NUCLEARE IN MOLISE/ Se la Corte Costituzionale rema contro la volontà popolare…

Il Governo, con legge del 2009, ha già deciso: si torna al nucleare. E chi non è d’accordo – solo 12 regioni su 20, tra cui il Molise – non solo dovrà adeguarsi per legge, ma anche “garantire la massima partecipazione”. Proprio come accade in una democrazia che si rispetti, dove dissentire non è previsto. Ma la Corte Costituzionale non dovrebbe garantire il diritto alla salute dei cittadini? Vediamo che succede…

di Andrea Succi

nucleare-italia-MOLISEDi nucleare in Molise si sente parlare da tempo. Anzi, per dirla tutta, qualcuno avrebbe anche individuato il sito adatto per la centrale atomica: “zona costiera meridionale alla foce del Biferno (Termoli)”.

Il piano ultratrentennale – risale infatti al 1979 la mappatura del Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare – è stato svelato qualche giorno fa da Ermete Realacci, responsabile Pd per la green economy. Grazie per l’ottima notizia, avrebbe sussurrato qualcuno, ma il democratico scoop in realtà non aggiunge nulla di nuovo a quanto si sapeva già. Tanto è vero che il termometro dell’attualità mondiale e locale, Facebook, segnala la presenza di gruppi, anche piuttosto numerosi, contro il nucleare in Molise, su tutti Centrale Nucleare in Molise? NO, GRAZIE!!!! e No alla centrale Nucleare di Termoli, attivi fin dal 2009.

A scadenze praticamente regolari, spunta qualcuno con la famosa lista dei siti, che somiglia sempre più al papello di Riina: verità o leggenda? Nucleare si o nucleare no? Un bel dilemma per i poveri cittadini, costretti a convivere con una spada di Damocle che nei post tragedia – Chernobyl prima e Giappone poi – diventa un peso insopportabile da sostenere. E per fortuna che i referendum sul si (non voglio la centrale) o sul no (voglio la centrale) – inversamente comprensibili per l’elettore – arrivano sempre dopo qualche esplosione nucleare, che piega qualunque smania atomica e permette di resistere finanche alla propaganda di regime. Che, su questo non ci sono dubbi, fortissimamente vuole investire in un business che genera altri business: cemento per costruire, energia da vendere, rifiuti da smaltire. All in one, tutto incluso, per la gioia delle lobby interessate.

Ma se la sovranità territoriale è ancora un diritto inalienabile – strombazzano ai quattro venti i presidenti delle italiche regioni – allora dovranno passare sul nostro cadavere prima di impiantare una centrale nucleare. “Not in my back yard”, costruitela ovunque, ma non a casa mia. Uno slogan che miscela, in egual misura, populismo e deficienza. Se la centrale non la costruissero a Termoli (in Molise) ma piuttosto a Foggia (in Puglia), che dista poco meno di cento chilometri dalla cittadina molisana, cambierebbe qualcosa? Certo, vuoi mettere avere la centrale sotto casa o averla a un tiro di schioppo? Il proverbio “lontano dagli occhi, lontano dal cuore” pare valga anche nelle relazioni atomiche.

Ma a volte le faccende sono più complicate di quanto sembrino. A volte quelli che dovrebbero garantire, per costituzione, la salute dei cittadini si trasformano nei peggiori boia americani, spietati e crudeli contro chi non si adegua alle nuove normative.

E allora vediamo di entrare nel merito della questione e schiarirci le idee.

Nonostante le produzioni normative del Governo Berlusconi II (in carica dal 2001 al 2005), “finalizzate alla sistemazione dei rifiuti radioattivi, negli anni successivi non si è pervenuti all’individuazione di un sito di deposito nazionale.” In parole povere non si sa nemmeno dove smaltirli, questi rifiuti radioattivi, e quindi succede quanto accaduto a Castelmauro, piccolo paesino in provincia di Campobasso, dove le scorie radioattive venivano stoccate in…cantina o interrate nei campi di agricoltori più o meno compiacenti.

Potrebbe essere una soluzione, quella di far “asciugare” le scorie insieme a caciocavalli e salsicce, ma pare che le istituzioni molisane si siano prontamente attivate per risolvere una volta per tutte il problema. Come? Semplice, con una legge, la 22 del 2005, in cui la Regione Molise dichiara il proprio territorio “denuclearizzato”. Che non significa l’assenza di materiale atomico e radioattivo sul posto, ma impedisce “sul medesimo (territorio) il transito e la presenza di materiale radioattivo non prodotto in loco.”

Se nucleare deve essere, che almeno sia nostrano. Come i caciocavalli, appunto.

E qui entra in gioco la Corte Costituzionale, che non si preoccupa affatto della poca lungimiranza di questa legge, ma ne dichiara l’incostituzionalità (sent. n. 247 del 28 giugno 2006) semplicemente perché “la comprensibile spinta, spesso presente a livello locale, ad ostacolare insediamenti che gravino il rispettivo territorio degli oneri connessi (secondo il noto detto “not in my backyard”), non può tradursi in un impedimento insormontabile alla realizzazione di impianti necessari per una corretta gestione del territorio e degli insediamenti al servizio di interessi di rilievo ultraregionale”.

Capito? Non solo le regioni devono evitare qualsivoglia paranoia psico-sociale legata alla sindrome NIMBY, ma piuttosto devono rendersi disponibili ad accogliere scorie e, soprattutto, impianti “necessari per una corretta gestione del territorio.”

Al massimo, unica concessione della Corte (sent. n° 62 del 29 gennaio 2005), si può affermare la necessità “nella localizzazione dei siti (in particolare per il deposito nazionale di scorie radioattive, ndr), di un maggior coinvolgimento delle regioni interessate.” Fermo restando che “in caso di dissenso irrimediabile possono essere previsti meccanismi di deliberazione definitiva da parte di organi statali, con adeguate garanzie procedimentali.” La cara vecchia Corte Costituzionale, che contro Berlusconi si trasforma in un impietoso garante dei diritti umani, nella realtà dei fatti sta combattendo una dura lotta contro le autonomie locali, che si ribellano ad ipotesi di centrali atomiche.

Ed è proprio il Servizio Studi del Dipartimento Attività Produttive della Camera che, il 9 Giugno 2010, chiarisce come stanno le cose: “In un contesto di questo tipo non sorprende che ben 12 regioni (tra cui il Molise, ndr) abbiano sollevato ricorso presso la Corte costituzionale contro la legge 23 luglio 2009, che sancisce il ritorno al nucleare in Italia, dopo l’abbandono deciso con il referendum del 1987, votato con larga maggioranza sull’onda emotiva dell’incidente nella centrale di Chernobyl.”

Da questo passaggio illuminante vengono fuori tre informazioni importanti: primo, alcune regioni sono d’accordo con il ritorno al nucleare, tra queste la Lombardia del ciellino Formigoni; secondo, il Molise del bistrattato Iorio finalmente ha fatto una cosa giusta; terzo, il Governo ha già sancito il ritorno al nucleare, nonostante la contrarietà popolare. Un classico esempio di Démos cràtos, che raggiunge la sua apoteosi  nel momento in cui viene stabilito quanto segue: “Al fine di superare questi forti ostacoli contro lo sviluppo del nucleare, il Governo ha quindi cercato, con il D.Lgs. 31/2010, di emanare una normativa in grado di garantire la massima partecipazione degli enti locali e delle popolazioni interessate, nonché di limitare l’impatto ambientale delle installazioni.

Come possono enti e cittadini garantire la “massima partecipazione” ad un progetto cui sono fortemente contrari? Semplice, dovranno farlo per legge. Ben sapendo che “limitare l’impatto ambientale” di una centrale che produce scorie radioattive è impossibile.

Come cantava Gaber, ne “La Democrazia”… Auguri!!!

 

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