Parla il pentito Di Carlo: “Altro che trattativa, Stato e mafia erano soci”

altro che trattattiva stato e mafia erano soci

“Non ho preso parte alle stragi e non le avrei condivise, ma ero in carcere e ho ricevuto visite da esponenti di servizi che mi hanno proposto un accordo per fermare Falcone”. Lo afferma il pentito Franco Di Carlo in un’intervista a Repubblica.

 

“Accadde prima dell’attentato all’Addaura dell’89, venne a trovarmi un emissario di un ufficiale dei servizi che era stato il mio tramite con il generale Santovito per tanti anni. Con lui c’era il capo della Mobile Arnaldo La Barbera, quest’ultimo non si presentò, ma assistette. Non lo conoscevo, lo riconobbi in fotografia in seguito”, racconta Di Carlo. “Vennero a chiedermi di trovare un modo per costringere Falcone ad andar via da Palermo, a cambiare mestiere. Mi spiego così l’attentato dell’Addaura. Cercai un contatto, credo che abbiano trovato un’intesa”.

“Cosa nostra non prende ordini da nessuno, ma le stragi hanno messo d’accordo più soggetti. Falcone e Borsellino erano un pericolo anche per chi nello Stato temeva la propria fine. L’idea di costituire Dia e Dna, di abbattere il segreto bancario, rappresentavano una minaccia per chi, politici compresi, aveva condotto una lotta di facciata, accordandosi sempre con noi”, dichiara Di Carlo. In merito al processo sulla trattativa Stato-Mafia, “risponderò come sempre, ma è riduttivo chiamarla trattativa: non c’è stato un accordo soltanto sul 41 bis. Cosa nostra e politica – sottolinea il pentito – hanno avuto un dialogo continuo, erano soci”.

Sulle intercettazioni di Riina, “era certo di essere ascoltato, voleva far sapere che lui è il capo di Cosa nostra e che lo stragismo non è finito: è alla ricerca di chi continui la sua linea suicida”, dice Di Carlo.

“Ma Cosa nostra oggi è stanca della sua megalomania”.

Fino al 31 dicembre 2016 puoi attivare una copertura per il rischio terremoto con sconti fino al 50%.