Mori, Berlusconi e la massoneria. La verità sulla trattativa svelata dai pentiti

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Sono giorni intesi, quelli dei pm di Palermo, impegnati nel processo sulla trattativa Stato-mafia, momentaneamente trasferitosi a Roma, come riporta Gea Ceccarelli su Articolotre, per ascoltare le dichiarazioni di collaboratori di giustizia e testimoni, chiamati a fornire resoconti utili alla ricostruzione di quei patti che intercorsero tra Istituzioni e criminalità organizzata.

 

Le udienze giungono pochi giorni dopo l’istanza presentata dagli ex ufficiali del Ros Mario Mori, Mauro De Donne e Antonio Subranni, che richiedevano di spostare il processo da Palermo poiché preoccupati per la loro incolumità. Una richiesta che ha dato vita ad uno scontro con il procuratore Vittorio Teresi e con il teste-imputato Massimo Ciancimino: entrambi avevano infatti sottolineato l’assurdità di una tale pretesa. 

E di Mori ha parlato, nei giorni scorsi, anche la “primula nera” Paolo Bellini: da molti considerato il “suggeritore” della strategia stragista, si è presentato, seppur malato, di fronte ai giudici radunatisi presso l’aula bunker del carcere di Rebibbia, per spiegare quanto di sua conoscenza. Lui, ex estremista nero e vicino alla mafia (oltre che con Cosa Nostra ebbe contatti con la ‘ndrangheta calabrese), ha rivestito un ruolo di primo piano in quella che è comunemente detta la “prima trattativa“. A fronte di un furto di opere d’arte compiuto presso la Pinacoteca di Modena, Bellini si mise infatti a disposizione per recuperarle e consegnarle al Nucleo Patrimonio Artistico dei carabinieri, attraverso il suo referente, il Maresciallo Tempesta. Per trovarle, però, si rivolse a Antonino Gioè, boss di Cosa Nostra morto suicida in carcere in circostanze poco chiare. Secondo quanto ricostruito dall’uomo, Mori era perfettamente a conoscenza di questi accordi.

“Ero schifato dopo le stragi”, ha raccontato Bellini ai magistrati. “Capivo che si doveva fare qualcosa, anche perché io non sono mai stato un terrorista”. “Quando mi incontrai a San Benedetto del Tronto con il maresciallo Tempesta dissi che mi sarei potuto infiltrare dentro Cosa Nostra e lui mi disse che ne avrebbe parlato con il colonnello Mori”. 
Fu così che l’ex terrorista si recò in Sicilia, per contattare il suo vecchio compagno di cella Gioè, solo dopo aver ricevuto il via libera di Mario Mori: “Altrimenti”, ha sostenuto l’uomo, “col cavolo che sarei andato nella tana del lupo a suicidarmi”.

“Quando incontrai Gioé”, ha proseguito il testimone, ” mi chiese per conto di chi arrivava questa richiesta e se per caso mi avesse mandato la massoneria e che, in quel caso, non ci sarebbero stati problemi perché aveva direttamente la possibilità di avere rapporti con la massoneria trapanese”. “Io risposi che interessava ai politici locali e interessava anche al Ministero dei beni culturali”, ha chiarito ai giudici Bellini. “Del resto avevo le foto delle opere e la cartellina con i timbri ministeriali.” 

Ma Cosa Nostra non fa mai niente per niente:  “Tempo dopo”, ha infatti ricordato la “primula nera”, Gioè “tornò con altre foto di opere d’arte ed una busta con quattro o cinque nominativi per i quali voleva arresti ospedalieri o domiciliari. Ricordo i nomi di Pippo Calò, Brusca, Pullarà.” “Quell’elenco”, ha sostenuto, “lo consegnai al maresciallo Tempesta che lo consegnò a sua volta a Mori.” D’altra parte, “lui rapportava a Mori tutto ciò che gli dicevo, e io riportavo a Tempesta tutto ciò che avveniva negli incontri tra me e Antonino Gioè”.

La trattativa comunque non andò in porto, in quell’occasione: “Gioè mi disse che non si poteva fare perché ‘C’era il gotha di Cosa nostra’ ma che avrei dovuto mantenere il canale aperto con la possibilità di fare qualcosa per un paio di nominativi”. 

Si passa dunque alla “altra” trattativa, quella su cui si concentrano i magistrati: di questa Gioè ne parlò proprio con Bellini, specificando come fosse “in corso coi piani alti del Governo italiano“. In cambio, anche in questo caso, Cosa Nostra richiedeva l’annullamento del carcere duro per alcuni boss: “In quel periodo erano spiazzati, si lamentavano i familiari dei sottoposti al 41 bis a Pianosa”, ha ricordato l’ex estremista. “A dire di Gioè loro erano consumati, vedevano solo due strade o la morte o la galera a vita”. In quella stessa occasione, il boss avrebbe chiesto anche al militante di Avanguardia Nazionale se sapesse pilotare un elicottero, per motivi non chiariti.

“Fu Gioé a chiedermi ‘Che cosa accadrebbe se sparisse la Torre di Pisa?’”, ha poi chiarito Bellini, rigettando le ricostruzioni che lo vedono suggeritore delle stragi in continente, tanto più che quella frase, per molto, è stata affibiata a lui. Così non sarebbe e, anzi, egli l’avrebbe successivamente riferita agli uomini dello Stato: “Quando la dissi al maresciallo Tempesta, cosa fecero? Nulla di nulla”, s’è lamentato. 

I rapporti con i carabinieri, comunque proseguirono anche dopo che Tempesta non venne ritenuto più il suo  referente: nel dicembre nel ’92, infatti, “una persona suonò al citofono di casa mia”, ha ricordato Bellini. “Mi chiamò col nome in codice che sapevano solo Tempesta e il colonnello del Ros Mario Mori”, ovvero “Aquila Selvaggia”. “Si presentò come un uomo del Ros e mi disse di non cercare più Tempesta, che il contatto sarebbe stato lui e di non venire in Sicilia perché era pericoloso in quanto ci sarebbe stata un’imminente operazione”.

Bellini, comunque, si trovò costretto a recarsi sull’isola: doveva restituire dei soldi a Gioè, che pure supponeva che si trattasse di un infiltrato. L’incontrò non avvenne: quando l’ex terrorista si recò nel luogo concordato, vi trovò l’ufficiale che tempo prima s’era presentato a casa sua. Per tale motivo, fuggì e la sua assenza diede modo al Gioè di ritenerlo quasi con certezza un individuo vicino allo Stato.Ci sono comunque punti che non tornano, nel resoconto di Bellini.

Per esempio, è quasi certo che, prima di dare il via alla strategia stragista, si tenne una riunione, durante la quale vennero concordati gli obiettivi da eliminare: esponenti della politica, quale poteva essere Lima, e nemici storici come Falcone e Borsellino. Questa riunione si svolse ad Enna e tra le nuove prove che i pm posseggono, vi è proprio una ricevuta di un albergo che attesta come Bellini si trovasse nella città il 6 dicembre del ’91. L’uomo si è giustificato spiegando di essersi trovato lì per “recuperare alcuni crediti a Catania e Palermo e l’unico contatto avuto con Antonino Gioé era proprio per chiedergli aiuto su questa attività”. Di fatto, una spiegazione che non ha convinto i pm, stupiti dal fatto che una persona che debba recarsi a Catania e Palermo, pernotti in una terza località. Senza considerare poi, la dichiarazione che lo vedeva ad Enna assieme a Gioè, subito ritrattata: “A Enna mi ricordo di una passeggiata che ho fatto per andare alla cena”, ha infatti raccontato il collaboratore. “C’era la saracinesca di un negozio abbassata.. fu il momento di una risata”. E subito il pm Tartaglia: “ma perché c’era anche Gioè ad Enna?”. E Bellini: “No, chi ha detto Enna? La risata tra noi due mentre facevamo questo discorso… lui mi fece venire in mente un flash non che io ero a Enna con Antonino Gioè”.

La risata, nello specifico, sarebbe scaturita da una scritta sulla saracinesca nei cofronti del leader della Dc Giulio Andreotti, destinatario, tra l’altro, di un “messaggio” da parte di Cosa Nostra, inviato attraverso l’assassinio di Lima:“Era stato quello il senso, si…. Gioé mi parlò dell’omicidio di Lima e disse che era stato fatto per dare uno schiaffo alla Dc di Andreotti perché non aveva rispettato quello che avrebbe dovuto fare a Roma per il maxi processo”, ha sostenuto il testimone. 

Bellini ha infine parlato di una “terza” trattativa, portata avanti dal boss Totò Riina, il quale avrebbe cercato la mediazioe degli Stati Uniti. “Questo mi disse Antonino Gioè nel nostro ultimo incontro, in una cava di Altofonte”, ha raccontato l’ex militante nero. “Gioè mi raccontava di Capaci e ripeteva: ‘Ci hanno consumati’, ‘Ci hanno usati’. E poi mi spiegò che Riina aveva un ulteriore canale di trattativa, con lo scopo di ottenere benefici per l’organizzazione mafiosa.” Si trattava, questa, di una “trattativa triangolare fra l’Italia e gli Stati Uniti d’America, nel senso che Cosa nostra aveva dei tramiti negli Stati Uniti per una trattativa da condurre in porto con ambienti italiani che Gioè non mi disse. Seppi che il contatto riguardava alcuni parenti americani di Totò Riina”.

Nel gennaio del ’94, però, il capo dei capi venne arrestato. E da qui parte il racconto del pentito Fabio Tranchina, che in quegli anni era l’autista del boss di Brancaccio Giuseppe Graviano. Lo stesso Tranchina fu colui che si occupò della latitanza di “Totuccio”. “Il giorno del suo arresto”, ha ricordato il collaboratore, “Graviano era molto giù e mi disse: ‘Noi siamo tutti figli di questo cristiano. Ora potrebbe scoppiare una guerra, ma tu stai tranquillo. Con Riina abbiamo preso degli impegni. Noi abbiamo le nostre garanzie. O fanno quello che diciamo noi o gli rompiamo le corna’”.
“Io non chiesi nulla”, ha proseguito, “mi limitati ad ascoltare.” “Quando parlò di garanzie indicò verso l’alto con la mano”, ha aggiunto ancora, lasciando così intendere i piani alti dello Stato. “Quando Graviano disse che avevamo degli impegni presi – ha spiegato – alludeva alle stragi commesse e a quelle che si sarebbero dovute compiere. Mentre quando disse che forse poteva scoppiare una guerra voleva dire che in Cosa nostra c’erano due anime: una stragista e un’altra no”.

E allora ecco i suoi ricordi su Capaci e via D’Amelio. Riguardo la prima,Tranchina ricorda come il fratello di Giuseppe Graviano, Filippo, tentasse di giustificarla, dicendo: “Sai, parlando con le persone, a suo modo le persone non si lamentano di questo attentato perché muoiono più persone negli incidenti stradali”. Riguardo all’attentato ai danni di Paolo Borsellino -su cui recentemente si è espresso anche Riina sostenendo come il telecomando dell’autobomba si trovasse all’interno del citofono dal magistrato premuto- Spatuzza ha ricordato come Graviano gli avesse chiesto “di trovargli un appartamento in via d’Amelio ma senza andare nelle agenzie, senza dare documenti. Io gli dissi che non avevo trovato nulla e lui mi rispose ‘va beh mi arrangio nel giardino’. Un’espressione che io sul momento non capii. Poi accadde quel che accadde”. 

Giuseppe Graviano, ad ogni modo, venne incontrato più volte anche daGaspare Spatuzza. Durante la sua ricostruzione, quest’ultimo ha infatti ricordato proprio uno di quegli incontri, avvenuto pochi giorni prima del fallito tentato all’Olimpico, che si sarebbe dovuto verificare il 22 gennaio del ’94. La riunione, come riferito dal collaboratore ai pm Del Bene e Di Matteo, avvenne presso “il bar Doney, in via Veneto a Roma”. Il boss del Brancaccio, ai tempi, “era latitante e sebbene sarebbe dovuto salire in macchina mi invita ad entrare al bar per consumare qualcosa” “Aveva un’aria gioiosa”, ha proseguito Spatuzza, “e mi disse che avevamo ottenuto tutto quel che cercavamo grazie a delle persone serie che avevano portato avanti la cosa”.

“Poi”, ha esplicato ancora, “aggiunse che quelle persone non erano come quei quattro crasti (cornuti, ndr) dei socialisti che prima ci avevano chiesto i voti e poi ci avevano fatto la guerra”. “‘Ve l’avevo detto che le cose sarebbero andate a finire bene’”, avrebbe infatti specificato il boss, facendo, inoltre, “il nome di Berlusconi.” “Io gli chiesi se fosse quello di canale 5 e lui rispose in maniera affermativa. Aggiunse che in mezzo c’era anche il nostro compaesano Dell’Utri e che grazie a loro c’eravamo messi il Paese nelle mani”. E per Paese, ha precisato il collaboratore di giustizia, “intendo l’Italia”. 

Nel corso dell’udienza, Spatuzza ha anche parlato di un attentato, ordinato da Graviano, da compiere ai danni dei carabinieri. Il frangente in cui si discusse di tale strage fu proprio la riunione romana:  “Sentendo le parole di Graviano al bar Doney”, ha infatti raccontato il collaboratore, “io provai a dire se non fosse il caso di occuparci di Totuccio Contorno (un pentito, ndr), ma Graviano disse ‘lascia stare Contorno perché l’attentato ai carabinieri si deve fare lo stesso sia perché gli dobbiamo dare il colpo di grazia sia perché per Contorno dobbiamo trovare un tipo di esplosivo diverso”, così da evitare che gli inquirenti potessero metterlo in collegamento con quello utilizzato durante gli attentati in continente.  

Questa strategia, però, non piaceva a Spatuzza, che, almeno in un’occasione, confidò al boss Graviano, con cui coltivava un’amicizia: “Questi morti non ci appartengono”. Uccidere anche carabinieri, o piazzare bombe in strade abitate, era qualcosa “che non ci apparteneva più”, troppo diversa dagli attentati nei confronti di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone: “Per quello che mi riguarda”, ha specificato Spatuzza, erano nemici anche miei, anche se non li ho mai conosciuti. In quell’ottica, mi andava bne anche usare le modalità terroristiche.”

E allora perché compiere gli attentati in continente? Secondo Spatuzza, vi era qualcosa dietro: “C’è una situazione che se va a buon fine avremo tutti benefici, a partire dai carcerati”, gli aveva infatti confidato Graviano, aggiungendo che “c’era una cosa i piedi”. E questo, per il pentito significava semplicemente un accordo tra Stato e mafia: “Se non è trattativa questa che cos’è?”

Ma, secondo il collaboratore, quella di scendere a patticon le Istituzioni, non fu un’idea portata avanti solo da Cosa Nostra: ci sarebbero stati anche uomini della ‘ndrangheta e della camorra a spingere affinché gli accordi andassero in porto, poiché i mafiosi calabresi e campani ritenevano che l’applicazione del 41bis traesse origine dalla strategia stragista. E che dunque la responsabilità era dei siciliani, che dovevano porvi rimedio. Alle loro lamentele, però, Graviano replicò: “E’ bene che parlassero con i loro padri, che gli sanno dare tutte le indicazioni dovute”. Come a dire: ne discutano coi loro capi famiglia, che pure furono “tutti partecipi a questo colpo di Stato”

Per le stragi in continente, inoltre, Spatuzza ha ricordato come fossero necessarie “trasferte” che necessitavano di finanziamenti. Per far fronte al bisogno di soldi, Cosa Nostra per un periodo pensò anche di dedicarsi aisequestri di persona: “Le vittime”, ha ricordato, “erano un bambino parente di un imprenditore che aveva una fabbrica di argenteria a Brancaccio, un certo D’Agostino, e uno del giornale di Sicilia…” “Il progetto”, ha aggiunto, “era in fase avanzata perché erano già stati valutati i luoghi dove nasconderli.”

Spatuzza ha infine parlato del suo ruolo nell’omicidio di padre Pino Puglisi, il prete antimafia ammazzato per il suo impegno contro la criminalità organizzata.“Lui voleva impossessarsi del nostro territorio“, ha ricordato Spatuzza. “Prima lo controllammo, poi si decise di ucciderlo.”

“Volevamo simulare un incidente perché sapevamo che un omicidio di un prete avrebbe avuto conseguenze”, ha aggiunto ancora il collaboratore. “Poi però optammo per un tentativo di rapina”.

“Era un sacerdote che andava per conto suo, dava fastidio. Quella della sua eliminazione era una pratica aperta da almeno due anni”, ha proseguito Spatuzza.

“In piena campagna stragista nonostante avessimo sospeso le attività ordinarie, dovemmo occuparci di don Puglisi: questo per fare capire quanto dava fastidio”.

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