Riina, dietro le “confessioni” del superboss potrebbero esserci i servizi segreti

dietro riina potrebbero esserci i servizi segreti

E’ difficile comprendere perché, improvvisamente, il capo dei capi, Totò Riina, abbia iniziato a parlare. D’altra parte, ha trascorso lungo tempo chiuso nel suo silenzio, ostinato, caparbio. Nessun segno di cedimento, niente di niente. Un forziere chiuso a doppio mandato, senza possibilità di frugarvi all’interno.

 

 

In un certo senso, Riina è stato anche un simbolo. La rappresentazione della potenza di Cosa Nostra, un modello per le nuove leve: il silenzio dell’uomo d’onore che patisce il carcere pur senza perdere la propria dignità. Era una lezione verso coloro che tutt’oggi tentano di affiliarsi, un insegnamento, per quanto immorale ed esecrabile, che è venuto a crollare nel momento in cui ha preso a parlare. Lo ha fatto prima con gli agenti penitenziari e, successivamente, con un altro detenuto, Alberto Lorusso, fin’ora considerato un boss della Sacra Corona Unita, al quale ha rilasciato confidenze in merito al proprio ruolo nella Cupola e alla sua sete di vendetta nei confronti dei pm della trattativa, Di Matteo in primis.

E qui crolla un’altra certezza. Lorusso è stato l’unico carcerato a cui Riina avrebbe concesso fiducia. Questa era la ricostruzione ufficiale. Il Capo dei Capi che parlava con un mafioso, seppur di un’altra branca. Doveva, quantomeno, essere un boss importante, un pezzo da novanta, riconosciuto dal corleonese se non come suo pari, quasi. Eppure, a spulciare la biografia del pugliese, si scopre come non sia altro che un delinquente di poco conto. Qualche parentela riconducibile a famiglie marginali della quarta mafia, ma niente di più. La sua stessa affiliazione è incerta. Possibile che Riina ci abbia creduto? E’ veramente credibile che un uomo in grado di portare a compimento accordi con lo Stato, come si suppone, condurre stragi e tenere le fila di un’organizzazione immane come Cosa Nostra, non sia riuscito a comprendere che chi aveva di fronte era un mafiosetto di bassa lega?

Il comportamento di Riina continua a mantenere tratti oscuri. E’ vero che le sue frasi hanno scatenato un inferno, presso la Procura di Palermo, costringendo persino il vicepremier Alfano ad intervenire, concedendo a Di Matteo una garanzia ulteriore sulla sua sicurezza, ma è altrettanto vero che appare incredibile che non potesse immaginare di essere intercettato. Probabilmente, a questo punto, i suoi discorsi con Lorusso dovrebbero essere letti in un’altra prospettiva: non più confidenze carpite, ma veri e propri messaggi lanciati dal carcere di Opera all’esterno. E alla persona giusta, non perché un boss – sembra, tra l’altro, che prima di diventare il confidente di Riina, Lorusso avesse tentato dapprima di guadagnarsi un’affiliazione e poi un ruolo da pentito-, ma perché figura di intermediario chiave. Il presunto mafioso pugliese, infatti, nella sua piccolezza, riesce a far parlare il super-boss. Pone domande mirate, stuzzica la loquacità ritrovata del corleonese, la indirizza alla perfezione. Una scaltrezza che farebbe supporre un pilotaggio di terzi, probabilmente, qualcuno lo paventa, dei servizi segreti.

Perché, anche qui, non è chiaro. E’ difficile comprendere quali scenari si nascondano dietro, ancor più difficile concepire come mai sia proprio il processo sulla trattativa a irritare tanto Riina. C’è davvero il rischio che da quel procedimento possano emergere verità in grado di farlo precipitare agli occhi dei nuovi elementi di Cosa Nostra, che ora lo considerano alla stregua di un dio?

Per l’intelligence, la mafia siciliana starebbe attraversando un periodo non dei più rosei. Mancano figure in grado dal carisma tale da rappresentare i burattinai perfetti, e Messina Denaro non sembra più capace di esercitare quel ruolo nel massimo delle sue potenzialità. Gli inquirenti gli stanno con il fiato sul collo, rendendogli difficili le proprie funzioni. E poi vi è anche la situazione economica, a pesare.

Anche Cosa Nostra patisce la crisi e si starebbe frantumando: da una parte coloro che vorrebbero “ritirarsi” per qualche tempo, per godersi le proprie conquiste; dall’altra quelli che preferirebbero tornare alla ribalta, riemergere e tornare ad assumere un ruolo di primo piano. E la frammentazione dell’organizzazione spaventa le forze dell’ordine: senza unità, di fronte una condizione di smembramento, sarebbe più facile assestare duri colpi alla mafia. E’ però necessario prendere in considerazione che la stessa eventualità comporterebbe anche rischi maggiori per chi, la mafia, la combatte. Senza dover sottostare ad ordini precisi da parte di un comandante massimo, potrebbero verificarsi attentati partoriti da cellule “impazzite”, più pericolose perché totalmente autonome, incontrallate e incontrollabili.

Il rischio di un ritorno allo stragismo si fa dunque sempre più concreto e Riina potrebbe star rivolgendosi proprio a questi individui svincolati dalle gerarchie mafiose. Anche a costo di perdere la sua immagine di vertice della struttura, ormai andata distrutta. Un sacrificio enorme per il Capo dei Capi, che cela, di conseguenza, un fine altrettanto immenso. Ma quale?

Fino al 31 dicembre 2016 puoi attivare una copertura per il rischio terremoto con sconti fino al 50%.