarono così a smantellare la centrale, mentre io e mia sorella guardavamo da dietro le tapparelle la strana procedura. Cominciai a sospettare qualcosa perché noi vivevamo lì, respirando quell’aria normalmente e quotidianamente, mentre quegli uomini si erano premuniti con protezioni. Questo significa che lo Stato conosceva la tossicità della centrale e delle sostanze presenti, ma a noi di Paola nessuno aveva mai detto nulla. Nella mia zona ho visto morire circa 200 persone, oltre ai miei familiari e tutti di cancro. La Procura di Paola, in seguito, ha avviato un’inchiesta: il procuratore Luciano D’Emmanuele ha gestito tutta la parte iniziale dell’indagine, ha preso a cuore il mio caso ed ha chiesto il rinvio a giudizio. Oggi è sostituito dal dottor Francesco Greco e in questo dramma sono seguita legalmente dall’avvocato Sabrina Mannarino. Dalle perizie della Procura è emerso quello che ho sempre sospettato. Dalla sala batteria della centrale, che aveva ben 226 accumulatori di piombo, si sprigionavano sostanze tossico-nocive e sottoposte giornalmente a manutenzione ordinaria. Queste sostanze diventavano ancora più dannose in azione con le esalazioni di solfato di piombo, sostanze classificate dallo IARC –  International Agency for Research on Cancer – di tipo cancerogeno-umano gruppo uno. Ciò significa che è questa sostanza ad aver avvelenato la mia famiglia, quelli che lavoravano lì e le persone del posto.

Quando hai cominciato la tua lotta legale?

Ho promesso a mio padre, in punto di morte, che avrei fatto giustizia per loro. Così ho denunciato i due dirigenti della centrale che furono processati ma dichiarati non colpevoli. Ma il disastro ambientale è evidente e dimostrabile, tanto che ho potuto procedere civilmente contro l’azienda. Spero che il processo si concluda presto, sono molto fiduciosa visto che le prove della colpevolezza ci sono, i danni sono visibili a tutti e il danno ambientale è stato riconosciuto anche dall’Arpacal (agenzia regionale per la protezione dell’ambiente, ndr). Senza parlare del mio personale danno esistenziale, a cui nessuno potrà rendere giustizia.

Qual è stata l’attenzione della politica sul tuo caso?

Ho ricevuto un sostegno per la mia causa dall’onorevole Franco Laratta del Pd e da altri membri del suo partito. Tutto il Pd ha chiesto giustizia per me: Laratta, insieme ad altri 20 parlamentari, ha posto due interrogazioni urgenti per far luce sulla mia vicenda: una interpellanza rivolta all’ex Ministro per la Salute, Stefania Prestigiacomo, e all’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, senza ricevere risposta. Poi una più recente al al governo tecnico Monti e al ministro Clini.

In realtà sono stanca di essere avvicinata solo durante i periodi elettorali da personaggi politici che prendono a cuore la mia storia e la usano solo per farsi luce. Molti ‘soggetti’ si sono avvicinati a me e alla mia famiglia solo in funzione di un eventuale risarcimento e visto che non è ancora arrivato hanno ben pensato di chiuderci la porta in faccia. A questi episodi sono abituata e neanche ci faccio più caso. La mia più grande ricchezza sono la mia salute e soprattutto i miei figli.

Oggi hai lasciato la casa di via dei Giardini?

No, assolutamente. Tante persone che vivevano in questa zona sono morte. Voglio vivere qui, restare e combattere anche se lo sto facendo da sola. Oggi quella centrale è diventata sede delle Poste Italiane di Paola e la bonifica è avvenuta solo dopo le mie continue e pressanti sollecitazioni. Spero di poter fare giustizia per tutte le vittime di questo avvelenamento di massa e qualsiasi risarcimento dovessi avere non potrà mai compensare i gravi lutti che ho vissuto e il danno alla mia esistenza. La mia vuole essere una battaglia per la verità e per la giustizia.

 

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