Terra dei fuochi, non tutto è da buttare. Ma è ora che lo Stato intervenga seriamente

terra dei fuochi non tutto è da buttare ma lo stato intervenga

“Bisogna dividere il buono dal cattivo”. E al catasto le discariche risultano terreni agricoli, come denuncia Linkiesta.

 

La “Terra dei fuochi” è un calderone incandescente di ortaggi, contadini, rifiuti, tumori, pentiti, politica e camorra. Una matassa ingarbugliata di cui è difficile trovare il capo, come le stradine sterrate e fangose che portano agli orti coltivati a broccoli, fragole, cavoli e finocchi. Frutta e verdura della discordia. Piantata e raccolta lungo il muro di una discarica, come è accaduto a Giugliano. O su un terreno imbottito di rifiuti, come è successo a Caivano. Ma è vero che tutti i prodotti di questa lingua di terra tra Napoli e Caserta (che per prima Legambiente nel 2003 chiamò “Terra dei fuochi”) sono contaminati e pericolosi per la salute di chi li mangia? E come si è passati dalla Campania felix alla terra dei roghi tossici da cui grandi marchi come Findus e Orogel stanno fuggendo? 

 1. Dalla Campania felix alla Terra dei fuochi

Basta fare un viaggio su uno dei tanti treni regionali che da Caserta portano a Napoli per capire quanto il cibo rappresenti una risorsa vitale per questa regione (la filiera agroindustriale pesa per il 4,3% sull’economia regionale). A destra e a sinistra della ferrovia si estendono a perdita d’occhio le cupole bianche delle serre e i campi gialli dei broccoli che qui si chiamano “friarielli”. Non solo piccoli contadini, ma soprattutto imprese agricole innovative, che investono in tecnologie e puntano ai mercati esteri. Lo dice anche il rapporto di Bankitalia sull’economia campana: la filiera agroindustriale campana “si caratterizza per una propensione all’export maggiore della media italiana”. Un tesoretto di 13 produzioni Dop, 12 Igp, 4 Docg, 15 Doc, 10 Igt e 335 prodotti tradizionali. 

Il cibo, in Campania, è cosa sacra. Terrafelixappunto, ideale per coltivare il grano, grazie ai fertili terreni vulcanici e all’abbondanza di acqua. Tanto che anche negli anni della crisi, nella regione si è sì risparmiato sulle spese mediche e sui vestiti, ma non sulla spesa. Nel 2011 – come ricorda Gianluca Abate inPomodoro Flambè– la Campania non a caso è stata la regione in cui la spesa alimentare è risultata la più alta d’Italia: 558 euro a famiglia, contro i 491 della Lombardia e i 481 del Piemonte.

E poi cosa è successo? Le denunce dei comitati della Terra dei fuochi hanno cominciato a fare rumore, don Maurizio Patriciello ha portato i pomodori “avvelenati” sull’altare della sua chiesa di Caivano, nelle terre coltivate sono arrivate le telecamere e il pentito Carmine Schiavone, boss del clan dei Casalesi, ha iniziato a concordare interviste con i giornalisti di tutto il mondo ripetendo a volto scoperto il mantra del “qui moriranno tutti”. Eppure, ad oggi, nessuno può dire con certezza che i prodotti di queste terre non si possano mangiare affatto o che mangiarli faccia ammalare di tumore. Perché seLe Ienehanno prelevato una pianta di pomodoro coltivata nell’Area Vasta di Giugliano dicendo di aver trovato mercurio, arsenico e piombo, la stessa cosa ha fatto l’Istituto superiore di sanità attestando che quei pomodori, invece, sono commestibili. Eppure il marchio Pomì il 3 novembre del 2013 ha preferito comprare un’intera pagina sui principali quotidiani nazionali con l’immagine di un pomodoro sulla cartina del Nord Italia e lo slogan “Solo da qui. Solo Pomì”. Tradotto: non compriamo prodotti dalle zone avvelenate della Campania.

Ma quella dei roghi tossici e degli sversamenti illegali di rifiuti non è una storia di pochi mesi fa, quando le dichiarazioni di Carmine Schiavone di fronte alla Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti sono state desecretate. Già alla fine degli anni Ottanta il pentito di camorra Nunzio Perrella aveva detto ai magistrati di Napoli: «Ma quale droga, la vera miniera d’oro sono i rifiuti». Si rischiava meno e si guadagnava di più. E poi sono arrivate le dichiarazioni di Gaetano Vassallo, il “Buscetta dei rifiuti”. «Nel 1993 abbiamo fatto lanciato le prime grida di allarme», racconta Stefano Tonziello, coordinatore scientifico dei Comitati della Terra dei fuochi, che da trent’anni insegue la sostenibilità ambientale nella Campania “pattumiera d’Italia”. Lo stesso Roberto Saviano, nel 2006, intitolò “Terra dei fuochi” l’ultimo capitolo del suoGomorraE ricordiamo tutti le immagini dei cumuli di spazzatura di Napoli e gli annunci di Silvio Berlusconi, così come è rimasta impressa nella memoria la scena del film di Matteo Garrone tratto dal romanzo di Saviano in cui un Toni Servillo nei panni di un cinico imprenditore getta via una cassetta di pesche (che «fetano», puzzano) perché coltivate in un terreno in cui lui stesso ha sversato rifiuti tossici delle industrie di tutta Italia in cambio di soldi dati agli stessi proprietari che quelle pesche gli hanno regalato. «Ho visto come li fai campare», polemizza il giovane apprendista con Servillo, «salvi un operaio a Mestre e uccidi una famiglia a Mondragone».

«La stragrande maggioranza delle pesche qui non puzza», controbatte Tommaso De Simone, presidente della Camera di Commercio di Caserta. «Qui vengono prodotti 2 milioni di quintali di pesche all’anno e non puzzano. Solo nella nostra provincia ci sono 15mila aziende agricole su 100mila imprese, che nei primi sei mesi del 2013 segnavano un export agroalimentare di un +36% rispetto al 2012. Eravamo tra le province del meridione più avanti rispetto alle altre».

Dopo è arrivata quella che De Simone chiama «la campagna mediatica». Tutto era partito quando, nel novembre del 2012, don Maurizio Patriciello, ex infermiere del Policlinico di Napoli, sacerdote al Parco Verde di Caivano, scriveva suL’Avvenire: «I veleni occultati nel terreno passano nelle verdure e da qui nel corpo umano, provocando malattie». A spingerlo a scrivere quel pezzo era stata una foto scattata dal fotografo Mauro Pagnano che ritraeva un campo di cavolfiori di Caivano con nel mezzo una macchia di cavoli di colore giallo. Tre mesi dopo la Forestale sequestrerà il terreno per aver riscontrato la presenza di «cadmio, arsenico e piombo con parametri che superavano di 4-500 volte il limite massimo consentito».

Finché Carmine Schiavone in una intervista a SkyTg24 dice: «Sono stato camorrista per vent’anni e ho assistito al disastro ambientale del mio territorio, contribuendovi… Stanno morendo cinque milioni di persone». Cose che Schiavone, in realtà, aveva già rivelato nel 1997 in una audizione davanti alla Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti presieduta da Massimo Scalia. Sedici anni dopo, il 31 ottobre del 2013, il presidente della Camera Laura Boldrini decide di desecretare quel verbale. Le parole di Schiavone così si prendono le prime pagine di tutti i giornali e il governo Letta corre ad approvare il decreto Terra dei fuochi.

Ma molti magistrati, da Federico Cafriero de Raho a Raffaele Cantone, che sui Casalesi hanno condotto diverse indagini, minimizzano sulle dichiarazioni di Schiavone. «Siamo andati nei laghetti di Castelvolturno», dice Cafiero de Raho al TgR Campania, «lì dove Schiavone aveva detto che erano stati scaricati i fusti. Arrivammo con la Forestale, i Carabinieri, i sub. Avevamo anche apparecchiature incredibili. Ma i rifiuti radioattivi non c’erano».

Eppure la preoccupazione cresce a vista d’occhio. Quando si tratta della salute, si preferisce non rischiare. I grandi marchi lo sanno. E non importa che dopo le analisi i prodotti non siano risultati contaminati. Il dubbio rimane, seLe Ienein tv dicono il contrario. Così le aziende dei surgelati che prima facevano a gara per comprare i prodotti tra Napoli e Caserta, fanno un passo indietro. Lo ha fatto la Findus Italia, seguita dalla Orogel. Mentre la Coop, come ha raccontato Fanpage.it, ha sottoposto i fornitori vicini alla Terra dei fuochi a un campionamento straordinario. Il risultato è stato che «tutti i campioni analizzati, sia di vegetali edibili, che di acque e terreni, sono risultati a norma di legge per i tenori dei metalli pesanti, Pcb, diossine, radioattività». 

Ma nessuno vuole più mangiare i prodotti della Terra dei fuochi. A Sarno, in provincia di Salerno, i genitori dei bambini che frequentano l’asilo comunale chiedono e ottengono la sostituzione della ditta che forniva il pane per la mensa. Il motivo: era di Giugliano. I cittadini vanno dal medico di famiglia per capire cosa possono comprare e cosa no; i fruttivendoli espongono cartelli: “Qui non si vendono i prodotti di Giugliano”. Una psicosi, dice qualcuno. Da allora, le vendite sono calate del 30 per cento, soprattutto sul mercato interno, dice De Simone. Mentre la grande distribuzione estera, tedesca in particolare, continua a comprare e a confermare gli ordini per la primavera, anche dall’area di Giugliano, visto che le analisi sui prodotti loro le hanno sempre fatte e continuano a farle. Ma «il pericolo è che se in Italia la Terra dei fuochi diventa la Campania intera, all’estero può essere in pericolo tutto il made in Italy». 

Allora, chi ha ragione? Il pentito di camorra che queste terre ha inquinato o i magistrati?Le Iene o l’Istituto superiore di sanità? «Nel frattempo», scrive Gianluca Abate, «forse i magistrati potevano comunque fare di più… Ma chi oggi – dopo aver ascoltato una delle cento e passa interviste di Schiavone – trema davanti al pomodoro o alla pesca che ha nel piatto davanti a sé, sappia almeno che su quelle dichiarazioni i pm hanno indagato. E dunque, se è comprensibile l’allarme tra i consumatori, sono decisamente sospetti l’accanimento del pentito e gli allarmismi». E solo i magistrati sanno quanto le bonifiche siano un business milionario che da tempo fa gola alla Camorra.

Una cosa è certa, dice Tommaso De Simone, «questa terra è stata violentata». Al di là dei film e dei romanzi, lo dicono anche i dati dell’Arpac (Agenzia regionale per la protezione ambientale in Campania): tra le province di Napoli e Caserta sono stati censiti 2.001 siti inquinati censiti (nelle rilevazioni compiute nel 2008), di cui 800 solo nella provincia di Caserta. «Ma molti sono cosiddetti siti provvisori», continua De Simone. «Probabilmente con la pala e con il camion si riesce a risolvere. Stiamo ragionando di qualche gomma, senza contaminazione del terreno. I siti che invece sono stati oggetto di occultamento di fusti e di rifiuti sono sotto sorveglianza da parte della procura per essere individuati». Quello che servirebbe, insomma, è una mappatura dei terreni, così come previsto dal decreto da poco convertito in legge. Per arginare i veleni, e salvare e rilanciare quello che è sano. «Dobbiamo avere la certezza che in alcune aree non si vada a coltivare più. Teniamo però anche presente che su buona parte di questi siti già non si produce niente perché sono siti di discariche. Che poi quel patto scellerato tra politica e camorra ha portato anche allo scarico illegale di rifiuti nelle discariche legali, di questo si occupa già l’attività giudiziaria». Ma «ragioniamo di meno dell’1% del territorio, e non è corretto che venga messo a rischio il futuro di decine di migliaia di imprese agricole che operano nel rispetto delle regole. Se oggi prendiamo il nastro rosso e bianco delimitiamo le aree e le guardiamo da sopra, ci accorgiamo che stiamo ragionando di una piccola parte del nostro territorio».

La “campagna mediatica”, però, con il susseguirsi delle interviste di Schiavone a volto scoperto, è coincisa «con l’arrivo dell’inverno, quindi con la presenza di relativamente pochi prodotti sul territorio. Il problema si sta riaprendo con l’arrivo della primavera, si parte con la campagna delle fragole fino a quella delle pesche e dei pomodori. Quello sarà il banco di prova. E i coltivatori non possono correre il rischio di seminare senza sapere se piazzeranno quei prodotti sul mercato», dice De Simone.

Tant’è che in tanti si stanno attrezzando da soli per effettuare analisi sui prodotti e i terreni. A spese proprie. Lo ha fatto il consorzio dei coltivatori della mela annurca, lo hanno fatto le cooperative che producono vicino a Giugliano, lo hanno fatto i produttori di pomodori di Villa Literno. «Le organizzazioni di prodotto, op, dei pomodori hanno commissionato 186 analisi di terreno e 130 analisi delle acque, per una spesa di 70mila euro», dice De Simone. E i risultati sono tutti a senso unico: i prodotti sono sani e commestibili. «È l’unico modo scientifico che hanno per dimostrare che il prodotto non ha problemi di inquinamento». Gli agronomi del luogo, intanto, propongono la nuova denominazione Doag, Di origine ambientale garantita. E a Napoli, a pochi metri dalla Stazione Centrale, è nato addirittura il polo del gusto della “terra del buono”. Ognuno, insomma, fa quello che può.

Nel centro di Caserta, a pochi passi dalla Reggia, sventola la bandiera gialla di Coldiretti “Campagna amica”. Accanto agli uffici, c’è anche il fruttivendolo dell’associazione di categoria gestito da un coltivatore di Valle dei Maddaloni. Tutto è tracciato e certificato, al contrario degli altri fruttivendoli della zona, che sulle cassette non indicano alcuna provenienza. «Qui vengono persone che prima non venivano», dice l’agricoltore, «ci chiedono allarmate da dove vengono i prodotti. Vendo quello che produco io stesso con uno sconto del 30% rispetto ai prezzi indicati dal ministero dell’Agricoltura e ci metto la faccia. È tutto certificato e controllato. Ma questa dei terreni contaminati non è mica una cosa nuova, si sa da un pezzo. Ora è arrivata la tv e sono tutti in allarme». 

Certo, aggiunge, Giovanni Lisi, direttore di Coldiretti Caserta, «non possiamo neanche minimizzare dicendo che tutto va bene. Ci sono stati anche esempi poco edificanti, di chi ha prodotto accanto alle discariche o chi ha coltivato su terreni che erano già stati incriminati in passato. E ci sono stati i coltivatori conniventi: qualcuno è stato vessato, qualcuno è stato attratto dal facile guadagno di offrire i propri terreni per gli sversamenti illegali. E poi c’è stato uno scarso controllo delle istituzioni, oltre che uno scarso senso civico da parte della popolazione». Basta percorrere la strada statale 265 che da Caserta porta a Giugliano per accorgersene: le piazzole di sosta sono piccole discariche, a ogni angolo c’è un frigorifero o un materasso e qualche volta si può anche vedere a distanza il fumo dei roghi di spazzatura di chi non smaltisce i rifiuti legalmente. Che però, come riporta il portale Prometeo, stanno diminuendo: nella provincia di Caserta dai 665 incendi di rifiuti e altre sostanze del 2012, nel 2013 si è passati a 327. Numeri più alti, ma sempre in calo, anche nella provincia di Napoli: 1.445 roghi tossici nel 2012, 815 nel 2013.

«C’è gente che carica la macchina e non si reca al primo bidone, ma preferisce lasciarla su un’aiuola o su una piazzola di sosta delle strade. Anche se oggi, dopo 20 anni di cattive abitudini, c’è una maggiore presa di coscienza», dice Lisi. Ma pure lo Stato ha fatto la sua parte, precisa Lisi: «Solo a Caserta sono state piazzate sei discariche grandissime nella piana dei Mazzoni, proprio dove è nata la mozzarella di bufala. Hanno sottratto un terreno fertilissimo, rovinato il paesaggio e probabilmente compromesso il terreno circostante. Qualcosa nell’ecosistema sarà stato modificato, e tutto legalmente».

 2. Giugliano: l’epicentro di un terremoto

Se la “Terra dei fuochi” fosse un terremoto, l’epicentro sarebbe l’Area Vasta di Giugliano in Campania, uno dei paesi più grandi d’Italia, con più di 100mila abitanti. A qualche centinaio di metri da un centro commerciale e dal grande mercato ortofrutticolo, che un tempo era trafficatissimo, una stradina che sembra una groviera di buche porta verso l’area delle discariche. Spazzatura a destra e a sinistra: copertoni, materassi, stracci, bambole, frigoriferi. Camioncini bianchi vanno e vengono dal vicino campo rom, mentre un gruppo di bambini e bambine si rincorre tra le pozzanghere e i cumuli di immondizia.

La puzza di uova marce entra nel naso e poi nella gola in poco tempo. Qui le pianure sono diventate nel tempo colline di rifiuti. Su un’area di 200 ettari sono state concentrate sette discariche, tra le più grandi della Campania, compresa la Resit, oltre 62mila metri quadri dove è stato sversato ogni sorta di rifiuto industriale, anche i fanghi pericolosi dell’Acna di Cengio. E lì accanto c’è un terreno, San Giuseppiello, di proprietà del pentito di camorra Gaetano Vassallo, che come lui stesso ha dichiarato, è imbottito di rifiuti di ogni tipo. Sull’avvelenamento di quest’area nel novembre del 2013 è stata inflitta una condanna esemplare: Francesco Bidognetti, boss dei Casalesi, è stato condannato a vent’anni di carcere con giudizio abbreviato per «associazione camorristica finalizzata all’avvelenamento della falda acquifera e al disastro ambientale», per aver seppellito rifiuti tossici nella discarica Resit, di proprietà dell’avvocato Cipriano Chianese, definito dalla magistratura come uno degli inventori della “Ecomafia” e imputato davantialla V sezione della Corte d’Assise di Napoli per avvelenamento delle falde e disastro ambientale insieme ad altre 38 persone. La discarica ora è sequestrata, circondata da plastica arancione. Ogni sei ore i custodi si danno il turno in un container precario, in cui si entra ed esce tramite una scaletta di ferro. «Siamo qui 24 ore su 24 a respirare questa puzza, è biogas», dice il guardiano di turno, «siamo qui da soli, a farci compagnia ci sono solo questi cani. Ed è da 16 mesi che non veniamo pagati».

Giovanni Balestri è un geologo fiorentino, che da 15 anni va su e giù con la sua auto a fare carotaggi, prelievi delle acque e voli aerei per la mappatura termica delle zone inquinate per conto della Procura di Napoli. Dal 2004 studia anche l’area vasta di Giugliano. «Ho avuto a che fare con le dichiarazioni di Gaetano Vassallo, che nasce e cresce con i rifiuti. Carmine Schiavone in confronto è un battitore libero», racconta Balestri dopo una giornata di prelievi, seduto al tavolo di un piccolo albergo alle porte di Caserta. «Vassallo ha dato tante indicazioni, che sono state verificate e sono risultate coerenti. Ma se non ci arriva lui, ci arrivo io con la mia tecnologia. Scegliamo i luoghi da analizzare sulla base dell’archivio storico delle foto aeree che vanno dal dopoguerra in poi. Vedo il terreno iniziale, osservo se magari ha una strada larga sei metri quando invece dovrebbe passarci solo un contadino. Cosa ci fa una strada di sei metri in un terreno di contadini? Ci passano i camion. Guardando le foto, incrocio i dati e mi faccio un elenco 60 siti potenzialmente trafficati e uno per uno li andiamo a verificare». Ma se il pentito non indica luoghi specifici, «non è che non lo fa nessuno. L’unica cosa lui mi può dire è più a destra o sinistra, ma se lui se lo dimentica, io con la geofisica, la geoelettrica me lo scopro da solo. Lui serve solo per farmi risparmiare tempo».

Le perizie di Balestri hanno portato alla condanna di Bidognetti. E sua è la famosa relazione di 290 pagine in cui si dice che la contaminazione nell’area vasta di Giugliano è così grave che entro il 2064 provocherà un disastro ambientale. «Ho calcolato che se la contaminazione è cominciata nel 1985 ed è arrivata a trenta meri sotto il terreno, mancano dieci metri alla falda che è a meno quaranta», racconta. «Se dovesse accumularsi percolato a meno trenta metri, quel tufo e quella pozzolana potrebbero essere attraversati dal percolato in 79 anni. Se 25 anni sono già passati, nel 2064 si arriva alla falda. Se tutto dovesse essere fermo, la natura farà sì che il percolato arrivi in falda».

Cosa si può fare per evitare un tale disastro? Dall’agosto del 2010 la patata bollente della messa in sicurezza e della bonifica di Giugliano è nelle mani del commissario regionale per le bonifiche Mario De Biase, ex sindaco di Salerno nominato da Antonio Bassolino e confermato da Stefano Caldoro, che da tre anni effettua analisi e carotaggi tramite la Sogesid, società del ministero dell’Economia. Le analisi di De Biase, affiancato da un team di tecnici, si sono allargate oltre i 200 ettari di Giugliano a un’area di 2mila ettari intorno all’epicentro delle discariche per capire quanto i contaminanti avessero inquinato i terreni circostanti.

De Biase trasmette quello che fa alla procura, poi il pm Alessandro Milita trasmette i documenti a Balestri per avere un parere. «Fatta la caratterizzazione», racconta il commissario nel suo ufficio del quartiere Santa Lucia di Napoli, «l’area è stata poi suddivisa in celle e per ogni cella è stato analizzato un pozzo. In tutto sono stati analizzati cento pozzi. Il risultato è che la falda acquifera è contaminata di cov, composti organici volatili, che possono essere cancerogeni. Con una ordinanza del Comune abbiamo così interdetto i pozzi per l’uso agricolo e animale». E soprattutto come fonte per l’acqua da bere. A questo punto la domanda è stata: se l’acqua è contaminata, la frutta e la verdura che vengono irrigati con quest’acqua come sono? «Il discorso che si faceva è che se l’acqua è inquinata i prodotti non possono che essere inquinati. Era un pregiudizio comune, anche mio. Ma chi lo diceva che era vero?».

Con l’Istituto superiore di sanità, De Biase ha analizzato per due anni, tra il 2011 e il 2012, la frutta e la verdura coltivati nell’area. Anche Balestri ha svolto alcune delle analisi. «Io ho studiato le piante», racconta. «La pianta certamente ne risente, ma questo non vuol dire che non si possa mangiare la pesca e che il frutto sia chimicamente alterato. Vuol dire che la pianta è stressata: le foglie risultano ingiallite e il fusto ha una sudorazione gommosa. Per vedere se frutto o ortaggio è chimicamente alterato, bisogna fare analisi sui frutti».

Ed è quello che ha fatto l’Istituto superiore di sanità. «Abbiamo raccolto trenta prodotti diversi», racconta De Biase. «Prima la frutta e non c’era niente; poi abbiamo visto gli ortaggi e non c’era niente; poi quelli a foglia larga e non c’era niente, poi le fragole e non c’era niente. Abbiamo fatto anche le analisi dei metalli pesanti: sono risultati tutti sotto la soglia di rilevabilità e sotto le soglie indicate per cromo e mercurio dalla Comunità europea. Ma quando io ho cominciato a diffondere questi risultati, sono stato dileggiato da tutti: o ero ignorante, o ero colluso, o ero scafesso».

E don Patriciello? E il pomodoro avvelenato delle Iene? Ancora una volta: chi ha ragione? «Che ci siano anomalie e degrado ambientale è fuori di dubbio, ma è criminale prendere la mamma di un bambino morto di tumore e farla assurgere a simbolo di correlazione, anche se lo fa un prete. Patriciello ha cominciato la vicenda portando i pomodori sull’altare, ma l’analisi di quei pomodori io non sono mai riuscito ad averle», dice De Biase. «Le Ienehanno preso una pianta di pomodoro e l’hanno fatta analizzare: quella scena l’hanno vista milioni di consumatori italiani, quella è una mistificazione. Il campionamento di un prodotto si fa con un protocollo, si fa delimitando area, facendo la doppia v, va prelevato solo frutto sano, emendato di ogni ammaccatura.Le Ieneprendono una pianta con le spalle alla Resit quando c’erano ancora le fumarole di vapore acqueo da mineralizzazione dei rifiuti, dicendo che le radici possono essere equiparate a una carota o una patata, le foglie della pianta all’insalata. Perché tu ti mangi le radici di pomodoro? Sul terreno di San Giuseppiello pianteremo i pioppi perché le radici sono in grado di attirare i metalli pesanti, ma mica mi mangio quelle radici! Bisogna distinguere pianta per pianta. E poi le analisi sono state fatte da un laboratorio di Bergamo adibito agli studi di fattibilità per le cucine industriali. Io faccio protocolli da anni, poi arriva uno con sei milioni di audience e una pianta di pomodoro in mano e pensa di dire la verità!».

Ma è possibile che un consumatore possa recepire l’idea che accanto al muro di una discarica ci sono fragole sane? «Per un problema etico di comunicazione e rassicurazione bisogna trovare un modo per avere un’area dino foodaccanto a questi siti, che però non può essere obbligatoriamente imposto. Qualsiasi Tar lo rigetterebbe, visto che i prodotti coltivati risultano sani. Quindi bisogna pensare a degli incentivi per gli agricoltori: avere 50 metri di bosco intorno alla Resit quanto costa? Quanto guadagni con queste stramaledette fragole? Te lo pago io pubblico. Ma per me oggi è indispensabile questo, e lo dico io che affermo che i prodotti non sono contaminati».

Dell’Area Vasta di Giugliano, quattro terreni sono stati interdetti all’uso agricolo: «Uno è San Giuseppiello, dove Vassallo ha dichiarato di aver sversato rifiuti, in un altro sono stati trovati valori maggiori di arsenico che qui già sono alti per il terreno vulcanico e forse sono dovuti a un uso sbagliato degli anticrittogamici, in un altro abbiamo trovato clorometano in suolo, l’ultimo è un terreno non coltivato in cui negli anni Cinquanta c’era un canale che probabilmente è stato interrato nel corso degli anni con rifiuti vari, e infatti lo abbiamo trovato contaminato con rifiuti solidi urbani». Nonostante l’allarme sia vecchio di anni e anni, il lavoro di De Biase e colleghi è ancora agli inizi. «Qui non so ancora che fare», ammette De Biase. «Perché il mio presupposto è che i suoli agricoli debbano rimanere tali, senza trasformarli in suoli industriali e risolvere tutto così. Servirebbe però il lavaggio del suolo, ma costa l’ira di Dio. E qui i 48 milioni di euro che mi avevano dato sono finiti. L’ho detto anche al ministro Orlando, che mi ha chiamato chiedendomi tre milioni per annunciare in conferenza stampa i voli per la mappatura. Tutte le attività che sto facendo sono tutte in danno ai privati».

 3. “Dividere il buono dal cattivo”

Ma allora come si può salvare un’area di 2mila metri quadri e tutta la Campania? «A San Giuseppiello stiamo provando a sperimentare la fitodepurazione con le piante bonificanti», spiega De Biase, che un tecnico non è, ma in questi anni ha studiato molto (qualcuno dice che la “relazione Balestri” sia fissa sul suo comodino). «Stiamo pensando di piantare pioppi, coinvolgendo l’università locale. Le radici dei pioppi sono in grado di attirare i metalli pesanti. Mentre per la messa in sicurezza della Resit e delle altre discariche, bisogna intervenire con la copertura per fare in modo che l’acqua piovana non attraversi più i rifiuti speciali diventando percolato, e poi bisogna estrarre il percolato e il biogas. Ed è anche necessario mettere la gramigna sopra, che è anche ignifuga, altrimenti d’estate rischia di bruciare. Tutto intorno poi bisogna creare una fascia di alberi ad alto fusto per confinare la ferita. Per dire: questa è la Resit, ma è isolata. Il resto è buono». E la falda? «Se i contaminanti sono solo composti volatili, la falda si può bonificare come ha detto l’Iss con il processo di air stripping. Detto in napoletano:sbattimiento. I cov all’aria degradano, se l’acqua la butti in una vasca e la agiti, hai risolto. Certo, è un passaggio in più ed è costoso. Oppure c’è il consorzio Basso Volturno, che fornisce l’acqua già a una parte dell’area, basterebbe estendere la rete. Ma ci vogliono 300mila euro di elettricità in più». Balestri è meno ottimista: « Forse l’ossigenazione dell’acqua da sola non basta. Bisogna far sì che gli invasi siano tutti inscatolati da meno 34 metri in poi per fermare la contaminazione della falda. Non si sa se questo è previsto a breve, so solo che ci sono costi molto alti».

Ma una cosa è la messa in sicurezza, un’altra è la bonifica. «Solo per la bonifica della Resit ci vorrebbero dai 150 agli 800 milioni. Qui di discariche ce ne sono sette», dice De Biase agitando una grande cartina dell’area. «Poi se si prendono in considerazione gli altri 40 siti che andrebbero bonificati in tutta la regione, ci vogliono miliardi. Dove stanno questi soldi? Solo per dire che abbiamo fatto la bonifica? Ma che te ne fotte? L’importante è la messa in sicurezza, purché la discarica non faccia più danno».

Perché il tema vero, aggiunge, «è invece la bonifica dei suoli agricoli, le discariche trattiamole da discariche. Se poi ci sono criminali che coltivano sulle discariche, quelli sono criminali. A Caivano, ad esempio, c’era una vasca di macerazione della canapa che è stata interrata di rifiuti e c’era un criminale che coltivava sopra, ma quello non è un terreno agricolo, quella è una discarica. La mistificazione è non dire che si coltivava su una discarica. Per mesi hanno detto che si stava coltivando su un terreno agricolo. È come dire ho coltivato i pomodori sopra la Resit».

Questa confusione tra discariche e suoli agricoli è quella che potrebbe far dire che “moriremo tutti” e che “la Terra dei fuochi è tutta contaminata”. E la confusione esiste già al Catasto. La Resit, ad esempio, risulta come “seminativo” e “frutteto”. Eppure è una discarica. Stessa cosa per Novambiente e Masseria del Pozzo, ma anche per il deposito di ecoballe Ponte Riccio. «Ora con la legge sulla Terra dei fuochi entro il 23 febbraio bisognerà fare la mappatura», dice De Biase. «Nel foglio particellare della Resit risulta ancora suolo agricolo. Quando faranno la mappatura capiranno che si tratta di discarica anche se c’è scritto suolo arboreo? Il catasto non ha cambiato la destinazione d’uso. È così dappertutto, si parla di suolo agricolo anche quando effettivamente sono discariche. Speriamo che non sarà così. Se poi esce tra i suoli agricoli contaminati anche la Resit, io farò il pazzo! Continuando così avremo una mappatura di tutta la Campania contaminata. Con il rischio che si uccide l’economia agricola».

La soluzione che propone Balestri, e che potrebbe essere estesa a tutta la Campania, è che ai contadini vengano dati degli incentivi per effettuare carotaggi in profondità. Perché più che l’acqua, come dice anche De Biase, «la cosa importante sono i terreni». E qui il problema è individuare non le discariche conosciute, ma quelle sconosciute. L’agro aversano, ricco di pozzolana, negli anni è stato sventrato per usare questi materiali per l’edilizia. «Ci sono enormi buchi a trenta metri di profondità e quindi visto che hanno reso una volta hanno pensato di farli rendere un’altra volta riempendoli con i rifiuti», racconta Balestri. «Per legge andrebbero ripristinati con terreno vergine agrario, ma costava troppo. Tutti quelli che avevano la cava l’hanno riempita di rifiuti. I contadini anziché rompersi la schiena con le pesche, hanno venduto i loro terreni al quintuplo di quello che possono costare e chi li ha comprati smaltendo illegalmente i rifiuti ci ha guadagnato cento volte tanto». Il punto è che se un contadino ha comprato il terreno dopo, «sa quello che c’è a due-tre metri sotto il suo suolo, ma magari non sa quello che c’è a meno trenta metri. Per questo servono i controlli in profondità, con un protocollo che devono seguire tutti. Alcuni si stanno facendo le analisi da soli, però lo devono fare seguendo un controllo. Perché chi sa di essere in difetto, può prendere anche fare analizzare il pomodoro preso da un’altra parte».

Serve, insomma, come ripetono tutti, dai tecnici agli amministratori, una mappatura della regione. Che pure è prevista nella legge sulla Terra dei fuochi. «Qui basterebbe fare un volo con le mie strumentazioni e in un mese è tutto pronto. Si fa l’archivio di foto satellitari, foto aeree, sovrapposizioni, io un lavoro del genere te lo faccio in un mese. E poi possiamo dire dove fare verifiche sul posto e altri terreni escluderli a priori. Se un campo è sempre stato lì, sempre coltivato e la stradina di accesso era quella che è, è inutile a starci a perder tempo. Io i primi voli li ho fatti nel ‘97-’99, ma da allora non è successo nulla».

È quello che dice anche Stefano Tonziello: «Non abbassare la guardia, ma dividere il buono dal cattivo sì. Vanno risanate le aree e bisogna intervenire sul territorio piantando essenze no food fitoestrattive, che significa piante non destinate all’alimentazione umana, né a quella degli animali. Le radici sono laboratori chimici, se non trovano da mangiare trasformano le sostanze che trovano. Fatto questo, poi devo tutelare le aree food». Ma non tutte le piante hanno la stessa capacità fitoestrattiva, le radici sono un filtro che seleziona i materiali di cui cibarsi. «I pomodori ad esempio sono poco fitoestrattivi, il mais lo è molto. Dipende dalle essenze. I broccoli non succhiano l’arsenico, come i pomodori, mentre le tuberose sì».

Da trent’anni Tonziello, ex insegnante, fa battaglie contro l’inquinamento della sua terra. In questi anni ha visto l’esercito fare dieci viaggi con i camion carichi della spazzatura di Napoli «quando sarebbe bastato un solo autocompattatore e risparmiare benzina». Ha visto l’assoluzione di Bassolino e di Impregilo per l’emergenza rifiuti, «e ora viene fuori che il risarcimento di 1,5 miliardi di euro chiesto per danni è stato già messo a bilancio di Salini». Ha visto spendere «oltre un miliardo di euro, di cui 64 milioni solo per monitorare le aree vaste». Ma «fatte le analisi, sono rimaste analisi». E solo per una volta, racconta sorridendo, «siamo riusciti a far portare indietro i rifiuti di fonderia che venivano da Reggio Emilia, a Morcone, in provincia di Avellino. È stata la nostra unica vittoria».

Tonziello cammina con un plico di 70 pagine sotto il braccio. Ci sono dati, numeri, procedimenti scientifici che lui propone da quasi dieci anni. E spesso viene anche consultato dalle forze dell’ordine. «Dire che i nostri prodotti non sono buoni, fare di tutta l’erba un fascio significa fare solo confusione e dietro a questa confusione ci sono molti miliardi spesi», dice. «Nel momento in cui circoscriviamo le aree vaste più altra piccola area, circoscriviamo il problema, dicendo che in queste aree non si produce più un chilo di cibo. Così noi siamo tranquilli. Se passa questo principio, noi abbiamo risolto il problema. Ma è una cosa disponibile non da oggi, è dal 2005 che le aree vaste sono state individuate. La Resit è del 1985! Di mappature ce ne sono anche troppe».

 ​4. Campania terra di tumori?

E i tumori? È vero che nella Terra dei fuochi si muore di più? Tutti ripetono: «Qui non c’è una famiglia senza un parente morto di cancro». Lo ripete don Patriciello. Lo ripetono alcuni medici di famiglia, come Luigi Costanzo, di Frattamaggiore: «Negli ultimi cinque anni nel mio distretto i codici di esenzione da ticket richiesti per le neoplasie sono triplicati». E il rapporto di Legambiente “Terra dei fuochi: radiografia di un ecocidio”, del novembre 2013, cita l’Istituto superiore di sanità: «Per la mortalità generale, nelle 5 categorie di Comuni il rischio cresce mediamente del 2%, in entrambi i sessi, da una categoria a minor pressione ambientale alla successiva a pressione più elevata, con un trend statisticamente significativo. Confrontando il gruppo dei Comuni a maggior rischio ambientale con quello di riferimento si osserva un eccesso di mortalità generale del 9% per gli uomini e del 12% per le donne».

Ma un oncologo come Umberto Veronesi è scettico. «Allo stato attuale delle conoscenze ci sembra di poter escludere che i vegetali che crescono in questa zona siano inquinati, perché le radici delle piante sono un filtro molto selettivo per le sostanze tossiche», dice al Mattino,e chiede l’istituzione di un «registro tumori». Anche Mario Fusco, responsabile regionale del registro tumori, che è stato istituito ma ancora non è partito (serve almeno un triennio per raccogliere tutti i dati), sostiene che «i dati scientifici non esistono». E precisa: «La paura la capisco nell’uomo della strada e nel parroco che agisce in buona fede, ma non nello scienziato». E non è un caso che il 16 novembre 2013, insieme a don Patriciello, in piazza a Napoli siano scese 100mila persone raccolte tramite l’hashtag #fiumeinpiena. A sfilare c’erano anche le mamme con le foto dei propri bambini morti, i morticini. E sugli striscioni era scritto: «‘A terra è nostra e non s’adda tuccà»; «Stop biocidio».

Ma ci sono anche scienziati che parlano di “biocidio”. Come Antonio Giordano, oncologo napoletano e direttore dello “Sbarro Institute for Cancer Research and Molecular Medicine” di Philadelphia, che ha condotto un’analisi sulla salute dei cittadini campani. «Certamante in Campania abbiamo riscontrato un’incidenza tumorale superiore rispetto al resto d’Italia. Ci si ammala di più e prima», dice. Giordano cita uno studio pubblicato sulla rivista Cancer Biology & Therapy, Wasting lives: the effects of toxic waste exposure on health. The case of Campania, Southern Italy”, coordinato da lui stesso, in cui si «evidenziava l’aumento delle morti per cancro in Campania, il 22% in più (+9,2% per gli uomini e +12,4% per le donne), e delle malformazioni congenite, soprattutto urogenitali e del sistema nervoso: 82% in più per le prime e 84% per le seconde, rispetto ai valori normali. Queste patologie si sono registrate nelle zone dove la gestione dello smaltimento dell’immondizia ha fallito e il traffico illegale di sostanze tossiche è stato ampiamente documentato. I dati raccolti in questo studio, fino al 2009, dimostrano chiaramente che i decessi per tumore – carcinomi della mammella, epatocarcinomi, tumori del colon – sono in eccesso rispetto ai dati previsti e la causa è lo sversamento illegale di rifuti tossici». E con la contaminazione delle falde acquifere, dei terreni e dell’aria, «è ovvio che siano stati compromessi anche i cibi».

Eppure, ggiunge, «il cancro è una malattia multifattoriale e anche gli stili di vita come il fumo di sigaretta, l’assunzione delle sostanze alcooliche o una scorretta alimentazione giocano un ruolo dell’insorgenza della malattia. Tuttavia, in più di un caso è capitato che autorevoli ministri della Salute hanno ritenuto di dover imputare l’aumento delle patologie tumorale, in terre fortemente contaminate, agli stili di vita piuttosto che alla inconfutabile presenza di rifiuti tossici». In effetti, da Balduzzi a Lorenzin, è stata sollevata quella che tutti chiamano la “teoria degli stili di vita”. La Campania è la regione con il tasso di obesità giovanile più alto d’Italia, oltre che la regione con la più alta percentuale di fumatori tra le persone tra i 14 anni in su, e anche questo inciderebbe sulla diffusione dei tumori. 

Stabilire una relazione di causa ed effetto tra il cibo di queste terre e i tumori, insomma, sembra impossibile.«La causa ed effetto non esiste», spiega Stefano Tonziello, «ma le concause ed effetto sì. Se vivo con stili di vita ottimali e vivo in un ambiente malsano, non c’è stile di vita che tenga. Ma se mangio dei broccoli di un territorio non vuol dire che mi viene per forza il cancro. Esistono concause. Certo non tutti si ammalano, però se vivo vicino alle discariche ho dieci volte di possibilità in più di ammalarmi rispetto a chi sta a Capri».

E c’è una bella differenza tra i rifiuti che stanno sotto il terreno e quelli che stanno sopra. Tra i rifiuti che bruciano e producono diossina e i terreni imbottiti di liquami. Lo dicono sia Tonziello sia Balestri: «I metalli pesanti presenti in acqua si accumulano nell’organismo, ecco perché l’acqua contaminata non va bevuta. Un’altra cosa è la diossina. Il problema sono eventuali mutazioni genetiche a livello cromosomico che la mamma può trasmette al figlio. Le mutazioni genetiche possono essere causate dall’accumulo di diossina nel corpo. La diossina che viene dalla combustione dei rifiuti ricade come particella sugli ortaggi, ma se vengono lavati bene non c’è pericolo, perché la diossina non è idrosolubile. Il problema è la diossina che finisce sull’erba. La pecora e la mucca la mangiano; la diossina si accumula nei grassi degli animali e nel latte, poi viene trasmessa all’uomo che lo consuma. Queste sostanze possono creare modificazioni nella riproduzione cellulare che portano alle disfunzioni ereditarie anche per i bambini». Questa potrebbe essere una delle spiegazioni per cui i bambini di uno, due, tre anni possono ammalarsi. Ma «non significa che ci si ammala perché è stata mangiata la fragola», precisa Balestri. «Il nesso di causalità in medicina non ha molto senso, non si può dire che è solo quello, ci sono una serie di concause, non è possibile scinderle. Non si proverà mai che 100 chili di fragole di Giugliano corrispondono a un aumento dell’incidenza di tumore di uno su un milione». 

Mangiare o non mangiare, quindi? Sulla Terra dei fuochi si sono espressi scienziati e predicatori, con il rischio – spesso – di confondere le parole con i fatti. Alessandro Barbano, direttore del Mattino, il 15 novembre dice nel videoeditoriale “L’allarmismo è peggio dei veleni”: «La Terra dei fuochi sta diventando il terreno su cui pentiti di camorra, capipopolo, giornalisti a caccia di scoop, politici dal consenso debole e ambientalisti dell’ultima ora stanno giocando una partita che nulla ha a che fare con il destino delle popolazioni, che sono le uniche vittime». E qui se muore anche l’agricoltura, questa terra rischia di essere vittima due volte.

«Prima i contadini della zona», racconta la proprietaria di un bar di fronte al mercato ortofrutticolo di Giugliano, «passavano e ci regalavano qualcosa a fine giornata. Ora non accettiamo più niente. Andiamo a comprare frutta e verdura da qualche altra parte, anche se magari la roba sempre da qua viene. E io c’ho avuto tanti familiari che si sono ammalati di tumore». E l’acqua? «Quella non la possiamo più bere. Questa terra rischia di morire. In questo bar prima non c’era spazio per prendere il caffè, il bar era pieno dei camionisti che passavano dal mercato ortofrutticolo e qui fuori i camion erano parcheggiati uno dietro l’altro, ora non è rimasto più nessuno».

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