Terra dei fuochi, approvato il dl per le bonifiche. Saranno utilizzati i beni confiscati

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Il Senato approva il decreto: il risanamento ambientale si farà utilizzando i patrimoni confiscati  alla mafia confluiti nel Fondo unico giustizia. Tra le novità anche il monitoraggio sugli appalti per le bonifiche, per evitare le infiltrazioni delle cosche nei contratti pubblici.

 

Il Senato approva il decreto legge “Ilva- Terra dei fuochi”. Nove articoli densi di novità. E la possibilità di pagare le bonifiche in Campania con i denari sottratti ai boss. Altri soldi arriveranno dal governo che ha stanziato 80 milioni spalmati nei prossimi due anni. Cinquanta di questi serviranno a garantire lo screening sanitario gratuito per i cittadini campani e pugliesi residenti nelle aree contaminate. Reato di combustione dei rifiuti, mappatura dei terreni per distinguere le aree contaminate da quelle sane, disposizione di alcuni vincoli sui terreni segnalati, accelerazione sul risanamento ambientale, più trasparenza per i cittadini e l’invio di 850 militari dell’esercito a presidio del territorio per un anno.

Queste alcune delle novità introdotte dal decreto, pensato e scritto in piena emergenza. Ma l’emendamento più atteso diventato articolo del decreto, chiesto a gran voce anche dalle associazioni, è sull’utilizzo del patrimonio sequestrato e confiscato ai mafiosi confluiti nel Fondo unico giustizia(Fug).

L’articolo 2 comma 5 bis prevede proprio questo. E accoglie in pieno l’interpellanza del settembre 2013. Primi firmatari i senatori del Pd Rosaria Capacchione e Stefano Vaccari che hanno chiesto al ministro della Giustizia, dell’Interno e dell’Ambiente di utilizzare parte del patrimonio sottratto a Cipriano Chianese, l’inventore delle ecomafie, per bonificare le aree avvelenata del Clan dei Casalesi, l’organizzazione per la quale, secondo gli investigatori, Chianese ha lavorato e smaltito rifiuti.

Oggi l’avvocato candidato nel ’94 con Forza Italia è sotto processo a Napoli per disastro ambientale e avvelenamento delle falde acquifere.

I pm lo accusano di avere ucciso l’ambiente assieme al boss Francesco Bidognetti, già condannato a 20 anni per gli stessi reati. «Tre mesi fa sono confluiti, in via definitiva, i 14 milioni di euro confiscati a Cipriano Chianese, avvocato di Parete (paesone del Casertanondr), che delle ecomafie è stato l’inventore e lo stratega per oltre 20 anni», si legge nell’interpellanza, che prosegue: «Denaro contante, che nel 2006, data del sequestro disposto dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, era depositato sui conti dell’uomo che ha gestito trasporto e smaltimento di immondizia casalinga e scorie industriali almeno dal 1988 e per l’intera durata dell’emergenza rifiuti in Campania del 2003. Sono una parte dei 32 milioni che in quegli anni pretese e ottenne per mettere a disposizione del Commissario straordinario i fossi delle cave X e Z accanto alla Resit e alle discariche di Gaetano Vassallo.

Erano impianti chiusi, che avrebbe dovuto mettere in sicurezza già anni prima, ma che riuscì a rimettere in funzione oliando i cardini delle porte giuste, soprattutto di quanti avrebbero dovuto controllare che quei siti fossero idonei e salubri. E sono una parte quasi marginale dello smisurato patrimonio immobiliare, centinaia di appartamenti di pregio e un albergo che si affaccia sulle mura ciclopiche di Formia, che pure è entrato nel provvedimento di confisca».

I 14 milioni di euro sottratti a Chianese rappresentano il 40 per cento della somma – 36 milioni – attualmente destinati al commissario per le bonifiche, Mario De Biasio, per la messa in sicurezza dei 200 ettari di territorio inquinato o contaminato dalle discariche nell’area a nord di Napoli: Tor tre ponti, Pozzo bianco, area Resit, cava Giuliani, cave X e Z, San Giuseppiello, Masseria del Pozzo, Scafarea. E la sola messa in sicurezza di Resit, che apparteneva a Cipriano Chianese, costerà 9 milioni.

I soldi confiscati all’avvocato di Parete sarebbero sufficienti per svolgere le operazioni di bonifica, «ma attualmente non è possibile disporne, in quanto Equitalia Giustizia destina i fondi del Fug a indefinite spese giudiziarie, distribuendole sul territorio nazionale secondo criteri che inutilmente presidenti di Tribunali e capi delle Procure hanno cercato di comprendere», denunciavano nell’interpellanza. Poi la svolta. L’interpellanza diventa articolo del decreto. Quei soldi verranno riutilizzati per risanare la terra dei fuochi, per le bonifiche che ancora devono iniziare. E che, come tutti i business milionari, fanno gola alle cosche.

Già, i manager del rifiuti che hanno distrutto e contaminato la Campania felix si sarebbero messi in moto per ripulire, cercando di drenare denaro pubblico. Ma gli investigatori già da tempo tengono sotto osservazione ogni movimento sospetto.

E qui arriviamo al secondo punto decisivo del decreto, il monitoraggio sugli appalti per le bonifiche. L’articolo 2 bis introdotto durante l’esame del testo a Montecitorio: prevede una serie di attività investigative di prevenzione per evitare le infiltrazioni della mafia nell’esecuzione dei contratti pubblici e nell’erogazione di denaro connesse alla bonifica delle aree inquinate della Campania.

Sarà il prefetto di Napoli a coordinare le varie forze di polizia. Inoltre, il testo prevede l’ istituzione di un gruppo interforze (dipendente dal ministero dell’Interno, sul modello dei gruppi nati per il monitoraggio dell’Expo o dei cantieri post terremoto dell’Aquila e dell’Emilia) che si dedicherà al controllo delle aziende che dovranno lavorare nelle bonifiche delle aree inquinate. Le radiograferà, certificandone la mafiosità o meno. E infine, sempre allo stesso articolo, è prevista la tracciabilità dei flussi finanziari, che ogni aziende deve rendere trasparente, e la costituzione presso la Prefettura delle white list, l’elenco delle ditte non colluse con i clan. Ora, resta da capire se potranno lavorare solo le ditte iscritte agli elenchi prefettizi oppure l’iscrizione sarà facoltativa.

Nella seconda ipotesi il fallimento è quasi certo. Visto che a oggi le uniche “white list” che funzionano – secondo uno studio interno del comparto degli edili della Cgil – sono quelle istituite in Emilia per la ricostruzione post sisma. Dove per lavorare e ricevere i soldi pubblici la imprese devono essere iscritte agli elenchi della prefettura.

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