ZUCCHERIFICIO DEL MOLISE/ Come “bruciare” 150 milioni di euro e rischiare comunque il fallimento

di Alessandro Corroppoli

Mercoledì 22 Febbraio la vicenda dello Zuccherificio del Molise dai tavoli del consiglio regionale molisano è approdata in quelli ben più importanti del Ministero dell’Agricoltura. Il prossimo 29 febbraio, invece, si discuterà l’istanza di fallimento presentata dalla E.T.I. presso il Tribunale di Larino . Nel giro di sette giorni si giocano le credibilità della nostra classe politica e il futuro dell’agroalimentare molisano. Viceversa, in questi anni, per scelte politiche sbagliate, rinunce di rilancio industriale diverse dalla produzione dello zucchero i milioni volati via sono molto più di sette.

soldi-euro-banconote-mazzetteLo scorso 22 febbraio negli uffici del Ministero delle Politiche Agricole a Roma si è tenuto il Tavolo Nazionale della filiera bieticola saccarifera per lo sblocco dei fondi previsti per il settore nella manovra Salva Italia. Si sono confrontati, seduti allo stesso tavolo: il Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, Mario Catania; il Coordinatore della Commissione Politiche Agricole della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, Dario Stefàno; l’Assessore all’Agricoltura della Regione Puglia, e gli Assessori regionali all’Agricoltura delle Regioni Molise, Marche e Abruzzo, Angiolina Fusco Perrella, Paolo Petrini e Mauro Febbo. Presenti alla riunione in rappresentanza della Regione Molise: l’Assessore regionale alle Attività produttive, Michele Scasserra, il Direttore Generale, Antonio Francioni, e il Presidente dello Zuccherifico del Molise, Antonio Di Rocco.

Un incontro positivo visto lo sblocco dei 35 milioni di Euro della Delibera CIPE in favore del comparto bieticolo- saccarifero relativi all’annualità 2009, che saranno erogabili ai bieticoltori nei prossimi due mesi, una volta completato l’iter procedurale e l’impegno del Ministro a sbloccare nel prossimo semestre le risorse previste per la seconda annualità, pari a circa 30 milioni di Euro. Un’ottima giornata con un risultato più che positivo riportato a casa, cui si vanno ad aggiungere, come ciliegina sulla torta, i 19 milioni di euro sbloccati e pronti per essere erogati e utilizzati dall’Agea.

Nelle ore e nei giorni successivi un po’ tutti titolavano, a caratteri cubitali, dei 65 milioni di euro pronti per salvare lo stabilimento termolese, tralasciando il piccolo, ma significativo particolare, che solo una parte, piccola, di quei milioni sarebbe finita nelle casse dello stabilimento di Pantano Basso.

Quanti di quei 65 milioni sono destinati al comparto bieticolo –saccarifero molisano?

7 milioni, di cui ‘subito’ 4, che tuttavia sarebbero già impegnati e non sufficienti, di fatto, a risanare le riserve contabili dell’azienda.

Soldi e liquidità che invece serviranno per il 29 Febbraio, quando verrà discussa l’istanza di fallimento presentata dalla Energy Trading. Nell’attesa che tutto possa risolversi per il meglio e qualunque decisione presa vada in primis in favore e per la tutela dei dipendenti, abbiamo fatto due conti su quanto denaro è stato bruciato sia in termini di investimenti sbagliati che di scelte industriali fatte in passato.

La data che segna lo spartiacque e avvia il declino dello stabilimento saccarifero termolese è il 7 gennaio 2009. Infatti, entro quella data, l’allora consiglio d’amministrazione poteva scegliere se l’industria di trasformazione della barbabietola potesse rimanere tale oppure avanzare e rilanciare un piano industriale diverso. Sappiamo tutti quale fu la scelta e sappiamo tutti quali sono state le conseguenze di quella scelta.

Quella era la data ultima fissata dall’Unione Europea. Unione Europea che attraverso il  proprio Commissario Agricolo aveva ricevuto la delegazione molisana per discutere del futuro dello stabilimento. Il tutto verteva sull’aumento della quota produttiva di zucchero. In quegli anni lo stabilimento termolese produceva e trasformava 85 mila tonnellate di barbabietola ed era necessario aumentarne la quota per due motivi.

Primo per non incappare in una penale (se si superava la quota assegnata, nel caso molisano era di 85 mila tonnellate, il prodotto in più passava nella caselle perdite e non in quelle guadagni); secondo perché venendo meno altri zuccherifici bisognava per forza di cosa aumentare la produzione.

Ma davanti all’allora Commissario Europeo Fischer la delegazione molisana fece un buco nell’acqua perché il piano di rilancio non soddisfò affatto i tecnici europei, i quali non intravidero nessun rinnovamento nella struttura e conseguentemente bocciarono e rimandarono al mittente i pellegrini nostrani.

In sostanza la nuova quota di produzione doveva essere in linea con quelli degli altri stabilimenti italiani: 150 – 200 mila tonnellate annue.

Questa prima bocciatura scatenò una reazione a catena che portò alla rinuncia di tutte le agevolazioni che l’Unione Europea metteva sul tavolo in caso di dismissione dello stabilimento e riconversione, non solo e non per forza, in un produttore di energia ma anche in azienda agroalimentare diversa, come ad esempio poteva essere quella dell’ortofrutta.

Andando a fare due conti e a spulciare qualche carta, scopriamo:

a) Penalizzazione di 30 milioni di euro sottratti al PSR Molise per aver deciso di tenere in piedi lo stabilimento contro le direttive comunitarie;

b) Mancato utilizzo del fondo per la riconversione di circa 60 milioni di euro che la UE metteva a disposizione in caso di “riconversione”;

 c) 7 milioni di euro di accompagnamento ( cassa integrazione guadagni) ai dipendenti in esubero o vicini alla pensione (somma utilizzabile nel caso si fosse deciso verso una produzione altra) ;

d) 4 milioni di euro di accompagnamento a contoterzisti e coltivatori ( da utilizzare in caso di riconversione).

Facendo una prima somma otteniamo che si sono lasciati per strada 97 milioni di euro, che in lire sarebbero circa 200 miliardi.

Se a questa cifra aggiungiamo i quasi 50 milioni di euro utilizzati dalla Regione Molise per le tre capitalizzazioni fatte negli ultimi 3 anni, la somma di denaro gettata al vento assume cifre esorbitanti: 147 milioni di euro, poco più di 300 miliardi di vecchie lire con una media, da gennaio 2009 ad oggi, di cento miliardi all’anno.

Oltre al danno economico potrebbe esserci la beffa, nel caso il 29 febbraio dovesse arrivare il fallimento “perché i presupposti ci sono tutti”.

A questo punto sorge una riflessione inquisitoria: a chi ha giovato (e con quali interessi) aver riconfermato un’assessore che insieme ai suoi colleghi ha buttato a mare, per sue capacità imprenditoriali, 147 milioni di euro ovvero 300 miliardi di lire in tre anni? E in virtù di tale somma non è quantomeno vergognoso e umiliante rischiare il fallimento?

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