Terra dei fuochi, non tutto è da buttare. C’è anche una parte pulita, che lotta per la sopravvivenza

terra dei fuochi cè anche un aprte pultia che lotta per la sopravvivenza

La paura dei consumatori, la concorrenza anche a colpi bassi di altre zone. La vicenda dei veleni sta provocando danni immensi all’economia della Campania, come se tutto il territorio fosse contaminato. Un’indagine condotta dalla Facoltà di Agraria dell’Università di Napoli smorza l’allarme. Non sull’incremento dei tumori, ma sui prodotti della terra. E una conferma arriva dalla magistratura che ha dissequestrato le colture prodotte in quindici terreni agricoli.

 

L’altra faccia della Terra dei fuochi comincia a pochi passi dalla bocca dell’inferno. Comincia a Parete, il primo comune della provincia di Caserta, proprio al confine con Giugliano (che è ancora in provincia di Napoli) e con l’altura artificiale della discarica Resit: artificiale perché questa struttura a terrazzamenti, che qualcuno ha paragonato agli ziggurat d’epoca assira e babilonese, copre le 350mila tonnellate di rifiuti tossici e nocivi che vi sono stati sversati dalla seconda metà degli anni Ottanta.

Parete è anche la patria di Cipriano Chianese, il proprietario della Resit, l’avvocato che le inchieste giudiziarie svolte dalla Procura di Napoli indicano come la mente del traffico di rifiuti che dal Nord venivano infilati nel ventre della Campania felix (alla Resit sono finiti, insieme a tante altre porcherie, i fanghi dell’Acna di Cengio). A Parete, però, c’è anche una cooperativa agricola, una specie di lembo emiliano in questa piana dove di solidarismo fra produttori se n’è sempre praticato poco e dove invece da cinquant’anni un centinaio di piccole aziende si è messo insieme condividendo gioie e fatiche.

La fatica di questi tempi, per la Cooperativa Sole – una delle più grandi del Mezzogiorno, 20 milioni di fatturato, primatista nella produzione di fragole, 170mila quintali di ortofrutta, esportazioni in Germania, Austria e Svizzera – sta nel rovesciare l’interdetto che grava su tutto ciò che la loro terra produce. Una dannazione. La tale industria conserviera pubblica un avviso a pagamento: badate bene, cari consumatori, i nostri pomodori non vengono dalla Terra dei fuochi.

Da mesi, in molti mercati rionali, a Roma, a Milano, persino a Napoli, campeggiano cartelli in cui c’è scritto: questa lattuga non è prodotta nella Terra dei fuochi, queste fragole, questi cavoli, questi broccoli, questa mozzarella di bufala non arrivano dalla Terra dei fuochi. Un flagello.

I danni per l’economia di queste zone sono immensi. Ma quanto siano fondati su dati reali non è certo. Anzi: un’indagine condotta da ricercatori della Facoltà di Agraria dell’Università di Napoli smorza l’allarme. Non sull’incremento dei tumori (il 20 per cento in più nel volgere di pochi anni, secondo alcune stime, ancora in attesa di conferma scientifica), ma sui prodotti della terra. L’indagine, coordinata da Massimo Fagnano, professore di Agraria, va avanti dalla fine del 2012. Si chiama piano Life, ed è consistita nel prelievo di oltre 1700 campioni di terreno nell’agro aversano (77 comuni, circa 150mila ettari).

La campionatura aveva lo scopo di individuare la presenza di 16 metalli potenzialmente tossici: arsenico, berillio, cadmio, cobalto, cromo, rame, mercurio, nichel, piombo, antimonio, selenio, stagno, tallio, vanadio e zinco. “Un monitoraggio così capillare non lo si è mai realizzato in Italia”, spiega Fagnano. “Insieme ai miei colleghi Benedetto De Vivo e Lorenzo Boccia avremmo dovuto presentare i primi dati la prossima estate, ma già in questi giorni i rilevamenti sono disponibili”. E quali sono gli esiti? “In generale possiamo dire che la piana casertana e napoletana, a parte le zone interessate dallo sversamento dei rifiuti tossici, soffre degli stessi indici di inquinamento di tutte le pianure fortemente urbanizzate d’Italia e d’Europa. Niente di più, niente di meno”.

La Terra dei fuochi designa un territorio indefinito. “La tragedia nella tragedia degli sversamenti di rifiuti ad opera della camorra sta nel fatto che questo fenomeno non ha una dimensione territoriale: non si fa mai capire con chiarezza in quali luoghi è avvenuto l’inquinamento. Si procede per suggestione e non per conoscenza”. 

Antonio Di Gennaro è un agronomo. Fronteggia da anni l’urbanizzazione selvaggia e senza qualità che fra Napoli e Caserta corrode suoli agricoli di pregiata ricchezza. È stato uno degli autori del Piano di coordinamento territoriale della provincia di Caserta (curato da Vezio De Lucia) che prevede per il futuro, se verrà rispettato, un consumo di suolo pari allo zero, che nella terra di una camorra che controlla il ciclo del cemento non è poca cosa.

È invece semplice, secondo Di Gennaro, attribuire una dimensione territoriale alla Terra dei fuochi. Occorre partire dai numeri: “Stando alle inchieste giudiziarie, le aree contaminate dai rifiuti tossici si aggirano, in totale, sugli 800 ettari, che prudenzialmente possiamo allargare a 1.500. Sa quant’è grande la provincia di Caserta? 264mila ettari. Nella piana si è scatenata dal dopoguerra un’invasione edilizia, si è formato un continuum rururbano, così lo chiamano gli urbanisti, senza uno straccio di pianificazione. Da 6mila ettari di costruito si è schizzati a 27mila. È un territorio fra i più sofferenti d’Europa.

Eppure in quella stessa piana i terreni agricoli occupano ancora 130mila ettari. E noi li dobbiamo proteggere dalla marmellata edilizia, facendo leva sulle produzioni ortofrutticole e sui redditi che essi generano. I siti in cui si è sversato materiale tossico non superano l’1 per cento delle aree rurali. E se prendiamo tutta la Campania, siamo allo 0,1 per cento. In provincia di Caserta lavorano circa 30mila aziende e ad esse spetta il 40 per cento di tutte le produzioni agricole in Campania”.

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