NDRANGHETA CALABRESE/ I Bellocco di Rosarno sotto processo a Larino

di Andrea Succi

Dopo le minacce ricevute da Michele Mignogna è scattata la gara di solidarietà nei suoi confronti. “Non lasciamolo solo” è il refrain che si sente ripetere più spesso. L’unico modo che conosciamo per rendere la vita difficile a chi ha voluto colpire un amico e collega è continuare a tenere alta l’attenzione su certi fenomeni, puntando i riflettori sui colletti bianchi di cui ha parlato anche Mignogna nell’intervista rilasciata a Infiltrato.it

pistole_fumantiNon sappiamo se è un caso ma proprio il giorno successivo all’intervista, Mignogna ha ricevuto gli ennesimi, stavolta pesantissimi, messaggi intimidatori. Secondo la Procura di Larino, che sta ancora indagando, gli sms di minaccia sarebbero stati inviati da una cabina telefonica nell’area tra il centro commerciale “Il Punto” e Via Arti e Mestieri. Sarà sicuramente un caso, questo sì, ma Mignogna nell’intervista aveva espresso dubbi sulla presenza massiccia di centri commerciali in Molise, ipotizzando – probabilmente – interessi poco legittimi dietro certe attività.

‘Ndrangheta? Camorra? Sacra Corona Unita? Nessuno può saperlo.

Quel che si sa, per certo, è che attualmente la cosca Bellocco di Rosarno è sotto processo a Larino, anche se solo per motivi di spazio visto che l’inchiesta è partita dalla Procura di Campobasso ed è seguita dal Sostituto Procuratore Giovanna Di Petti.

 

Ma cerchiamo di fare ordine in questa vicenda e partiamo dall’inizio.

Il Molise tra ‘ndrangheta, coca e boss…” (leggi la prima parte, ndr) partiva da un’inchiesta sulla ‘ndrangheta, Galloway-Tiburon”, che coinvolgeva la famiglia Sale, legata alle cosche calabresi e soprattutto al nuovo Pablo Escobar, Salvatore Mancuso, estradato negli Stati Uniti nel Maggio 2008. 

Secondo gli inquirenti, uno dei porti utilizzati dai narcos per fare arrivare la coca in Europa era quello di Gioia Tauro: 8 tonnellate di cocaina in pochi anni, anche se probabilmente la cifra è più alta.

L’interesse criminale per lo scalo marittimo di Gioia Tauro e l’attigua area di sviluppo industriale – compresa tra i comuni di Rosarno, San Ferdinando e la stessa Gioia Tauro – rimane al centro di rilevanti iniziative imprenditoriali e commerciali che da tempo hanno attratto l’attenzione delle locali famiglie mafiose dei Piromalli, Molè, Pesce e Bellocco.

Il porto diventa lo strumento per la realizzazione dei traffici illeciti.

E proprio attorno a una delle ‘ndrine più importanti della piana di Gioia Tauro – i Bellocco di Rosarno – ruota un’altra inchiesta partita dalla Procura di Campobasso, che sta vivendo ora la fase processuale, seguita dal Sostituto Procuratore Giovanna Di Petti.

Nonostante sulla vicenda regni il più assoluto riserbo, le indagini avviate nel 2002 dall’ex Procuratore Capo del capoluogo molisano, Mario Mercone, (vedi anche La Voce, Giugno 2007) fanno emergere interessanti contorni internazionali e certificano la presenza della ‘Ndrangheta anche sul territorio regionale.

Nell’ambito della riunione dei procedimenti n. 2246/2002 e n. 2243/2002 della DDA di Campobasso, vengono emesse 10 ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti, tra gli altri, di Alfonso Caldarone e Carmelo Antonucci, accusati di aver costituito un’organizzazione dedita al traffico internazionale di cocaina, operativa in Belgio, Olanda e varie località del centro-sud Italia, tra cui il Molise.

Caldarone – titolare del ristorante “L’Ecailer D’Alphonso” a Bruxelles – e Antonucci, suo socio nella pescheria “Fresh Fish” sempre a Bruxelles, vengono arrestati in Olanda nel 2001.

Erano in frequenti contatti con una rete di autotrasportatori internazionali, con trafficanti in Italia, con un gestore di un’area di servizio autostradale e con un gestore di locali notturni usati come punti di smercio dello stupefacente importato.”

Eppure i due non si occupavano solo di narcotraffico, ma anche di riciclaggio. Secondo gli inquirenti “avrebbero cambiato nel periodo 2000/2001 una somma pari ad oltre 800 milioni di franchi belgi – quasi 40 miliardi delle vecchie lire – presso un’ Eurochange a Bruxelles.”

Alfonso Caldarone si era fatto strada rispetto al passato, era il 1995, quando venne arrestato perché forniva appoggio ad una “banda” romana che effettuava rapine in Belgio, acquistava la coca in Olanda e la trasportava a Roma per piazzarla nei quartieri dell’Appio e del Tuscolano.

Stavolta Caldarone presentava contatti più “qualificati con il mondo della malavita organizzata, che emergono dall’ospitalità data presso la propria abitazione in Belgio a tale Antonio Ascone, esponente della ‘Ndrangheta calabrese ed anch’egli dedito al traffico internazionale di droga.”

Antonio Ascone è legato ai Bellocco di Rosarno, è il broker della famiglia che dall’estero coordina e gestisce, con altri, i quantitativi di coca giunti dal Sudamerica – via Spagna, Belgio e Olanda – e che si preoccupa poi di reinvestire i proventi del narcotraffico.

Da alcune intercettazioni del 2001 tra Rosario Arcuri – anche lui originario di Rosarno e legato ad Ascone – e Francesco Strangio, di Melito Porto Salvo, latitante dal 1993 e ricercato per traffico internazionale di stupefacenti, salta fuori che i Bellocco e gli Strangio operano in joint-venture, creando un cartello criminale.

Si tratta di latitanti che dall’estero coordinano l’attività di approvvigionamento, di soggetti incensurati che curano i movimenti lungo le rotte e il trasporto dello stupefacente giunto in Europa. Armi e droga sono destinati in parte alla Calabria, dove da lungo tempo è ipotizzato avvenga il taglio della cocaina pura che giunge dalla Colombia e dalla Bolivia.”

Arcuri e Strangio discutono ampiamente degli affari e si confrontano su alcuni problemi riguardanti un’operazione di polizia nel corso della quale erano state arrestate delle persone che si occupavano del cambio di denaro ed erano conosciute, oltre che dall’Arcuri, anche dall’Ascone”: si tratta proprio di Alfonso Caldarone e Carmelo Antonucci, arrestati nel Novembre 2001, vale a dire qualche giorno prima che Arcuri e Strangio fossero intercettati.

Il 4 Marzo 2004 – con le operazioni “Nasca” e “Timpano”, coordinate dal PM Francesco Mollace della Procura di Reggio Calabriacartello tra i Bellocco e gli Strangio, che secondo gli inquirenti non solo aveva acquistato interi quartieri di Bruxelles ma si era ramificato anche in altre zone del Belgio, ad esempio a Genk, cittadina di 60 mila abitanti a novanta chilometri dalla capitale. – si comprendono meglio le sfaccettature di questo

La cocaina sbarcata in Belgio dal Sudamerica veniva presa in consegna dai corrieri, che la trasportavano fino in Calabria perché venisse tagliata e poi la smerciavano dove serviva; il ricavato dell’illecito business tornava nelle mani dei broker calabresi, referenti delle cosche di Rosarno e San Luca, che a Bruxelles erano capaci di riciclare in un solo giorno anche 30 milioni di euro.

Nelle operazioni “Nasca” e “Timpano” vengono arrestate 37 persone, ma sia Antonio Ascone che Francesco Strangio riescono, ancora una volta, a sfuggire alla cattura.

La loro latitanza finisce nel Luglio 2006 in Olanda, beccati dal GOA della Guardia di Finanza di Catanzaro: cadono nella rete anche Calogero Antonio Costadura, preso a Genk, e Giancarlo Polifroni, lo stesso che a Rebibbia fa teatro con Giorgio Sale, e che è stato coinvolto nell’operazione “Stupor Mundi” insieme a Domenico Trimboli, esponente dell’omonima famiglia in contatto con i Sale.

Gira e rigira i nomi sono sempre gli stessi, e se non possono incontrarsi in un night olandese perché scontano una condanna dietro le sbarre, trovano comunque il modo di vedersi, prendere accordi e scambiarsi i contatti: qual cosa migliore, per non destare sospetti, che diventare attori di una compagnia teatrale, passare il tempo insieme per provare e riprovare, e tessere nuove strategie?

I Bellocco, gli Strangio, i Trimboli, e poi i Sale, i Pannunzi, gli Ascone, i Caldarone, gli Antonucci: da una parte gli ‘ndranghetisti, dall’altra i broker, da una parte sangue e pistole, dall’altra coca e soldi. E il Belgio, che ricorre in tutte le inchieste sul narcotraffico.

Perchè?

Semplice: è un ottimo punto dove fare arrivare i carichi dal Sudamerica ma è soprattutto il miglior posto al mondo dove riciclare denaro, l’unico mercato immobiliare perennemente florido. La costante crescita dell’Unione Europea chiama a sé un numero sempre maggiore di rappresentanti istituzionali, autisti e portaborse, e questo implica nuove richieste per sedi diplomatiche o partitiche, per appartamenti, alberghi, pensioni, bed&breakfast, bar, locali, centri-commerciali e cotillons.

I Bellocco e gli altri, molto semplicemente, offrono un servizio completo.

Qualcuno potrebbe persino inorridire all’idea che persone legate a questa famigerata cosca siano attualmente sotto processo a Campobasso – in realtà la fase dibattimentale si svolge per esigenze tecniche presso il tribunale di Larino, ma è la Procura di Campobasso ad occuparsene – eppure molto tempo è passato da quel 30 Luglio 2003, quando la Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul Fenomeno della Criminalità Mafiosa o Similare sentenziò:In Molise risiedono soggetti collegati alla cosca BELLOCCO di Rosarno (‘ndrangheta)”.

E non è una novità nemmeno il fatto che la piccola Bendopoli molisana venga toccata da operazioni sul narcotraffico internazionale.

Nel 2006 “Castriota” e “Last Dinner” – citate da Altromolise – portano alla luce un’organizzazione composta da criminali albanesi e locali, “che faceva arrivare la cocaina dal Sud America attraverso tessuti e resine messe a bagno nella droga. I tessuti e gli altri materiali venivano poi lavorati in una sorta di laboratorio chimico allestito a Campobasso per recuperare la droga, che veniva quindi immessa sul mercato.”

Sembra assurdo che nella dolce Campobasso potesse esistere un laboratorio chimico per estrarre droga da abiti inzuppati di coca liquida. Eppure è così.

Le domande che sorgono spontanee sono tante, troppi dubbi s’insinuano.

Qual è la farmhouse che il figlio di Giorgio Sale ha deciso di restaurare in Molise? Esistono rapporti in loco tra i Sale e i Bellocco? Quali sono le ragioni che hanno spinto una potente ‘ndrina a radicarsi sul territorio molisano? Esistono rapporti tra la mala albanese e i calabresi di Rosarno?

Resta una considerazione da fare, forse la più importante.

Il Molise da un certo punto di vista è una regione molto fortunata, perché si vive ancora bene, il tasso di microcriminalità non è alto, il territorio è ancora piuttosto integro nonostante i numerosi tentativi di distruggerlo.

Eppure le grosse mafie da anni si sono infiltrate, dapprima con il sistema del soggiorno obbligato, quando i criminali venivano mandati al confino in zone dove i mezzi di comunicazione erano praticamente inesistenti: un esempio è quello di Luigi Giuliano nato nel 1949 (specifico la data di nascita perché purtroppo nella famiglia Giuliano molte persone hanno gli stessi nomi) che è in declino ed è a Palata.”

In seguito, dopo aver compreso che per fare ottimi affari si ha bisogno di tranquillità, hanno deciso di trasferirsi in loco. Quattro sono i clan che si spartiscono il territorio molisano: i Casalesi, i La Torre di Mondragone, i Bellocco di Rosarno e i Catanesi.

Il Procuratore di Larino Nicola Magrone fa una riflessione chiara e semplice: “In una società dove i conflitti non appaiono, dove “non sparano, quindi va tutto bene”, bisogna stare all’erta perché quelli non sono segnali univoci, ma segnali che vanno analizzati.”

Cantieri aperti ovunque, esercizi commerciali che aprono e chiudono nel giro di pochi mesi, una quantità di banche e sportelli bancari spropositata per una regione piccola, e ancora piuttosto indietro da un punto di vista economico, come il Molise.

In sintesi, colletti bianchi nella Bendopoli molisana.

APPROFONDIMENTI

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