INCHIESTA/ Eolico selvaggio in Molise: tra mafia e P3

Dopo la grande manifestazione di martedì, “Fuori la camorra dal Molise”, in cui la società civile ha dimostrato di voler proteggere il territorio da eolico selvaggio e rifiuti tossici, è opportuno alzare i riflettori su quali aziende gestiscono impianti eolici – o sono in procinto di farlo – perchè in alcuni casi si sente un forte…odor di mafia. E spunta persino il nome del faccendiere Flavio Carboni, coinvolto nello scandalo P3.

 

 

Carboni_Flavio

Iniziamo, ad esempio, dalla San Marco Bioenergie Spa che opera a Capracotta. La ditta al passato ha condanne molto pesanti. Nel 2006, infatti, vennero posti i sigilli alla centrale a biomasse di Argenta (cittadina in provincia di Ferrara dove per altro ha sede la ditta) di proprietà, appunto, della San Marco Bioenergie. A detta del Noe (Nucleo Operativo Ecologico) c’erano gravi irregolarità nella gestione dell’impianto. Dall’inchiesta, infatti, è venuto fuori che l’azienda bruciava di tutto e di più: non solo legno vergine (come era tenuta a fare), ma anche legni trattati e coperti di inquinanti. E questo comportava un rilascio abnorme di monossido di carbonio. E i dati? Non venivano registrati: secondo gli inquirenti, infatti, il database informatico veniva falsato in maniera tale che nulla risultasse. Il tutto, chiaramente, per risparmiare: in questo modo non c’era alcuna selezione (dispendiosa) della legna da bruciare.

Per questa vicenda vennero indagati per i reati di falsità in registri e notificazioni e violazione delle prescrizioni per emissioni in atmosfera, tra gli altri, il legale rappresentante e presidente del Cda, Marcelo Emilio Figueira, gli ex dirigenti Martino Pasti e Lanfranco Graziani. Nel 2009 la sentenza:  una condanna in patteggiamento e quattro rinvii a giudizio. Nell’avviso di conclusioni indagini si legge che, come detto, invece di bruciare solo legno vergine, veniva bruciata una quantità pari a 720 tonnellate l’anno di “materiale nerastro” di origine organica, contaminato da metalli pesanti quali cromo, rame, piombo, titanio e vanadio; ma anche pezzi di plastica, pezzi di ferro, sabbia, terra, legno trattato, e tutto materiale indicato come “non idoneo”.

Ancora. Abbiamo la Tisol e l’Erg Cesa. Ne parliamo assieme perché entrambe al centro dello “scandalo eolico” di circa un anno fa che colpì la Calabria. Qui, in pratica, l’imprenditore Mauro Nucara, proprietario di un’altra azienda energetica, la Cesp, pagava tangenti per avere una corsia preferenziale per costruire parchi eolici con la sua ditta per via di una convenzione firmata con la Regione nel 2006. Tali autorizzazioni, però, venivano subito cedute (dietro cospicuo pagamento) da Nucara. E indovinate a chi (stando sempre a quanto emerge dalle indagini)? Al romano Giampiero Rossetti, dirigente romano dell’azienda italo-spagnola Erg-Cesa, e a Roberto Baldetti, amministratore unico della Tisol, che, scrive la polizia, “fungeva da tramite con la multinazionale Erg s.p.a. di Roma alla quale Nucaro doveva vendere le autorizzazioni uniche alla realizzazione dei parchi in questione”.

Tra le altre ditte troviamo, ancora, Alerion. La troviamo sia da sola, sia in partecipazione con altre ditte: la New Green Molise Srl, ad esempio, è una società partecipata al 50% da Alerion e al 50% dalla New Green Energy Srl. Presidente della Alerion è il conte Gastone Colleoni, al centro nel 2006 di una maxi-inchiesta su paradisi fiscali e società off shore. Vicepresidente è invece Giuseppe Garofano, detto “Il Cardinale”, in passato arrestato per la maxi tangente Enimont e tornato in affari dal 2000. E proprio quando i due si sono ritrovati la Alerion stessa è stata quotata in borsa (2003).

E poi la Fonteolica, una delle ditte le cui carte sono state oggetto dei controlli della magistratura nell’inchiesta sull’eolico in Sardegna. Tra le carte sequestrate dai carabinieri in casa di Pinello Cossu, ex consigliere provinciale e legatissimo al faccendiere Flavio Carboni, c’era, infatti, anche il progetto di un parco eolico presentato proprio da Fonteolica in accordo con un’altra azienda, la veneziana Quantas. Resta ora da capire come mai queste carte siano finite tra quelle sequestrate a Cossu. Ma non è finita qui, perché la cricca aveva provveduto, secondo gli inquirenti, a costruire un sistema che assicurasse vantaggi ad alcune società, tra cui appunto la Fonteolica. Il meccanismo era il seguente: venivano create società che, come disse Carboni intercettato al telefono, “non hanno storia” e sono state “costituite ad hoc”, in quanto dovevano soltanto agire in partnership con altre società che già lavoravano in Sardegna, società che alla fine risultavano le vere “beneficiarie” di tutto il “sistema”. Tra queste, come detto, la Fonteolica che si legò, secondo i magistrati, alla “Karios 32”, una delle holding costituite dal gruppo Carboni e affidata ad un prestanome.

Alcune di queste contano pochissimi addetti. Ed altre, ancora, dispongono di un capitale molto modesto in confronto alle spese previste per la installazione e gestione dei parchi eolici.

Cosa da poco questa? Assolutamente no. Anche perché, pare, ci siano precedenti poco chiari proprio in Campania. E’ il caso della De.Di Srl, ditta con sede legale a Capua che ha investito anche in territorio molisano. La ditta in questione alcuni mesi fa aveva proposto alla Regione Campania, per l’autorizzazione alla costruzione e all’esercizio di impianti per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, ben 6 richieste per un totale di circa 100 Megawatt. Ma attenzione: come rivelato dal quotidiano “Vitulazio24ore” qualcosa non quadra.

La De.Di srl., infatti, disponeva al momento dell’avanzamento dei progetti di “un capitale sociale di circa 10.400,00 euro”. Ma tutti sanno, si legge sempre nell’inchiesta del quotidiano, che non è possibile che una piccola ed anonima società a responsabilità limitata, con un capitale sociale molto limitato, possa affrontare spese così elevate, come quella della costruzione e manutenzione di un parco eolico (soprattutto considerando poi che ben sei progetti furono avanzati dall’azienda). Qualcosa non torna. Ed infatti pare che dietro ci fosse la Enel Green Power, la società del Gruppo Enel nata per sviluppare e gestire le attività di generazione dell’energia da fonti rinnovabili.

La Enel Green, secondo alcune voci, faceva andare avanti le piccole aziende (come la De.Di) le quali presentavano il progetto (pur non avendo in realtà potuto far fronte alla installazione di parchi eolici) che poi veniva ricomprato dalla multinazionale stessa, in maniera tale da ottenere comunque i cosiddetti “certificati verdi” (chi vende energia prodotta da fonti convenzionali ha poi l’obbligo di immettere in rete anche una quota di energia prodotta da fonti alternative; altrimenti può acquistare tali certificati dai gestori di impianti che sfruttano le rinnovabili). E perché non si interessava alla presentazione del progetto la stessa Enel Green? Sono molti a ritenere che l’azienda in questione non avrebbe, probabilmente, avuto le “credenziali”, visto quanto stava accadendo riguardo la Centrale a Turbogas di Sparanise, “anche quest’ultima – si continua a leggere su “Vitulazio24” – finita tra i fascicoli della Magistratura, per una serie di legami e partecipazioni della criminalità organizzata, tra cui il clan dei Casalesi”.

Oltre alla De.Di srl, comunque, sono molte le ditte campane propense ad investire nell’eolico molisano. Oltre alla già citata New Green Energy (sede a Napoli) potremmo parlare, ad esempio, della IPVC, ditta avellinese di proprietà di Oreste Vigorito. Anche il “petroliere dell’eolico” (così venne definito in un documentario di “Exit”) fino a poco tempo fa (a giugno di quest’anno ha ceduto i due parchi eolici in Molise alla Erg Renew) aveva investito nel territorio molisano. Ed anche lui, in passato, ha avuto pesanti problemi con la giustizia. L’anno scorso venne arrestato nel corso dell’illustre inchiesta “Via col vento”, per associazione a delinquere finalizzata alla truffa per aver percepito indebitamente finanziamenti pubblici (secondo gli inquirenti, in pratica, presentava false certificazioni per avere accesso a contributi erogati in favore dei produttori di eolico); e già qualche anno prima i suoi parchi eolici attivi in Sicilia erano finiti sotto sequestro.

E d’altronde molte altre aziende, alcune delle quali hanno puntato sempre al Molise per i loro investimenti, sono legate a magnate dell’eolico. E’ il caso, ad esempio, dell’IP Maestrale. Questa ditta, che gestisce parchi eolici a S. Elia a Pianise, Pietracatella, Monacilioni e Macchia Valfortore, stando a quanto affermato in un’inchiesta della “Voce delle voci”, ha un “denominatore in comune” a molte altre ditte sparse per tutta la penisola e identificate tutte con lo stesso nome, ma con numeri progressivi. Questo minimo comun denominatore  è “un indirizzo, Via Circumvallazione 108, Avellino”.

E qual è la particolarità? “Allo stesso indirizzo – si legge sempre nell’inchiesta di Andrea Cinquegrani – si trova il quartier generale delle società che fanno capo ad un altro fresco reuccio delle pale eoliche, Oreste Vigorito”.

Questo non vuol dire necessariamente che le stesse irregolarità si stiano verificando anche in Molise, ma le perplessità (e le paure) sono più che giustificate. Soprattutto se ricordiamo episodi accaduti nella nostra regione attribuibili, come affermò Michele Petraroia a “soggetti esterni al nostro territorio che vogliono conquistare questa terra per i loro affari”. Potremmo ricordare, ad esempio, gli episodi verificatisi la notte del 7 agosto: due automezzi di una ditta, che erano posizionati a Guardiaregia, vennero incendiati. Un atto intimidatorio, su cui si spera, a questo punto, che la Magistratura riesca a far chiarezza.

Ma questo non è l’unica “stranezza” legata all’eolico: ancora si potrebbe parlare dell’eclatante caso di Ururi con le inspiegabili dimissioni di tutto l’esecutivo comunale, e poi Pietrabbondante, paese nel quale gli operai di una ditta avevano cominciato a lavorare senza i regolari permessi necessari per dare il via al progetto. Ed ancora. In piena estate sulla mappa di Google Earth vennero inspiegabilmente inserite 16 pale eoliche non ancora costruite (solo da progetto) per la strada provinciale nei pressi di Contrada Crocelle. Perché quelle mappe sono state modificate? E soprattutto da chi?

Il caso “eolico”, dunque, potrebbe essere più nero di quanto si pensi.

 

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