“Non c’è vera mafia senza rapporti con la politica e gli apparati”

Berlusconi-DellUtri-Mangano mafia politica

Il 12 febbraio 2014 il procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone e il suo storico aggiunto Michele Prestipino Giarritta, come riporta Roberto Galullo, siedono davanti alla Commissione parlamentare antimafia.

Pignatone e Prestipino Giarritta, ribadiranno più volte, nel corso dell’audizione due concetti strazianti per i romani e per tutti gli italiani che hanno a cuore la profonda pulizia di cui necessita una capitale corrotta e corruttrice (lo dico da romano fiero di esserlo): ci vogliono un approccio laico e tempo.

Dirà nel corso dell’audizione il capo della Procura capitolina: «Abbiamo avviato un’azione complessiva di indagini, complessiva, ma anche molto articolata, per verificare innanzitutto se ed eventualmente in che termini e in che modo ci fosse una presenza delle organizzazioni mafiose a Roma in termini diversi dal “mero” investimento economico.
In secondo luogo, abbiamo verificato se e in che misura fosse possibile aggredire i patrimoni mafiosi sfruttando soprattutto le misure di prevenzione, che per gli anni pregressi non sono state molto utilizzate a Roma
».

E poco dopo, Pignatone dirà ancora: «Sottolineo che non vi erano, e non vi sono ancora oggi, secondo me,risposte certe e che comunque non ci sono risposte per me prestabilite. Come ho detto in altre occasioni ad altro proposito, secondo me, di fronte a una realtà come questa, che non è certamente quella di Palermo, dove nessuno può mettere in dubbio che esista cosa nostra con le sue caratteristiche, ci vuole un approccio laico. Non possiamo né escludere a priori che ci siano organizzazioni mafiose presenti in modo strutturato, né dire necessariamente che a Roma c’è la mafia o, come riportano alcuni titoli di giornale, domina la mafia».

Il tempo, già il tempo. La certezza, putroppo, è che non ce ne sia o ce n’è pochissimo e dunque bisognerà bruciare le tappe perché la Capitale è ormai terreno di sintesi mortale della potenza mafiosa, all’interno della quale la ‘ndrangheta (manco a dirlo) la fa da padrona. E rassicura poco leggere che, sempre usando le frasi testuali di Pignatone, «finora emerge che non c’è una presenza strutturata come può essere quella di Napoli, Reggio Calabria o Palermo, ma non c’è neanche un fenomeno come quello osservato in Lombardia, ossia la presenza di una serie di cosche di ’ndrangheta strutturate esattamente come nella provincia di Reggio Calabria e con quelle in contatto». Chissà, forse a Roma sono già avanti e delle “locali” non sanno che farsene.

Rassicura pochissimo – anzi, per come la vedo io è una via maestra all’esplosione delle mafie 2.0 – un’altra affermazione diPignatone, secondo il quale, nell’analizzare il collegamento tra mafie ed altre forme di criminalità, «il primo collegamento verosimilmente può essere rappresentato da tutti quei professionisti di vario tipo (commercialisti, tributaristi, avvocati, ingegneri) che sono necessari per effettuare investimenti di denaro di provenienza illecita, sia che esso venga dalle mafie, sia che esso venga da attività quali la corruzione, la bancarotta fraudolenta e via elencando». Giusto, giustissimo, sacrosanto, condivisibile purchè si tenga conto che le mele marce tra i professionisti (molti emanazione diretta e non dedotta) sono anche il trait d’union con la politica, l’anello finora mancante (chissà perché) al sistema criminale che infetta la città e, su e giù per li rami, una nazione intera.

E la sintesi è di Prestipino Giarritta che, con un volo planare, dice quel che tutti sanno: «Non c’è mafia vera, che sia cosa nostra, che sia ’ndrangheta, che sia camorra, la quale nel corso del tempo – quando dico “tempo”, possiamo partire senz’altro dall’unità d’Italia – non abbia avuto rapporti con la politica, con la pubblica amministrazione e con gli apparati. Questa non è una variabile. È un elemento strutturale di come l’organizzazione è presente, esiste e opera.
Se noi vogliamo ricostruire questa rete relazionale, che è importantissima, perché senza la ricostruzione di questa rete poi l’azione di contrasto è un’azione – per carità – meritoria, ma certamente spuntata e non efficace come potrebbe essere, l’unico metodo verificato è quello di partire dal cuore dell’organizzazione, cioè dalle condotte degli associati, degli affiliati mafiosi, e del loro sistema di rapporti, per estendere le indagini da quel cuore verso l’esterno e dal basso, procedendo dal livello dell’organizzazione ai livelli più alti. Si va, quindi, dal basso verso l’alto e dall’interno verso l’esterno
».

La speranza, dei romani (soprattutto dei nostalgici come chi scrive, da anni al Nord) e degli italiani è che il movimento dal basso verso l’alto e dal centro verso l’esterno sia rapido e doloroso. Rapido perché non c’è più tempo da perdere, doloroso per chi sta saccheggiando le speranze e se i rapporti con la politica, con la pubblica amministrazione e con gli apparati, come dice Prestipino Giarritta, sono un elemento strutturale delle modalità con le quali l’organizzazione mafiosa è presente, esiste ed opera, sarà allora il caso di cominciare a pensare che tutto ciò che ruota intorno non è elemento spurio ma unitario e indispensabile delle mafie evolute. Se quei rapporti sono “strutturali” allora vuol dire che, senza di essi, le mafie 2.0 vengono a perdere efficacia ed efficienza e sono destinate a tornare allo stadio primordiale di organizzazioni dedite al crimine, alla violenza e alla forza intimidatrice finalizzati al guadagno. Ma oggi (da decenni, a partire da Roma) sono ben altro: gestione del potere e dei “palazzi”.

Il cancro non ha bisogno di essere asportato “dalla” società e “nella” società (ammesso che ci sia ancora tempo per farlo) con un analgesico ma usando, in profondità i bisturi.

Ciascuno facendo la propria parte: magistratura, organi investigativi, giudici, politica sana, scuola, informazione e collettività amministrata.

Per ora mi fermo qui ma domani torno con nuove analisi della relazione in Commissione parlamentare antimafia di Pignatone e Prestipino Giarritta.

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