Trattativa, D’Ambrosio prima di morire scrisse a Napolitano: “Presidente, lei sa…”

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“È importante ascoltare Napolitano perché è l’unica possibilità per approfondire i timori espressi da D’Ambrosio nella lettera che il consulente giuridico inviò allo stesso Capo dello Stato il 18 giugno 2012.

 

Nella missiva D’Ambrosio esprimeva il timore di essere stato usato ‘come l’ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo di indicibili accordi’ facendo riferimento a fatti accaduti tra l’89 e il ’93”. 

Adducendo queste motivazioni, lo scorso 26 settembre il pm Nino Di Matteo chiedeva alla Corte d’Assise di Palermo che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano fosse chiamato a deporre durante il processo sulla trattativa stato-mafia

E’ necessario tornare al consigliere giuridico del Quirinale Loris D’Ambrosio che così risponde alle domande del Fatto: “E’ vero che Mancino mi ha insistentemente chiamato e ha scritto molte lettere al presidente. Ed è vero che io più volte l’ho ‘girato’ sui procuratori competenti (Caltanissetta, Firenze e Palermo) e sul procuratore nazionale antimafia Piero Grasso.

Nessuno, né io né tanto meno il presidente, ha mai fatto ingerenze su questa questione. Non posso dire nulla sul contenuto dei miei colloqui con il capo dello Stato. Le dico di più, persino se i magistrati mi chiedessero queste cose io sarei in imbarazzo e dovrei chiedere al presidente se posso rispondere o no“.

Però Due giorni dopo D’Ambrosio scrive la lettera a Napolitano, su cui il Capo dello Stato verrà chiamato a deporre. “I fatti di questi giorni mi hanno profondamente amareggiato personalmente, ma, in via principale, per la consapevolezza che la loro malevola interpretazione sta cercando di spostare sulla Sua figura e sul Suo altissimo ruolo l istituzionale condotte che soltanto a me sono invece riferibili.

Come il procuratore di Palermo ha già dichiarato e come sanno anche tutte le autorità giudiziarie a qualsiasi titolo coinvolte nella gestione e nel coordinamento dei vari procedimenti sulle stragi di mafia del 1992 e 1993, non ho mai esercitato pressioni  o ingerenze che, anche minimamente potessero tendere a favorire il senatore Mancino o qualsiasi altro rappresentante dello Stato comunque implicato nei processi di Palermo, Caltanissetta e Firenze.

Con quelle autorità giudiziarie, mi sono comportato con lo stesso rispetto che, sia in questi anni sia dall’inizio della mia attività professionale, ha ispirato i miei comportamenti con chi è chiamato a esercitare in autonomia e indipendenza le funzioni di magistrato, Qualunque mio collega puo esserne testimone. 

Quel che, con espresso riguardo ai procedimenti sulle stragi, ho invece sempre ritenuto e poi stigmatizzato in qualunque colloquio è che le criticità e i contrasti sullo svolgimento di quei procedimenti non giovano al buon andamento di indagini che imporrebbero, per la loro complessità, delicatezza e portata, strategie unitarie, convergenti e condivise oltre che il ripudio di metodi investigativi non rigorosi o almeno, non sufficientemente rigorosi nella ricerca delle prove e nella loro verifica di affidabilità, oltre che, ancora, l’abiura di approcci disinvolti non di rado piu’ attenti agli effetti mediatici che alla finalità di giustizia”.

Ma  il passaggio finito sotto la lente di ingrandimento dei pm è un altro. “Lei sa  che di ciò ho scritto di recente su richiesta di Maria Falcone. E sa che, in quelle poche pagine, non ho esitato a fare cenno a episodi del periodo 1989- 1993 che mi preoccupano e fanno riflettere; che mi hanno portato a enucleare ipotesi – solo ipotesi- di cui ho detto anche ad altri, quasi preso anche dal vivo timore di essere stato allora considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi. 

Non Le nascondo di aver letto e riletto le audizioni all’Antimafla di protagonisti e comprimari di quel periodo e di aver desiderato di tornare anche io a fare indagini, come mi accadde oltre 30 anni fa dopo la morte di Mario Amato, ucciso dal terroristi”.

A cosa si riferisce D’Ambrosio?

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