Scandalo Mose, parole di fuoco su Prodi: “Il suo governo sapeva già nel 2006. Ma fece finta di niente.”

romano prodi mose 2006

Il dubbio che ci portiamo dietro nelle ultime ore è forte: ma se lo scandalo Mose fosse scoppiato qualche giorno fa siamo proprio sicuri che il Pd avrebbe vinto con il 40% dei voti? Probabilmente poco sarebbe cambiato. Ma scoprire che, dopo il pesante coinvolgimento del sindaco di Venezia targato Pd, ora viene fuori anche il nome di Prodi fa aumentare a dismisura quei dubbi.

 

 

A parlare di Romano Prodi è Armando Danella, , ex dirigente del Comune di Venezia e per vent’anni responsabile della Legge Speciale regionale del Veneto per la salvaguardia della laguna di Venezia.

Per lui lo scandalo Mose non è una novità. Anzi: già dal 2006 aveva denunciato quanto poi è venuto fuori nei giorni scorsi. Già nel 2006 sentiva puzza di tangenti, come ha spiegato all’Huffington Post: “Il punto è molto semplice: nel corso delle riunioni del Comitatone, nel 2006, emersero chiaramente i punti deboli di un progetto già vecchio e vennero presentate delle alternative. Ma il governo Prodi scelse di non ascoltare, convocò un Cdm e impose l’autorizzazione a procedere con i lavori. Per me e altri esperti presenti, fu subito chiaro che c’era qualcosa sotto. Per questo presentammo anche un esposto alla Corte dei Conti, in cui affermavamo che la verità sul Mose andava cercata in quel periodo. Suggerimmo anche di imporre il sequestro preventivo sui conti bancari delle persone, sia tecnici che politici, che erano presenti a quelle riunioni. Perché era irragionevole, di fronte alle evidenze presentate da professori come Luigi D’Alpaos, ordinario di Idraulica all’Università di Padova, non optare per soluzioni alternative”.

Anche il sindaco di allora, il filosofo Massimo Cacciari – con cui Danella collaborava attivamente e in maniera proficua – si schierò contro la decisione del Governo Prodi, tanto da votare per il no all’apertura dei cantieri, proprio nel 2006. Mosche bianche in un mare di merda, questo erano – purtroppo, con il senno di poi – Danella e Cacciari. Che si stupirono non poco del diktat prodiano e solo oggi riescono a darsi una spiegazione.

Le persone di scienza – dice Danella – di fronte a delle critiche argomentate, si fermano e le affrontano. Dovrebbe essere questo il modus operandi di un tecnico. Eppure in quel caso si scelse di non ascoltare. Si preferì non discutere e andare avanti a spada tratta. Ci vennero subito dei sospetti, poi rafforzati dai primi arresti due anni fa. Di qui la decisione di presentare la denuncia alla Corte dei Conti. Di solito non dispiace aver ragione, ma quando la verità inizia a emergere solo dopo 8 anni è tutta un’altra storia”.

Romano Prodi, dal canto suo, dichiara la sua totale estraneità rispetto alla Tangentopoli del Mose e trova singolare che “invece di prendersela con chi si è lasciato corrompere e ha speculato sui lavori del Mose, sempre che la magistratura confermi quanto è emerso fino ad ora dalle indagini, ce la si voglia prendere con chi ha consentito che un’opera fondamentale per la salvezza di Venezia andasse avanti“.

Tutti innocenti, tutti colpevoli. Siamo alla solita farsa made in Italy?

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