Sanità e Regione Molise: quali tasse aumentano e perché

Cessa del tutto il meccanismo di ripiano da parte dello Stato di eventuali deficit accumulati dalle Regioni, che devono sopperire alla riduzione di fondi statali con le tasse, definite “forme di compartecipazione.”

 

di Andrea Succi

L’infiltrato nel sistema  sanitario della Regione Molise scopre la lobby che vuole la sanità  privata. Inchiesta senza censura, parte 4.

La malasanità, le clientele, la corruzione, gli affari sporchi sono i parassiti che ingrassano la spesa sanitaria, il cui dato pro-capite è passato dai 1.347 euro del 2001 ai 1.918 del 2008. In rapporto al Pil regionale, la percentuale di spesa sanitaria, che nel 2000 era del 7.69%, oggi è del 12%. Quasi il doppio. Ma il debito si crea anche acquistando, con fondi regionali, macchinari costosissimi che sono in eccesso. E infatti, come riporta l’Annuario Statistico 2006 del Sistema Sanitario Nazionale, a cura del Ministero della Salute, “esistono circa 28 TAC ogni 1.000.000 di abitanti con valori oltre 35 in diverse regioni (Molise, Campania, Calabria, Sicilia)”. 3 su 4 sono tra le più indebitate d’Italia.

Una pletora di diagnostica non significa più qualità, ma al contrario rappresenta uno spreco di risorse e una scarsa concentrazione di conoscenza, di capacità di fare medicina. Si è arrivati ad un debito di 600 Ml di euro in maniera quasi inspiegabile, la colpa sembra di tutti o di nessuno, l’unico modo per far chiarezza è programmare, fare un’analisi dei bisogni, utilizzare la contabilità per centri di costo, valorizzare la forza lavoro secondo il criterio del carico di lavoro.

In Italia la situazione non è poi tanto diversa dal caso molisano.

Un articolo di Vittorio Mapelli, pubblicato su www.lavoce.info nel marzo 2007 e ripreso dal consigliere emiliano Antonio Nervegna (FI), documenta che “dal 1981 al 2001 il SSN ha accumulato deficit per 76 Miliardi di euro, sempre ripianati dallo Stato”, a cui bisogna aggiungere l’ulteriore deficit di 25 miliardi di euro relativo al debito 2001-2006.

100 Miliardi di euro di debiti in 25 anni. Gli esperti del settore.

Eppure i rimedi non mancano.

Il processo di federalismo, già in corso da diverso tempo nonostante i piagnistei dei leghisti, prevede che siano le regioni stesse ad accollarsi il debito e come ricorda Mapelli, “per garantire l’equilibrio di bilancio, le Regioni hanno a disposizione tre strumenti principali” :

  1. L’aumento delle entrate tributarie – più tasse;

  2. Il controllo della spesa sanitaria che esiste solo in virtù di abili amministratori;

  3. Le risorse stornate da altri capitoli del bilancio regionale – il cosiddetto lavoro da sarto.

Prenderemo in considerazione solo i primi due strumenti.

L’aumento delle entrate tributarie fa parte di una strategia resa nota ad Isernia, l’1-2 Dicembre 2000, durante un convegno sulla “Riforma degli statuti regionali”. In quella circostanza, Nicola D’Ascanio, attuale Presidente della Provincia di Campobasso, e allora Vice Presidente della Commissione dell’Autoriforma della Regione, comunica che “i trasferimenti statali alle Regioni sono stati sostituiti con Iva, Irpef, accise sulla benzina, Irap, tassa automobilistica e altri tributi minori (tosap, tasse universitarie, tributo sulle discariche, tasse sulle concessioni regionali, ecc.)”.

Cessa del tutto il meccanismo di ripiano da parte dello Stato di eventuali deficit accumulati dalle Regioni, che nell’ottica federalista devono fare da sé, sopperendo alla riduzione di fondi statali con le tasse, definite “forme di compartecipazione. Tali risorse contribuiranno alla formazione di una finanza regionale senza vincoli di destinazione.” La logica conseguenza di questa riforma è stato un aumento costante delle tasse regionali, come si desume dalla nota dell’Assessorato alla Programmazione, emanata l’11 Maggio 2007: “La Regione Molise non è riuscita a ripianare per l’anno 2006 il disavanzo sanitario regionale…Conseguenza…L’applicazione automatica della misura massima dell’ Irpef. L’aliquota ordinaria Irap del 4,25%, e quella ridotta del 1,9% devono essere maggiorate di un punto percentuale.”

A onor del vero l’istituzione dell’IRAP, che secondo gli intendimenti iniziali doveva costituire la principale fonte di entrata delle Regioni, ha invece mostrato nella fase implementativa dei limiti enormi, così come la strategia di aumento delle aliquote per il 2006 “non sarebbe stata in grado di determinare l’azzeramento del deficit. Anzi, si sarebbero generate risorse capaci di coprirne meno del 15 per cento in Lazio, Molise e Campania e solo poco più del 20 per cento in Sicilia.” 

Invece di spendere meno, si chiede ai cittadini di compartecipare alla spesa in misura sempre maggiore, senza peraltro ottenere risultati degni di nota: basti pensare che dal 2003 al 2006 i ricavi derivanti da irap e irpef, in Molise, sono cresciuti del 25% – da 47 a 64 milioni di euro – mentre iva e accise “solo” del 10% – da 383 a 426 milioni di euro. In un’azienda come quella sanitaria, che non produce né benessere né ricchezza e che quindi non si auto-finanzia, è chiaro che qualcuno deve sostenere la spesa: in Italia il 77% del SSN (Sistema Sanitario Nazionale) è compartecipato dai cittadini. Come dire, lo Stato siamo noi.

Uno Stato sempre in movimento, andare e tornare dal lavoro, lo stress da traffico, lo smog, le auto. La benzina. Proprio sul carburante gravano le famose accise, che meritano un discorso a parte. Molte delle accise italiane furono introdotte temporaneamente per far fronte a eventi straordinari accaduti nel secolo scorso. E invece il Novecento è alla cassa che presenta il conto, considerato che tasse che dovevano andare a scadenza, nel tempo si sono stabilizzate. La faccenda è ben spiegata in un’interrogazione parlamentare dell’On. Annunziata, deputato del centro-sinistra, presentata nel 2004 all’allora ministro delle attività produttive Antonio Marzano.

Il 70 per cento del costo di un litro di benzina verde è costituito da accise ed imposte, alcune delle quali sconcertanti, come:

  • 1,90 lire per la guerra di Abissinia del 1935;

  • 14 lire per la crisi di Suez del 1956 ;

  • 10 lire per il disastro del Vajont del 1963;

  • 10 lire per l’alluvione di Firenze del 1966;

  • 10 lire per il terremoto del Belice del 1968;

  • 99 lire per il terremoto del Friuli del 1976;

  • 75 lire per il terremoto dell’Irpinia del 1980;

  • 205 lire per la missione in Libano del 1983;

  • 22 lire per la missione in Bosnia del 1996;

  • 39 lire per rinnovo contratto autoferrotranvieri 2004.

Annunziata li definisce esempi sconcertanti, sicuramente scatenano ilarità e indignazione, stimolano la voglia di usare la bici al posto dell’auto, pedalare capelli al vento – chi se lo può permettere – e piantarla di finanziare la missione in Libano.

Ma le accise coprono anche altre missioni , come quella sanitaria ad esempio.

Se aumenta il debito, aumentano le accise. Per alcune Regioni, quelle a statuto ordinario, scatta addirittura il bonus, cioèla facoltà di introdurre una imposta addizionale sul consumo di benzina entro un massimo di 0,026 €/litro.”

Solo due regioni hanno deciso di avvalersi, finora, di tale facoltà: “la Campania ed il Molise (hanno applicato il massimo consentito).” 

Per farla breve, su un pieno di 50 euro trentadue sono imposte e, se non ci fossero le accise, un litro di benzina verde costerebbe 80 centesimi di euro in meno. Senza peraltro scomodare la crisi del petrolio o la guerra in Medio Oriente.

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