‘Ndrangheta, un’organizzazione capillare con al vertice “registi invisibili”. La ricostruzione dei Pm

ndrangheta un organizzazione totale con la vertice registi invisibili

Pubblichiamo la minuziosa e preziosa ricostruzione, a cura di Roberto Galullo, contenuta nelle 2.097 pagine di memoria depositate a fine 2013 dai pm della Dda di Reggio Calabria Antonio De Bernardo e Gianni Musarò nel processo d’appello Crimine.

 

Nero su bianco, a pagina 7 i due pm scrivono che «la ‘ndrangheta é un’organizzazione unitaria praticamente da sempre».

Questa unitarietà si traduce:

in un comune senso di appartenenza alla medesima organizzazione;

nel fatto che tutti i locali di ‘ndranghetadel mondo devono essere riconosciuti a Polsi, in occasione della festa della Madonna;

nel fatto che gli appartenenti alla medesima organizzazione rispettano le stesse regole e i medesimi rituali («centralismo delle regole» lo definisce il Gup presso il Tribunale di Reggio Calabria nella sentenza dell’ 8 marzo 2012).

I pm nella memoria scrivono anche che fino ad un certo momento l’unitarietà non si é tradotta nell’esistenza di organo di vertice: quindi appartenenza alla medesima organizzazione, riunione annuale a Polsi, rispetto delle medesime regole e dei medesimi rituali, ma poi, in concreto, ciascuno era dominus assoluto sul proprio territorio (la cosiddetta locale).

A partire da un certo momento in poi (dopo la fine della seconda guerra di mafia, quindi dal 1991) assistiamo ad un cambiamento di questo assetto, questo cambiamento verrà chiamato nella sentenza Armonia «processo evolutivo di tipo piramidale».

Secondo la ricostruzione dei due magistrati, due eventi di dirompente novità fanno nascere la necessità di dotarsi di strutture di vertice:

da un lato l’introduzione della Santa (cioè della Società Maggiore), la creazione della struttura della “doppia compartimentazione” all’interno della locale, la possibilità di avere contatti con la politica, la massoneria, le istituzioni, la penetrazione nei mercati, il narcotraffico.

La ‘ndrangheta, cioè, diventa una struttura molto più complessa rispetto al passato, perché si inizia a guardare oltre la logica degli affari interni al territorio di competenza di ciascuna cosca, e questo crea la necessità di creare un organo che governi tutto ciò che esula dall’attività della singola locale e un organo che faccia rispettare le regole e ne sanzioni le violazioni;

dall’altro la seconda guerra di mafia, alla fine della quale si contano più di settecento morti, e la necessità di evitare guerre del genere in futuro.

Tutto questo fa sorgere la necessità di limitare l’autonomia della singola cosca su determinate materie, cioè su tutto ciò che esula dalla singola locale o meglio, come ha chiarito il collaboratore Paolo Iannò, nel corso dell’udienza del 17 maggio 2013, su tutto ciò che può danneggiare le altre locali.

LE ANALISI CONCLUSIVE

Vorrei che a parlare fossero ancora le analisi dei due pm che qui vi riporto: «La ‘ndrangheta, quindi, nasce come organizzazione unitaria e orizzontale, ma con il tempo cambia e si dota di una struttura gerarchica; questo naturale “processo evolutivo di tipo piramidale” si rende necessario perché con il tempo la ‘ndrangheta si modernizza e diventa più complessa: non é più una mera somma di locali sparse in tutto il mondo e legate esclusivamente da un comune senso di appartenenza alla medesima organizzazione e dal rispetto delle stesse regole e rituali; con la creazione della Santa la ‘ndrangheta si “sprovincializza”, ha contatti con ambienti che le consentono di realizzare nuovi e ben più remunerativi affari e tutto ciò fa sorgere la necessità di creare una struttura che limiti l’autonomia della singola locale per spostare verso l’alto il potere ed accrescere le potenzialità dell’intera organizzazione.

Per quello che é emerso analizzando le risultanze processuali la ‘ndrangheta con il tempo é divenuta un’organizzazione sempre più complessa e che si regge su un equilibrio modernissimo e difficile: articolazioni territoriali in tutto il mondo, ma tutte facenti capo alla Calabria; autonomia della singola locale, ma fino ad un certo punto; sistema della “doppia compartimentazione” all’interno della locale; regole comuni per tutti; sanzioni per chi non rispetta le regole.

La nascita della “Società maggiore” – con la conseguente creazione del sistema della “doppia compartimentazione” all’interno della locale – e di un organo – la Provincia- posto al vertice dell’organizzazione unitaria e del quale fanno parte esclusivamente personaggi dei tre mandamenti che ricoprono le doti apicali della “Società Maggiore”, in uno con il principio – applicato in maniera manichea, come vedremo – secondo il quale il livello di conoscenza di ciascun affiliato corrisponde al livello raggiunto nella gerarchia delle doti, comporta che, nei fatti, un’organizzazione unitaria e transnazionale che vanta decine di migliaia di affiliati in tutto il mondo (quale é la ‘ndrangheta) sia poi retta da una sorta di oligarchia, il cui potere deriva anche e soprattutto dalla conoscenza del fenomeno, che pochi hanno: e infatti, ci sono decine di migliaia di affiliati (innanzitutto tutti quelli che hanno doti della Società Minore) che addirittura ignorano l’esistenza della Provincia e molti altri (quelli che appartengono alla Società Maggiore, ma con gradi non apicali) che ne hanno notizie vaghe e de relato».

Come non concordare con questa impostazione? Solo – e la domanda nasce spontanea – al vertice di questo “mostro” transnazionale, evoluta come un Pokemon nel tempo, può esserci don Mico Oppedisano o, sia chiaro, chi per lui? E può esserci un’oligarchia verticistica composta da “replicanti” di don Mico o non invece una più raffinata cabina di regia, tutta da scoprire, verosimilmente fatta da pezzi deviati dello Stato, politici allevati a vangelo, professionisti corrotti e cosche, spesso utilizzate come “agenzie di servizi”? Una regia di “invisibili”, come pure i pm De Bernardo e Musarò – nel cuore, a mio avviso, della loro preziosa memoria – fanno intuire.

Le domande non sono nè retoriche né provocatorie. Sono domande che devono portare con loro una riflessione profonda, profondissima.

Sapete che nel passato pur riconoscendo da sempre la straordinaria valenza dell’operazione Crimine/Infinito sull’asse Milano-Reggio Calabria ho dubitato della possibilità che il mazzo di un’organizzazione così complessa e verticistica, potesse essere nelle mani di un ottuagenario (o, ripeto, chi per lui, fosse anche gambazza).

La mia ironia sulla sua età – dai poveri di spirito – è stata scambiata per superficialità, dissacrazione, ammutinamento, spocchia, snobismo. Ci mancava solo collaborazionismo col nemico e avremmo fatto filotto.

Nulla, ovviamente, di più falso, essendo il primo a rallegrarsi del fatto che un criminale in più soggiorna nelle patrie galere. Era e rimane solo il dubbio (sacro per un giornalista) che così possa davvero essere e che davvero oggi la ‘ndrangheta possa essere ancorata (legata senza dubbio ma ancorata, cementata è un’altra cosa) ai voleri di un capo, “frutto” di una concezione ‘ndranghetistica sì pur verticistica ma datata nel tempo. Può questo ermetismo sul nome di don Mico Oppedisano giustificarsi solo con la segretezza di stile massonico che permea la mafia calabrese? Ritenerlo è arduo.

Ma il compito di un giornalista – lo chiedo per la milionesima volta – deve essere quello del velinaro o non forse quello di chi, animato dal dubbio, va a cercare altre verità dietro quelle apparenti e pur riconosciute?

Certo, capisco che porre e porsi domande, nel mercato del pensiero unico all’ammasso, sia considerato sacrilego ma partendo dal pur sacro rispetto per il lavoro della magistratura, un giornalista degno di questo nome deve andare oltre. Giornalismo e magistratura non sono la stessa cosa e scavare oltre ai dati portati alla luce in un momento storico dalla magistratura stessa, deve essere considerato un valore aggiunto e non una sfida alle Istituzioni. Con una consapevolezza: la verità non ce l’ha in tasca nessuno.

Ora, dunque, la domanda su don Mico Oppedisano – che tenga sì conto della verità processuale ma che vada oltre nelle analisi criminologiche – è vitale, perché è l’unica che – incassata la risposta – può permettere davvero quel salto di qualità nella lotta all’evoluzione del sistema criminale ‘ndranghetistico.

Di come i difensori dipingano o dipingeranno don Mico Oppedisano in giudizio nulla mi cala. Fanno i difensori: cosa volete che dicano se non che è un povero Cristo innocente? Leggendo alcune delle teorie avanzate a difesa del loro assistito, non si può che sorriderne.

Giudicherà comunque (in primo grado è già avvenuto) un’aula di Tribunale. Di quel che dice e ancor più prospetta la pubblica accusa (fissatevi in mente il “sistema” zumbiano), invece, mi interessa, ci deve interessare e come!

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