Politica incapace e sindacati inutili. Ecco da dove nasce la protesta dell’Italia

ecco da dove nasce la protesta dei forconi

Il sociologo Magatti: “La sinistra evapora e la destra populista cavalca il disagio”.

 

C’è chi li ha già additati come fascisti, chi li chiama populisti, chi si è spinto fino a vedere in loro i figli della crisi. Ogni tentativo di definire le proteste che in questi giorni stanno bloccando le città italiane da Nord a Sud sembra parziale. E anche il nome di questo movimento non è poi così chiaro: ci sono i forconi sì, ma anche quelli della Rivoluzione del #9dicembre, che nei forconi non si riconoscono. Sono pensionati, liberi professionisti, imprenditori, studenti, disoccupati, immigrati, autotrasportatori.

Nel corteo di piazzale Loreto a Milano spunta anche una starlette in crisi, Rosy Dilettuso del programma “La pupa e il secchione”, con tanto di articolo 21 della Costituzione scritto sulla maglietta. Si organizzano in Rete, nei gruppi Facebook, ma guai a chiamarli grillini. Anzi, molti hanno votato i 5 stelle e ora sono rimasti delusi. «Stanno marcendo anche loro», dicono, «noi dobbiamo portare a termine quello che Grillo non ha fatto una volta entrato nel palazzo». Scendono in piazza, parlando di lavoro e di disoccupazione, ma guai a nominare i sindacati e associazioni di categoria. «Siamo il popolo, il popolo sovrano», urlano con le bandiere tricolore in mano. «Non ci rappresenta più nessuno. Anche i sindacati si sono venduti».

«Ci sono tre caratteristiche interessanti in questo movimento», spiega Mauro Magatti, sociologo ed economista dell’Università cattolica di Milano. «Uno: si tratta di un fenomeno nazionale, che investe anche il Sud, solitamente non coinvolto nelle proteste; due: la natura della protesta è interessante, non è uno sciopero né una manifestazione classica, ma una occupazione delle infrastrutture della comunicazione che crea disagio; tre: la protesta è partita da alcuni gruppi in maniera autorganizzata fuori dalla classica rappresentanza, ma in rappresentanza di un disagio sociale che va raccogliendo consensi».

Quote latte, lavoro per i giovani, licenziamenti, tasse, Imu, Iva, casta, politici, legge elettorale, Europa ladra. Gli slogan sono diversi così come sono diverse le persone che sfilano a Milano, come a Roma o a Bari. Qualcuno tenta di mettere ordine e dice: «Dobbiamo chiedere una sola cosa: la caduta del governo Letta». Ma non ci riesce. C’è la mamma che è scesa in piazza perché la figlia è disoccupata e le basterebbe solo un posto di lavoro per vederla felice; ci sono gli studenti universitari che non «vedono un futuro»; chi ha un lavoro e non ha alcun problema economico ma è «qui perché domani potrei essere anch’io in difficoltà». Ognuno rappresenta se stesso e nessuno li rappresenta. Molti sono elettori di sinistra disillusi, in tanti hanno smesso di votare da un po’. Sono «categorie rimaste ai margini. Non esistono canali di rappresentanza per questo tipo di disagio, non lo sono i partiti, i sindacati, né le associazioni di categoria», commenta Magatti.

Ma proprio per questi motivi il pericolo che il movimento del #9dicembre possa essere cavalcato da una certa destra populista e reazionaria esiste. «Il sistema politico italiano in questo momento si sta trasformando», spiega Magatti, «le ultime vicende del centrodestra e la vittoria di Matteo Renzi alle primarie accelerano questo processo. Siamo davanti alla evaporazione della vecchia sinistra che un tempo canalizzava le istanze di disagio. Renzi e la sua segreteria sono la rappresentazione di un certo ceto sociale. Alle primarie la sinistra è stata seppellita, anche se già da tempo il Pd si avvicinava al centro. I ceti popolari, se la sinistra è “scoperta”, come spesso è accaduto nella storia vengono cavalcati dalla destra populista. Non a caso movimenti come Forza Nuova e Casa Pound partecipano ai cortei in maniera preoccupante. Ma è quello che stanno facendo anche Grillo e Silvio Berlusconi, che si radicalizzano in posizioni antisistemiche e puntano a un disegno politico. Per fortuna ciascuno per conto suo. I manifestanti scendono in piazza senza dare una connotazione politica, mentre è la politica che vuole dare loro etichette politiche. Anche se la protesta nasce dal disagio e non è di destra di per sé».

Un disagio che «una volta consumato il grasso di riserva, arriva vicino alla carne, comincia a mordere in profondità nella società». Ma in assenza di un conflitto sociale strutturato nei sindacati e nei partiti, «la protesta esplode in maniera disordinata». È accaduto negli ultimi anni nelle banlieue parigine o nelle periferie londinesi. «Dove c’è un serbatoio di disagio non vengono più usati i classici canali del conflitto sociale». Lo strumento di organizzazione restano Internet e i social network, che «consentono non di strutturare meccanismi di rappresentanza, ma semplicemente un riconoscimento reciproco che, insieme alla cassa di risonanza dei media, contribuisce ad aggregare le persone».

Non c’è la macchina dei partiti a guidarle, né l’organizzazione dello sciopero delle sigle sindacali. Basta un messaggio su Facebook e a parlare poi è la pancia. E proprio per questo «può anche nascere la violenza, come sta accadendo in alcuni casi», conclude Magatti. «È importante che chi si confronta con queste manifestazioni, che siano i cittadini o i poliziotti, mantenga sempre i nervi saldi».

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