IL MOLISE DELLE MAFIE/ Terra di conquista: dove s’infiltrano e quali sistemi sfruttano

La Voce lo scriveva nel 2009, oggi lo scoprono anche i relatori del Rapporto Ecomafia 2011: il verde Molise è da tempo terra di conquista per il crimine organizzato. Ma andiamo a vedere, una per una, le inerzie alla base del fenomeno: quali sono i settori in cui operano? E quali sono le falle del sistema che vengono sfruttate dalle mafie per infiltrarsi nell’economia locale? Senza dimenticare le minacce al giornalista molisano Michele Mignogna, ennesimo segnale di una situazione che in pochi vogliono accettare: il Molise delle Mafie.

di Andrea Succi

criminalit_organizzataNel Rapporto Ecomafia 2011 di Legambiente, in libreria dal 22 giugno, si segnala il paragrafo intitolato “Analisi della Dia sul ciclo dei rifiuti”, nel quale viene ancora una volta confermata – se ce ne fosse bisogno – l’attenzione dell’Antimafia verso le inchieste pubblicate dalla Voce delle Voci (e da Infiltrato.it), che si è trovata ad anticipare i tempi di almeno due anni.

Risale proprio al 2009 l’inchiesta pubblicata sulla Voce dal titolo “Caturano Story”, ripresa dagli investigatori della Dia per analizzare parte del fenomeno ecomafioso.

Nel rapporto infatti si legge: «Emerge da alcune attività giudiziarie come il Molise sia diventato il punto finale di arrivo per lo smaltimento dei rifiuti pericolosi.  È stato registrato negli ultimi mesi un via vai di camion per trasporto rifiuti nel tratto Caianello-Venafro-Isernia-Boiano, sino ad arrivare nella zona di Campobasso. In un recente passato, nei pressi di Venafro, sono stati fermati camion che trasportavano rifiuti tossici spacciati per fertilizzanti e destinati alla concimazione dei terreni agricoli (…). Per quanto riguarda Isernia sono state segnalate e sequestrate circa una ventina di discariche abusive negli ultimi due anni, come quella di Fragnete e di Colle S. Maria, nelle quali sono stati sversati dai rifiuti urbani a quelli chimici, non procedendo poi ad alcuna successiva bonifica dei siti».

Le analisi della Dia si basano esattamente su quanto scriveva la Voce due anni fa, dopo aver seguito da vicino il percorso dei Caturano e aver controllato – mettendoci piede – le vecchie discariche abusive di Fragnete e Colle Santa Maria, più l’altra ventina di siti inquinati sparsi per la provincia di Isernia. E proprio su queste colonne si è cominciato a parlare in maniera sistematica di criminalità organizzata in Molise, dove operano i La Torre di Mondragone, i Casalesi, i Bellocco di Rosarno, i clan catanesi e alcuni esponenti legati alla Sacra Corona Unita.

Il Molise è diventato un eldorado per le mafie. Perché? Semplice. Controlli insufficienti – basti pensare che il Noe è composto da quattro unità, di cui solo tre operativi – tanto verde per discariche abusive o cementificazioni selvagge, centinaia di sportelli bancari, l’ignoranza dei signorotti locali.

E’ tutto questo, ciò che ha favorito gli investimenti della criminalità organizzata nel piccolo Molise.

E dopo due anni dalle nostre prime denunce non solo nessuno si è preso la briga di bonificare i siti inquinati – a Fragnete è stato addirittura aperto un parco naturale per le testuggini Hermann, che pascolano sopra i rifiuti – ma sono aumentati a dismisura i sintomi territoriali di una radicalizzazione mafiosa, che utilizza l’intero rosario di strumenti illeciti a disposizione, con una predilezione particolare per cemento, rifiuti e attività di copertura per riciclare denaro sporco.

Le operazioni sospette, segnalate all’Uif, l’Unità di Informazione Finanziaria della Banca d’Italia, vengono girate alla Dia, che le verifica e decide se trattenerle o meno per ulteriori indagini. Il problema è che nel 2010, in Italia, su 12.828 operazioni sospette, solo 222 posizioni sono state ritenute meritevoli di approfondimento investigativo. E in Molise, su 40 segnalazioni, nessuna è stata presa in considerazione. Più o meno come negli anni precedenti.

E questo è sicuramente un incoraggiamento per chi delinque o vuole farlo.

L’alta capacità di realizzare profitti da attività illegali, e quindi riciclare i proventi, era stata certificata anche dal Rapporto Res 2010, “Alleanze nell’ombra. Mafie e economie locali in Sicilia e nel Mezzogiorno”, che ha messo in evidenza un’alta compenetrazione, in Molise, tra colletti bianchi e criminalità organizzata.

 

IL SONNO DELL’OSSERVATORIO

Un ulteriore segnale incoraggiante per la criminalità organizzata arriva dall’analisi di un dato statistico di controllo e prevenzione, relativo all’accesso ai cantieri «nel contesto della attività istituzionale svolta nel settore degli appalti pubblici», tramite l’Ossevatorio Centrale degli Appalti Pubblici. In Molise, nel 2010, due soli accessi, per un totale di 17 persone controllate.

E nel resto d’Italia non va tanto meglio: basti pensare che nella vicina Campania il numero di accessi sale a tre, con un totale di 125 persone controllate. Come dire, via libera per tutti.

Ma il caso più eclatante rispetto alla penetrazione del fenomeno mafioso nella regione governata dal presidente Michele Iorio, Pdl, si è avuto qualche giorno fa, con il primo episodio di un giornalista seriamente minacciato per aver condotto inchieste sugli intrecci tra imprenditoria, politica e criminalità organizzata riguardo proprio a fatti di ecomafia e speculazione edilizia. Se negli anni passati chi aveva osato scoperchiare certi pentoloni era stato oggetto di semplici sms minatori e di qualche telefonata poco gradevole, ora con il giornalista Michele Mignogna – cronista di Primonumero che collabora con Giuseppe Caporale di Repubblica – si è andati ben oltre: gli è stata recapita una testa di capretto sgozzata, accompagnata da una lettera di minacce.

Che rifiuti e cemento siano il tasto dolente molisano viene confermato anche dalla Direzione Nazionale Antimafia, che nella relazione 2010 rivela come «esponenti “qualificati” dei clan si sono mostrati interessati al settore dello smaltimento illecito dei rifiuti, al riciclaggio di denaro in immobili e attività commerciali nelle località della costa e al controllo degli appalti pubblici». Sulla costa, e non solo, tanto è vero che la Dia «ha scoperto in un piccolo istituto di credito di Venafro la presenza di conti correnti milionari intestati ad anziani prestanome e riconducibili al clan dei Casalesi».

Ma non basta, perché a marzo 2011, sempre a Venafro, vengono fermati tre pregiudicati campani provenienti dal basso casertano, interni al clan ma non affiliati, che trasportavano rifiuti pericolosi senza nessuna autorizzazione. Durissima la risposta delle forze dell’ordine: foglio di via obbligatorio e, mi raccomando, non fatevi più vedere.

Riciclaggio, rifiuti e appalti, è questo il coltello affilato che piaga i molisani. Con il sonno profondo delle procure di Isernia e Campobasso, che il più delle volte stanno a guardare.

 

Tratto da La Voce delle Voci di Luglio/Agosto 2011

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