Sprechi d’Italia, Maroni spende 10 milioni per un call center. Tanto pagano i contribuenti

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L’amministrazione leghista del Pirellone va avanti con la sua battaglia e apre al Nord un call center della sanità lombarda, fino ad oggi in Sicilia per risparmiare e fare un regalo a Ignazio La Russa. Ma a rimetterci, come scrive l’Espresso, saranno i contribuenti, visto che il budget di spesa aumenta e le sedi isolane non saranno chiuse.

 

Dieci milioni di euro in più per sentirsi rispondere al telefono da veri lombardi. E’ l’idea dell’amministrazione leghista di Roberto Maroni e della regione Lombardia che, dopo 10 anni di trasferimento forzoso in Sicilia, hanno deciso di riportare a casa il call center della sanità locale. In un’operazione che sa tanto di spot di facciata a spese del contribuente.

A gestire migliaia di prenotazioni telefoniche per gli ospedali pubblici e alcune cliniche convenzionate è stata infatti fino ad oggi Lombardia Call, nata dal matrimonio tra la privata Lutech e Lombardia Informatica, la società regionale di e-government, sbarcate in provincia di Catania per vocazione tecnologica e per i costi inferiori degli immobili e degli stipendi. Oltre che per portare lavoro nel feudo elettorale di Ignazio La Russa.

Il sistema funziona così: se la telefonata è «semplice», cioè dura meno di tre minuti, la Regione paga 1,74 euro, se è complessa (fino a sei) ne paga 2,61. Committente pubblico e stipendi ridotti al minino: 370 euro al mese per quattro ore al giorno a circa 900 euro per otto. È così per i quasi seicento operatori.

Il costo della vita basso ha consentito ai disoccupati locali di accettare paghe che al Nord difficilmente si prenderebbero in considerazione. Ma adesso pare che il risparmio non sia più una priorità: fino al 2013 si sono infatti spesi 22 milioni di euro all’anno per le chiamate in arrivo nelle due sedi catanesi ed ora, grazie al diktat leghista, si mettono a bilancio dieci milioni di euro in più arrivando a 31 milioni e 500 mila euro. E tra le spese spunta anche 1 milioni e 200 mila per “deviare” le chiamate al nuovo centralino di Milano.

 NEL FEUDO DI LA RUSSA (E DI LIGRESTI)

La storia di andata e ritorno del call center della sanità lombarda è piuttosto significativa.

Inizia tutto prima dell’arrivo dei “barbari sognanti” leghisti all’ultimo piano del Pirellone, quando la Regione decide di portare i call center in Sicilia, casualmente nel paese natale di Ignazio La Russa: Paternò. La cittadina siciliana è infatti un feudo politico esclusivo del gran capo milanese di Alleanza nazionale, prima della fusione e scissione da Forza Italia.

Non stupisce quindi che, quando venne nominato ministro della Difesa nel 2008, La Russa abbia festeggiato proprio a Paternò la fresca nomina nel governo Berlusconi. Quel giorno ad acclamare in piazza il più noto dei loro compaesani c’erano decine dei 400 dipendenti del call center della Regione Lombardia, opportunamente precettati dalla direzione aziendale.

Alla presidenza di Lombardia Call c’era all’epoca Giovanni Catanzaro, un manager di lungo corso legato da almeno un trentennio a un altro cittadino illustre di Paternò: il costruttoreSalvatore Ligresti, a sua volta amico dei La Russa fin dai tempi del senatore missino Antonino, padre di Ignazio. Con l’appoggio di An, Catanzaro è anche arrivato alla presidenza della Consip, l’azienda di Stato che gestisce e coordina i sistemi informativi e gli acquisti dell’intera pubblica amministrazione. E fu sua l’idea di trasferire a Paternò il centro prenotazioni.

Le cattive notizie per il paese e i centralinisti arrivano nel 2011, quando il capogruppo leghista al Pirellone, Stefano Galli, tuona: «La Lombardia deve avere un call center con lavoratori lombardi, che conoscono il territorio». La Lega, da sempre contraria alla scelta di esportare 600 posti di lavoro al Sud, piazza così alla presidenza di Lombardia Informatica un suo uomo, Lorenzo Demartini (ex consigliere regionale e “trombato” eccellente alle elezioni del 2010) e poi a luglio scorso il varesino, fedelissimo di Maroni, Daniele Rovera. La battaglia ideologica per riportare il servizio telefonico in terra padana si concretizza.

 QUANTO MI COSTI 

La beffa della delocalizzazione a 1.300 chilometri di distanza è però tutta per i lombardi: si torna infatti in casa, ma il call center lumbard non sostituirà quello siciliano, così come era nelle intenzioni della Lega, ma lo affiancherà per i primi anni per evitare problemi con i contratti degli operatori di Paternò e Biancavilla. A queste due sedi si aggiunge quindi il centralino nuovo di zecca nel quartier generale di Lombardia Informatica a Milano, dove lavoreranno 80 «risorse» per cinquanta postazioni.

«Se l’operazione leghista serviva a mettere una bandierina occorre dire che non è riuscita bene – attacca il segretario Pd Alessandro Alfieri – le sedi siciliane lavoreranno ancora a pieno ritmo, mentre il centralino di Milano servirà per nuovi servizi di cui non conosciamo ne i tempi né tantomeno i modi».

Ad oggi non si conosce il destino delle sedi siciliane. «Sarà via via alleggerita», assicura l’assessore lombardo alla sanità Mario Mantovani. Un ridimensionamento che lascia perplessi i sindacati locali.

«È una grandissima stupidaggine riportare i call center al Nord» spiega Giovanni Pistorio della Cgil di Catania: «con grandi sforzi c’è stata una riqualificazione sociale dove prima c’era solo la prospettiva della criminalità ed ora un impiego specializzato. Per accontentare il proprio elettorato Maroni non ha messo in conto che i lombardi perderanno qualità e tecnologia».

E così che un capriccio leghista si è trasformato in un grande paradosso:

mentre il Pirellone arriva a chiedere agli ospedali di risparmiare sui farmaci salvavita e ai cittadini di pagare prestazioni prima gratuite, si mettono a bilancio dieci milioni di euro in più per le attività del call center made in Lombardia.

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