ALESSANDRA BORGIA/ “Mi chiamano Madame, ma le apparenze ingannano.”

Alessandra_Borgia

Non è un’attrice, anche se starebbe benissimo nei panni di una 007 al femminile. Alessandra Borgia è invece una dei volti di VideoNews, la testata del gruppo Mediaset che si occupa – tra gli altri – di Matrix, Verissimo, Mattino Cinque e Quarto Grado. È una lady di ferro, una madame molto tosta, che non rinuncia alla sua femminilità perché “può darci la forza per emergere, senza paura di essere giudicate. Quando una donna è veramente brava, tutti sono costretti ad ammetterlo.” E, colmo dei colmi, in un bastardo gioco della torre, tra Silvio e Piersilvio, pollice verso il padre…

 

Partita da Telerama, formatasi con la dura gavetta che si fa cercando le notizie su strada, Alessandra Borgia arriva fino ai grandi schermi televisivi. Secondo i canoni del maschilismo imperante – che pervade anche il mondo del giornalismo – risulta difficile immaginare che una bella donna possa essere anche brava.

Mai ricevuta una proposta indecente”, chiarisce la Borgia, e soprattutto “lavoro da dieci anni a Mediaset, con contratto rinnovato di anno in anno”. Una precaria. Che lavora solo perché merita e non per spirito divino. “Anche perché i raccomandati si riconoscono facilmente e lavorare in una redazione dove nessuno ti stima non è bello.”

È meritocratica; per motivi di lavoro non è andata alla manifestazione delle donne, Se non ora quando, ma “se avessi potuto sarei andata”; si vocifera sia una vendoliana convinta “anche se voglio rimanere indipendente e non legarmi a nessun partito”.

E, colmo dei colmi, in un bastardo gioco della torre, tra Silvio e Piersilvio, pollice verso il padre. Che ci fa a Mediaset una così? “In azienda c’è molta più libertà di quanto si possa immaginare.”

Una lady di ferro, una madame molto tosta, che non rinuncia alla sua femminilità perché “può darci la forza per emergere, senza paura di essere giudicate. E quando una donna è veramente brava, tutti sono costretti ad ammetterlo.”

Quando tuo figlio ti chiede: “Mamma, perché fai la giornalista”, cosa rispondi?

Mio figlio scherzando mi dice: “Mamma, con tanti mestieri che potevi fare…”. Spesso sia io che il padre siamo fuori per lavoro, quindi lui si è anche abituato alla lontananza, però accettarlo fino in fondo diventa difficile, sopratutto quando ci sono periodi in cui stai fuori casa per parecchio tempo.

E la tua risposta qual è?

Che non si sceglie il lavoro, è il lavoro che sceglie te. Faccio questo mestiere perché ho seguito la mia grande passione.

Partita da Telerama sei arrivata sui grandi schermi Mediaset…

Ho iniziato prestissimo – tra l’altro all’epoca facevo il primo anno di giurisprudenza – e quasi per gioco, partecipando ad un “concorso” per chi voleva diventare giornalista, organizzato da Mixer Media Management, il gruppo che controlla Telerama.

E poi?

Eravamo in tanti a partecipare, ne prendevano solo quattro. Ero veramente molto giovane, ma a 20 anni già conducevo il tg e alcune trasmissioni televisive. Quindi  mi sono trovata in una condizione diversa rispetto a quella che era la mia età: la notte di Capodanno le mie amiche andavano in discoteca, io invece ero lì a lavorare.

E chi lavora a Capodanno…

La passione ti porta a fare delle rinunce che non ti pesano e che magari peserebbero ad altri.

Sacrifici ben ripagati.

Il direttore artistico, il direttore della testata e l’editore mi avevano alimentato il sogno, nel senso che credevano molto nelle mie possibilità perché vedevano la mia attitudine a fare questo mestiere, la facilità con cui mi confrontavo con la telecamera nonostante a 20 anni non sapessi nemmeno cosa fosse una telecamera.

Una video-predestinata.

Credo che le immagini possano raccontare molto di più di quello che tu puoi scrivere o dare attraverso un’espressione che è molto personale.

E quando è scattata la scintilla con Mediaset?

Nel periodo degli sbarchi di clandestini dall’Albania. Quello è stato il primo tra i fenomeni di questo tipo, tutto è cominciato da Bari. Come spesso accade in occasione di eventi straordinari, ci si confronta anche con i grandi network, che chiedono le immagini ai piccoli gruppi e quindi ti trovano lì sul posto. Così c’è stato l’approccio con Mediaset, anche per un questione di fortuna, nel senso che io avevo delle immagini particolari che ovviamente gli inviati non avevano. E ho cominciato a collaborare, girando i servizi per conto mio e poi vendendoli a loro. Dopo alcuni mesi mi hanno chiesto se potevo lavorare con Verissimo.

Ricordi un giorno particolare, o una telefonata, in cui ti hanno chiamato da Mediaset per dirti: “Alessandra vuoi essere dei nostri?”

Non ricordo molto le date, è una mia pecca, ma ricordo una telefonata per dirmi che il mio lavoro piaceva. In Puglia avevano anche un’altra corrispondente, ma se avevo voglia di lavorare e magari di spostarmi  potevo entrare nella squadra. Io accettai e mi fecero un contratto, a tempo determinato chiaramente, per la zona di Marche, Abruzzo e Umbria.

Immagino i salti di gioia!

Se devo dirti la verità, no. Quando sei nelle piccole realtà locali, come è successo a me e come succede a tutti quelli che fanno la gavetta, tendi a vedere il salto, lo sogni, lo immagini, lo costruisci nella tua mente, lo idealizzi. E quando lo vivi, quel momento non ha il sapore di quando lo hai sognato. È molto più normale.

Hai detto: “Lavorare a Telerama è stata una palestra importante.”

A tutti i ragazzi che vogliono fare questo mestiere e che mi chiedono consigli dico di non avere fretta. Io ho cercato di fare tante esperienze, ho avuto tanta curiosità di capire come potevo migliorare e ho cercato di apprendere e assorbire qualunque cosa di questo lavoro in ogni luogo in cui sono andata. In una televisione locale devi saper fare veramente di tutto, dalla cronaca alla politica, dal montaggio dei servizi all’organizzazione dell’uscite. A Verissimo, la mia prima esperienza in una realtà molto più grande, tutto era concepito in maniera diversa: la segretaria prendeva l’appuntamento, la produzione ti cercava la troupe, tutte cose che mi risultavano lontane.

Il bello della gavetta…

A Telerama ho capito cosa vuol dire trovare risposte per appagare non solo la mia curiosità ma anche quella di chi guarda un servizio piuttosto che un reportage. La gavetta ti fa entrare nel meccanismo di questo mestiere, che non significa fare televisione, non confondiamo le due cose. Oggi sento ragazzi e ragazze che vogliono fare i giornalisti perchè fondamentalmente vogliono fare televisione, eppure la telecamera non deve servirti per apparire ma per raccontare la realtà attraverso la spinta e la suggestione delle immagini. Bisogna avere pazienza e costanza.

Alessandra, parliamoci chiaro: a cosa serve la gavetta quando basta concedersi al “drago” di turno e il gioco è fatto?

Questo accade in tutti i lavori. Se in un’azienda la segretaria vuole arrivare più in alto e c’è il direttore pronto… Ma è importante dimostrare di essere all’altezza, perché si nota subito la differenza con chi diventa qualcuno per spirito divino. È difficile fare la gavetta e avere la pazienza per imporsi, ma alla fine potrai camminare a testa alta. Purtroppo anche nelle redazioni ci sono i raccomandati ma sono riconoscibili. E operare in un contesto dove tutti sanno che sei un raccomandato non è bello.

Hai detto anche: “Amo il giornalismo da strada, la ricerca della notizia”.

A me sta stretta la redazione intesa come posto dove la mattina vai a lavorare, neanche fosse un ufficio. Cercare le notizie sulle agenzie non è giornalismo. Per me questo lavoro si fa su strada, quando vai alla ricerca delle notizie, a caccia degli approfondimenti.

Eppure non sembri una che si “sporca” le mani, ma forse le apparenze ingannano…

A volte mi chiamano madame, perché sembro delicata, ma in effetti sono molto tosta. Quando sono sul campo mi piace respirare l’atmosfera che trovo, viverla da vicino per capire cosa è successo, perchè è avvenuto un fatto, raccontarne i protagonisti, entrare nel meccanismo, perchè secondo me è quello che deve fare un giornalista.

Sei stata ad Avetrana: che idea ti sei fatta della vicenda Scazzi?

È una storiaccia, purtroppo famigliare, in cui non è stato semplice entrare perché le persone interessate non parlano.  Secondo me ancora non è stata chiarita fino in fondo, perchè ci sono dei punti che non tornano. Bisogna capire quali sono le responsabilità di ognuno e capire se tutti effettivamente dicono la verità oppure no.

Come sei riuscita a non influenzare il tuo privato con quella drammaticità?

Come il medico abituato a stare sempre con i malati riesce a trovare un logico distacco, così anch’io devo sforzarmi di non perdere la lucidità. Ma per una madre – perché io sono una madre – è difficile e quindi capisci bene le ansie che posso vivere come genitore più che come professionista. Devo essere onesta: diventi più ansiosa, più guardinga, meno romantica nel vedere il mondo.

Secondo te non c’è il rischio che – in casi come quello di Sara Scazzi, in cui si è costretti a fare notizia – ci si possa trasformare in giornalisti avvoltoi?

C’è una linea sottilissima che in questi casi è molto difficile non superare, perché magari vuoi trovare quella notizia in più per poter arrivare ad una possibile verità. Però io dico sempre che l’accanimento della redazione su un fatto di cronaca succede perché effettivamente c’è morbosità anche da parte del pubblico. È come se la gente volesse fare un vaccino comune attraverso queste situazioni, per capire da chi dobbiamo stare attenti e di chi dobbiamo preoccuparci. Le persone sono molto spaventate, ecco perché si legano in maniera quasi morbosa a queste vicende: tracciano identikit per autodifesa. Sara Scazzi, Yara sono ragazze che fanno una vita normale, senza grilli per la testa e che vengono coinvolte in situazioni che nessuno si aspetterebbe. E questa normalità fa sì che il pubblico riveda in loro un proprio familiare, una nipote, una figlia, una vicina di casa. Ecco da dove nasce il legame morboso.

Queste vicende si sono – volente o dolente – trasformante in esperimenti di infotainment, che più che informare rischia di disinformare.

La domanda che tutti ci poniamo è se a livello editoriale c’è la volontà di spostare l’attenzione su fatti di cronaca in maniera tale che non ci si preoccupi di altro. È una domanda che mi faccio anch’io, è un dilemma.

E ti rispondi che…

Da giornalista ti dico che mi occupo di cronaca, ma onestamente mi  rifiuto di fare determinate cose perché non mi piacciono le forzature, non mi piacciono i giochetti, non cerco lo scoop ad ogni costo. Ci sono dei parametri personali oltre i quali non mi spingo.

E da mamma cosa mi rispondi?

Che in Italia, in questo momento, probabilmente c’è la voglia di occuparsi di gossip vari e non invece di problemi seri che stiamo vivendo e che riguardano tutti: il lavoro, la disoccupazione, l’università, la ricerca. C’è un malcontento generale che non va sottovalutato, che andrebbe risolto, cosa che invece non si sta facendo perché purtroppo il sistema italiano vuole che ci si occupi di altro.

Qualcuno dice che tu sia una vendoliana convinta.

Ci sono delle persone carismatiche – e non parlo di politici – e persone senza carisma. Se poi queste persone carismatiche fanno anche politica e politicamente parlando mi intrigano, è chiaro che io mi avvicino, mi incuriosisco,  anche se voglio rimanere indipendente e quindi non voglio legarmi a nessun partito.

Per chi hai votato alle ultime elezioni?

Per chi pensavo potesse rappresentarmi.

Parliamo di “Se non ora quando”.

Per motivi di lavoro non ho partecipato ma se avessi potuto sarei andata. Credo siano degli appuntamenti dove non bisogna mancare. Vorrei che ci fosse, da parte di noi donne, la presa di coscienza che esistiamo veramente senza privarci della nostra femminilità, che anzi ci deve dare forza per emergere, senza paura di essere giudicate.

Sei oggettivamente anche una bella donna: hai mai avuto il sospetto che qualcuno ti offrisse un lavoro in cambio di altro?

Gli uomini mi guardano in un certo modo sempre, anche quando vado a fare la fila in Posta, però devo dire che ho avuto la fortuna che mai nessuno si ponesse nei miei confronti in maniera indecorosa. Non ho mai avuto una proposta indecente. Fortunato colui che magari voleva farmela e poi non l’ha fatto, perché sono molto impulsiva e non so neanche come avrei potuto reagire.

Sfatiamo un mito: quello della donna che nel lavoro è agevolata dalla sua bellezza. Rischia di essere sempre condannata, nonostante la bravura, alle dicerie..

E invece la verità è un’altra.

Quale?

Se fossi stata un cesso mi avrebbero fatto fare mille servizi, ma in video non sarei mai andata. Per fare televisione secondo me la bellezza aiuta, perché si preferisce mandare in onda  un bel viso piuttosto che un viso meno bello.

Mi sembra di capire che il mito non verrà sfatato.

Quello che dici tu è legato alla malvagità e all’invidia di alcune persone, per cui se una è bella allora è una che l’ha data e se una è brutta sarà sicuramente figlia di qualcuno importante. Di base, però, a prescindere dall’aspetto fisico, quando una donna è in gamba tutti sono costretti ad ammetterlo.

Eppure sembra quasi che una donna bella non abbia la facoltà di essere anche brava.

Anche se pensiamo di aver fatto dei passi avanti, viviamo in un mondo maschilista. E il giornalismo è fortemente maschilista, nonostante pochissime realtà in cui le donne sono arrivate in posizioni che prima toccavano solamente agli uomini.

Pare che Berlusconi sia uno che vede le donne solo in orizzontale. Come si fa ad avere un capo così?

Non è il mio capo e onestamente da 10 anni che sono a Mediaset non ho mai avuto un confronto con lui. Dieci anni con contratti che mi rinnovano di anno in anno, perché io non sono stata ancora assunta. Questo fa capire che probabilmente lavoro perché sono utile alle redazioni e non per altre qualità.

A cena col nemico: chi scegli?

Siccome a me piace mangiare bene, col nemico mai.

L’uomo più bello del mondo?

Mio figlio. E indirettamente mio marito, ma arriva secondo.

E la donna più bella del mondo?

Mia mamma.

Gioco della torre: Silvio o Piersilvio?

Silvio.

Il miglior politico italiano?

Perché, esistono ancora?

E il peggiore?

Sarebbe una lista troppo lunga.

La citta dei tuoi sogni?

Nei miei sogni esiste e sicuramente non è quella dove viviamo.

Finisci questa frase come meglio credi: il giornalismo è…

La voglia di raccontare ciò che ci accade senza filtri.

Un aforisma che ti rappresenta.

L’amore va al di là del bene e del male.

Di chi è?

Nietzsche.

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