Quel giorno ero in Sicilia. Mentre Borsellino scriveva la sua ultima lettera.

19 luglio 1992, in primo piano il capitano dei Carabinieri Giovanni Arcangioli porta via la borsa del Giudice Borsellino

19 luglio 1992, in primo piano il capitano dei Carabinieri Giovanni Arcangioli porta via la borsa del Giudice Borsellino

Quel giorno ero in Sicilia. Come tutte le stagioni estive della mia infanzia e adolescenza correvo da mia nonna Maria. Una donna dura e decisa, amorevole e premurosa. Come la Sicilia. Terra di contraddizioni e di colori. La terra più colorata d’Italia. Il giallo del grano abbronzato dal sole. L’arancio degli agrumeti. L’azzurro del mare. Il verde dei fichi d’india. E il nero, il nero della terra incendiata dai pazzi. Il rosso del sangue dei morti ammazzati. E il bianco del silenzio degli innocenti.

Porto quella terra nelle mie vene, conosco la grammatica mafiosa e i suoi silenzi. Quel giorno ero in Sicilia. E quando la televisione interruppe tutti i programmi per dare l’assurda notizia mia nonna corse a chiamarmi. Ero in strada, come facevo sempre a Grammichele, un paesino in provincia di Catania, famoso nel mondo per la sua piazza esagonale. Ero con gli amici, a rubare la sabbia dei vicini e scappare in bicicletta. Mia nonna, che conosceva i miei percorsi da “bandito”, mi disse: “Curr’, ‘ca ‘mmazzanu a Borsellino…” Con voce vibrante, piena di dolore e paura.

Certo che sapevo chi era Borsellino. In Sicilia mafia e antimafia sono protagonisti inscindibili dello stesso film. E un siciliano quel film, quella trama, la vive ancor prima di esser nato. La porta dentro. È un cordone ombelicale che ti tiene legato, anch’esso, a quella terra.

Borsellino era ‘u giudice Borsellino. E bastavano queste parole per far riempire d’orgoglio il petto ai siciliani onesti. E ai disonesti anche, perché un avversario così – secondo le logiche mafiose – fa aguzzare l’ingegno, rende migliori, porta Cosa Nostra in un altro livello. E così fu, purtroppo.

Calò il silenzio davanti alla televisione. Un silenzio diverso da quello mafioso ma non per questo meno greve e drammatico. Silenzio di paura, di rassegnazione. Era finita. Con la morte di Borsellino era finita. Caponnetto interpretò al meglio il pensiero di quanti stavano dalla parte di Paolo e Giovanni.

Lo sapevamo bene. Come sapevamo che a qualche chilometro da Grammichele, nelle campagne attorno al paese, si nascondeva Nitto Santapaola, il boss di Catania arrestato di lì a poco a Mazzarrone. Tutti sapevano di Santapaola. Lo Stato sapeva di Santapaola.

Lo Stato ha ucciso Borsellino. Che sia chiaro questo, al di là delle – troppo spesso inutili – risultanze processuali. Perché la verità non è solo quella scritta dai giudici, come si vuol far credere in Italia. La verità è un valore troppo prezioso perché sia affidato esclusivamente alla coscienza di uomini che hanno gli stessi pregi e difetti del pescivendolo al mercato. La verità è quella che si vede in strada, quella che si percepisce dagli sguardi e dalle mani della gente. La verità è quella che ti raccontano, con parole da decifrare, quando vai a comprare il formaggio dai pecorai sui monti.

La verità è che via D’Amelio è una strage di Stato. Perché Paolo Borsellino stava indagando sulla trattativa, come abbiamo scritto qualche giorno fa. E perché questo è quello che emerge dall’ultima lettera del giudice.

Quel giorno ero in Sicilia. E mentre Borsellino scriveva la sua ultima lettera io dormivo un sonno tranquillo. Quel giorno una parte di me ha deciso di fare il giornalista.

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