Yara Gambirasio e Melania Rea Uccise dalla Camorra per Vendetta: Ecco le Prove

Yara Gambirasio e Melania Rea

Yara Gambirasio e Melania Rea

L’esclusiva è firmata Rita Pennarola, autorevole giornalista campana e direttrice del mensile d’inchiesta La Voce delle Voci. L’ipotesi messa in piedi dalla Pennarola, sostenuta da prove e testimonianze, è semplice quanto scioccante: “Yara Gambirario e Melania Rea sono state uccise dalla camorra”. Ecco la ricostruzione e tutti i dettagli, come riportati su Lavocedellevoci.it

Soltanto adesso, a distanza di quattro anni, dopo aver messo a soqquadro una intera comunità e speso circa 8 milioni di fondi pubblici per le analisi del Dna in quello che rappresentavano sempre come un delitto a sfondo privato, i pubblici ministeri di Bergamo cominciano a interrogarsi su un altro, possibile movente nel delitto di Yara Gambirasio, quel movente che manca nelle ipotesi a carico di Massimo Giuseppe Bossetti. Ma che ci fosse la camorra dietro questo delitto, così come in quello di Melania Rea, l’altra giovane orribilmente tagliuzzata, la Voce lo aveva scritto fin da luglio 2011, raccogliendo prove e testimonianze. 

Se non scendono in campo le DDA, c’è ben poca speranza che si venga a capo di tanti misteri italiani, compreso quello di Yara.

Ecco l’inchiesta della Voce di luglio 2011, più che mai attuale oggi, dopo che l’Ansa riporta le dichiarazioni di Bossetti al gip, su una possibile vendetta di qualcuno ai danni del padre della ragazza. Il quale, probabilmente senza neppure saperlo, lavorava in un’impresa riconosciuta dagli inquirenti (ben altri inquirenti, esperti in antimafia) come riferibile a personaggi legati incontrovertibilmente alla camorra.

YARA, LA LOPAV E LA COSTA DEL SOL

Maledetta camorra. Che ricorre ogni volta, come un macabro rituale, negli omicidi più atroci ed efferati. Anche in questo. Sì, c’è l’ombra dei clan del napoletano che si allunga sulla morte della piccola Yara Gambirasio. Più volte se ne era parlato nei primi mesi delle indagini. E le informazioni circolavano a mezza bocca in paese, dentro una Brembate sconvolta ed impaurita. Qualche telefonata era arrivata anche alla Voce: «indagate bene sul clan Mazzarella. Qui lo sanno tutti che poteva esserci la mano della camorra. Tanto che alla Zingonia (un quartiere ghetto al confine di Brembate, ndr) sembra ormai di essere a Secondigliano o a Forcella, si spaccia in ogni angolo di strada…».

LA RICOSTRUZIONE

E allora proviamo a partire da una ricostruzione cronologica dei fatti. E occhio alle date. È il 12 ottobre del 2010 quando i finanzieri del nucleo operativo antidroga, arrivati in provincia di Bergamo su ordine della Direzione antimafia partenopea, arrestano i fratelli Massimiliano e Patrizio Locatelli. I due gestivano un’impresa edile nel campo della pavimentazione. Affari a gonfie vele: dalle migliaia di alloggi per i terremotati dell’Aquila, fino al nuovo centro commerciale di Mapello, nel comune di Brembate.

Il blitz del 12 ottobre era scattato nell’ambito dell’Operazione Box, che sempre nel 2010, a maggio, aveva condotto per la terza volta in manette Pasquale Claudio Locatelli, padre dei due imprenditori napoletan-bergamaschi, nonché elemento di spicco del sodalizio criminale collegato al clan Mazzarella, con solide basi logistiche nella Costa del Sol, in Spagna. Pesanti le accuse, riciclaggio e narcotraffico, anche per i Locatelli junior, la cui azienda è stata affidata dalla Dda di Napoli al custode giudiziario Cesare Mauro. I beni sequestrati ammontano a 10 milioni di euro. 

STRANE COINCIDENZE

Prima ricorrenza. Quello di Mapello è lo stesso cantiere in cui i cani molecolari hanno più volte fiutato le tracce di Yara, la tredicenne di Brembate scomparsa la sera del 26 novembre 2010 all’uscita dalla palestra e ritrovata cadavere il 26 febbraio 2011 in un campo di Chignolo d’Isola, distante pochi chilometri. Quando Yara viene rapita sono trascorsi poco più di 40 giorni dall’arresto dei Locatelli. E molti fanno notare la ritualità fra le date: 90 giorni esatti dalla scomparsa. Tre mesi.

Seconda ricorrenza. Sponsor ufficiale del Palazzetto dello sport di Brembate, dove Yara si allenava, accingendosi a diventare una stella della ginnastica ritmica, era stata a lungo proprio la Lopav Pima dei fratelli Locatelli.

Terza. Fulvio Gambirasio, padre di Yara, lavora da sempre nel campo della pavimentazione edile. Attualmente risulta dipendente della Gamba coperture, ma pare accertato che questa ditta abbia avuto in passato rapporti di collaborazione proprio con la Lopav.

MANODOPERA STRANIERA

La gente del posto parla di grossi giri di manodopera straniera, molto spesso al nero, ma soprattutto di «appalti e subappalti che poi coinvolgevano sempre le stesse ditte». Quanto alla Lopav Pima, qui se ne parla come di un fulcro economico e sociale sul territorio per anni. E riecheggia ancora l’eco delle iniziative “benefiche” messe in campo dagli imprenditori camorristi, come il dono di attrezzature per i parchi giochi dei bambini, o le feste sui campi organizzate con le famiglie dei 140 dipendenti. Senza contare, poi, le sponsorizzazioni sportive e gli spot nelle tv locali. Ma c’è di più: «Nel 2009, prima che scattassero i provvedimenti antimafia a carico dei fratelli Locatelli – raccontano a Brembate – all’open day della Lopav parteciparono membri delle forze dell’ordine, due magistrati, il direttore di un carcere, politici e religiosi locali», benché, come abbiamo visto, fosse già noto alle cronache il profilo camorristico di Locatelli senior.

Ancora. Fra gli extracomunitari che lavoravano al cantiere di Mapello c’era anche lui, il marocchino Mohamed Fikri, 22 anni, prima fermato e poi rilasciato nell’ambito di un pasticcio investigativo basato sulla traduzione di una frase intercettata del giovane («Dio, Dio, fa che risponda» sarebbe stata tradotto come «Che Allah mi perdoni, ma non l’ho uccisa io»). Di sicuro, il giorno dopo la scomparsa di Yara il ragazzo aveva già preso il largo. Forse, uno dei tanti testimoni scomodi. Che voleva scampare a un destino già segnato.

SOLO COINCIDENZE?

Infine le coincidenze. Impressionanti. Il 25 novembre, poche ore prima della scomparsa di Yara, si toglie la vita nel suo ufficio della caserma di Zogno, in zona Brembate, il brigadiere Pierluigi Gambirasio, 53 anni. Non lascia nemmeno un biglietto che spieghi il suo gesto. Si siede alla scrivania, estrae la pistola d’ordinanza e si spara in bocca. I suoi familiari negano la parentela con la famiglia di Yara: probabilmente si tratta anche qui d’un caso di omonimia. È certo, però, che il brigadiere si occupava proprio del traffico di stupefacenti nel territorio della Val Brembana.

La seconda coincidenza, l’ultima, potrebbe forse offrire una spiegazione. Perché ad aprile scorso, sempre nell’ambito della Operazione Box, i militari del Goa della Guardia di Finanza di Napoli hanno catturato a Bergamo quello che è considerato l’informatore della holding Locatelli. Si tratta di Gianfranco Benigni, ex carabiniere del Ros, accusato di associazione per delinquere finalizzata al traffico internazionale di droga. Benigni – questa l’imputazione – era stato assoldato dai trafficanti del clan Mazzarella per fornire ai Locatelli informazioni riservate riguardanti indagini in corso, intercettazioni o misure cautelari a loro carico». 

QUEL CLAN DI CUI NESSUNO PARLA

«L’arresto di Benigni – commenta il procuratore aggiunto di Napoli Rosario Cantelmo – rappresenta l’ultimo sviluppo della Operazione Box, l’inchiesta giudiziaria su un sodalizio collegato col clan camorristico dei Mazzarella e con basi logistiche in Spagna, sulla Costa del Sol, attivo nell’importazione di ingenti quantitativi di hashish destinati allo spaccio, in Campania e nel Lazio». «Il gruppo di narcos italo-spagnoli capeggiato da “Mario di Madrid” (soprannome di Pasquale Claudio Locatelli, ndr) – viene aggiunto – è ritenuto uno dei principali fornitori di hashish del mercato italiano, in particolare di quello napoletano, controllato dal clan Mazzarella di San Giovanni a Teduccio».

Tutto questo non è bastato finora agli inquirenti bergamaschi – in prima fila la pm Maria Letizia Ruggeri – per seguire fino in fondo la pista della camorra nelle indagini finalizzate a scoprire chi ha massacrato e reso irriconoscibile il corpicino di Yara Gambirasio.

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