Tasse, il ceto medio tartassato. Metà Irpef proviene dal 10% dei contribuenti

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Su 4 milioni di cittadini la gran parte dell’onere fiscale: a pagare di più sono i redditi intorno a 2 mila euro netti al mese.

 

Il ceto medio è letteralmente stritolato dalle tasse. La riprova sta nelle analisi statistiche sulle dichiarazioni dei redditi presentate nel 2012 (imponibile 2011) e recentemente rielaborate per «contribuente tipo» sul sito del ministero dell’Economia. In Italia ci sono 41,3 milioni di contribuenti soggetti all’Irpef. Da mesi non si discute che di Imu sulla prima casa, un’imposta che toglieva dalle tasche dei proprietari 4 miliardi e mezzo di euro l’anno. Bene, l’Irpef ne ha sottratti 152,2 di miliardi, ai quali vanno aggiunti 14,4 miliardi di addizionali regionali e comunali. Totale: 166,6 miliardi, 37 volte il gettito dell’Imu prima casa. Vale allora la pena di guardarla meglio la principale imposta italiana.

Su 41,3 milioni di contribuenti 9,8 milioni non pagano nulla. In pratica, uno su quattro versa zero Irpef o perché sta dentro la no tax area (8 mila euro i lavoratori dipendenti, 7.500 i pensionati, 4.800 gli autonomi) o perché annulla l’imposta con le detrazioni, per esempio le spese mediche. Del resto, secondo l’Istat, in Italia ci sono 9 milioni e mezzo di cittadini in condizioni di povertà relativa, cioè che vivono in famiglie dove non si spende più di 990 euro al mese in due. I conti, quindi, più o meno tornano. Purtroppo è il caso di dire, visto che il 16% degli italiani se la passa maluccio. Ma vediamo quelli che stanno meglio e l’Irpef la pagano.

Tolti i 9,8 milioni che non pagano, a versare i 152,2 miliardi di euro di Irpef nazionale sono 31 milioni e mezzo di contribuenti, in base a 5 aliquote: il 23% sui redditi fino a 15 mila euro lordi, il 27% tra 15 mila e 28 mila, il 38% tra 28 mila e 55 mila euro, il 41% fra 55 mila e 75 mila, il 43% oltre 75 mila euro.

Che l’81,5% dell’Irpef, cioè 124 miliardi di euro, sia pagato da lavoratori dipendenti (85 miliardi) e pensionati (39 miliardi) è abbastanza noto. Meno conosciuti invece sono gli effetti della progressività del sistema. Ecco qualche dato, preso dalla tabella che scompone i contribuenti in 2o gruppi di reddito crescenti: il primo ventile ha un reddito annuo lordo fino a 542 euro, l’ultimo, il ventesimo ventile, raggruppa chi ha redditi di almeno 49.114 euro l’anno, che più o meno corrispondono a circa 2.600 euro netti al mese. Costoro hanno versato 58 miliardi e mezzo di Irpef, cioè il 38,4% del totale. Ora vi chiederete quanti sono quelli che stanno sopra 2.600 euro netti. Appena due milioni di contribuenti. Quindi il 5% più ricco paga da solo il 38,4% dell’Irpef.

Vogliamo scendere a redditi un po’ più bassi? Prendiamo chi ha un lordo annuo superiore a 35.601 euro, cioè uno che prende come minimo circa 2 mila euro netti al mese. Sapete quanti sono? 4,1 milioni di contribuenti, cioè il 10% del totale. Che ha versato però il 51,7% di tutta l’Irpef nazionale, ovvero 78,7 miliardi. Per essere più chiari: più di metà dell’Irpef pagata in un anno pesa sulle spalle di 4 milioni di lavoratori, pensionati e imprenditori che guadagnano almeno 2mila euro al mese. L’altra metà se la suddividono 27 milioni e mezzo di contribuenti, cioè il 90% di coloro che pagano l’Irpef. Si dirà che costoro guadagnano, appunto, meno di 2mila euro e quindi non si può pretendere di più. Ma, anche accettando questo ragionamento — e prescindendo dal fatto che la fotografia dell’Irpef, a causa di una enorme evasione, offre un’immagine abbastanza falsata dei redditi — forse è arrivato il momento di chiedersi se sia giusto chiedere così tanto a chi, pur prendendo più di 2 mila euro al mese, non è certo un nababbo, mentre gli evasori continuano a sottrarre all’erario 120 miliardi di euro all’anno.

Prendiamo il caso più eclatante, la fascia di coloro che stanno tra 2.000 e 2.600 euro netti al mese: sono circa 2 milioni di contribuenti, cioè il 5% del totale e hanno pagato 20,2 miliardi, ovvero il 13,2% di tutta l’Irpef, sborsando in media 9.800 euro a testa. Saranno anche una minoranza, ma sono — eccetto l’ultimo ventile — quelli più oppressi da un fisco che uccide il ceto medio. Un ceto sul quale, più che altrove, si scaricano anche gli altri prelievi. Non solo le stesse addizionali Irpef regionali e comunali, ma anche i contributi sociali, l’Imu, le ritenute su risparmi e investimenti, le accise sui carburanti, l’Iva sulle bollette e sui consumi in genere, il canone tv (per chi lo paga), le imposte sulla Rc auto. E chi più ne ha più ne metta.

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