EOLICO SELVAGGIO/ Molise, le ditte che operano e il loro passato

L’affaire eolico selvaggio in Molise torna di stretta attualità, dopo che il Tar ha concesso il via libera all’installazione di un parco eolico (16 torri) nei pressi dell’area archeologica di Saepinum – Altilia e la Procura di Isernia ha aperto un fascicolo. Si rincorrono le indiscrezioni su presunte infiltrazioni mafiose nelle ditte che gestiscono gli impianti, nulla di concreto fin’ora, ma è un fatto che diverse green company operanti in Regione abbiano precedenti poco rassicuranti. Quali?

3780870284_30f502ba9eIl primo punto da sottolineare in questa strana vicenda è la valida iniziativa di tre consiglieri regionali – Petraroia, Romano e Chieffo – che hanno protocollato una proposta di legge, accogliendo le pressioni della rete delle 102 associazioni contro l’eolico selvaggio in Molise, tesa, come si legge nel pdl, a “offrire una doverosa misura di tutela e salvaguardia di rango legislativo del patrimonio ambientale, storico culturale ed archeologico del territorio della Regione Molise”.

La questione, però, è tornata in primissimo piano anche perché  la Procura di Isernia ha aperto un fascicolo proprio inerente la questione eolico.  Ancora non è dato sapere chi siano gli indagati, né quali reati potrebbero essere stati commessi. Fatto sta che ora sembra, appunto, che anche la magistratura sta tentando di vedere chiaro in una questione che, sotto diversi profili (ambientale, economico-affaristico e politico) è quanto mai ingarbugliata.

Ed il fatto che ci si stia muovendo, appunto, anche in ambito giudiziario non è affatto secondario. Se infatti andiamo a prendere i nomi delle ditte che già operano nell’eolico in Molise, o i nomi di quelle vincitrici di appalti per l’installazione di pale la questione si fa per lo meno preoccupante. Molte di queste ditte, infatti, contano un passato non proprio encomiabile.

Iniziamo, ad esempio, dalla San Marco Bioenergie Spa che opera  a Capracotta. La ditta al passato ha condanne molto pesanti. Nel 2006, infatti, vennero posti i sigilli alla centrale a biomasse di Argenta (cittadina in provincia di Ferrara dove per altro ha sede la ditta) di proprietà, appunto, della San Marco Bioenergie. A detta del Noe (Nucleo Operativo Ecologico) c’erano gravi irregolarità nella gestione dell’impianto. Dall’inchiesta, infatti, è venuto fuori che l’azienda bruciava di tutto e di più: non solo legno vergine (come era tenuta a fare), ma anche legni trattati e coperti di inquinanti. E questo comportava un rilascio abnorme di monossido di carbonio. E i dati? Non venivano registrati: secondo gli inquirenti, infatti, il database informatico veniva falsato in maniera tale che nulla risultasse. Il tutto, chiaramente, per risparmiare: in questo modo non c’era alcuna selezione (dispendiosa) della legna da bruciare.

Per questa vicenda vennero indagati  per i reati di falsità in registri e notificazioni e violazione delle prescrizioni per emissioni in atmosfera, tra gli altri, il legale rappresentante e presidente del Cda, Marcelo Emilio Figueira, gli ex dirigenti Martino Pasti e Lanfranco Graziani. Nel 2009 la sentenza:  una condanna in patteggiamento e quattro rinvii a giudizio. Nell’avviso di conclusioni indagini si legge che, come detto, invece di bruciare solo legno vergine, veniva bruciata una quantità pari a 720 tonnellate l’anno di “materiale nerastro” di origine organica, contaminato da metalli pesanti quali cromo, rame, piombo, titanio e vanadio; ma anche pezzi di plastica, pezzi di ferro, sabbia, terra, legno trattato, e tutto materiale indicato come “non idoneo”.

Ancora. Abbiamo la Tisol e l’Erg Cesa. Ne parliamo assieme perché entrambe al centro dello “scandalo eolico” di circa un anno fa che colpì la Calabria. Qui, in pratica, l’imprenditore Mauro Nucara, proprietario di un’altra azienda energetica, la Cesp, pagava tangenti per avere una corsia preferenziale per costruire parchi eolici con la sua ditta per via di una convenzione firmata con la Regione nel 2006. Tali autorizzazioni, però, venivano subito cedute (dietro cospicuo pagamento) da Nucara. E indovinate a chi (stando sempre a quanto emerge dalle indagini)? Al romano Giampiero Rossetti, dirigente romano dell’azienda italo-spagnola Erg-Cesa, e a Roberto Baldetti, amministratore unico della Tisol, che, scrive la polizia, “fungeva da tramite con la multinazionale Erg s.p.a. di Roma alla quale Nucaro doveva vendere le autorizzazioni uniche alla realizzazione dei parchi in questione”.

Tra le altre ditte troviamo, ancora, Alerion. La troviamo sia da sola, sia in partecipazione con altre ditte: la New Green Molise Srl, ad esempio, è una società partecipata al 50% da Alerion e al 50% dalla New Green Energy Srl. Presidente della Alerion è il conte Gastone Colleoni, al centro nel 2006 di una maxi-inchiesta su paradisi fiscali e società off shore. Vicepresidente è invece Giuseppe Garofano, detto “Il Cardinale”, in passato arrestato per la maxi tangente Enimont e tornato in affari dal 2000. E proprio quando i due si sono ritrovati la Alerion stessa è stata quotata in borsa (2003).

E poi la Fonteolica, una delle ditte le cui carte sono state oggetto dei controlli della magistratura nell’inchiesta sull’eolico in Sardegna. Tra le carte sequestrate dai carabinieri in casa di Pinello Cossu, ex consigliere provinciale e legatissimo al faccendiere Flavio Carboni, c’era, infatti, anche il progetto di un parco eolico presentato proprio da Fonteolica in accordo con un’altra azienda, la veneziana Quantas. Resta ora da capire come mai queste carte siano finite tra quelle sequestrate a Cossu. Ma non è finita qui, perché la cricca aveva provveduto, secondo gli inquirenti, a costruire un sistema che assicurasse vantaggi ad alcune società, tra cui appunto la Fonteolica. Il meccanismo era il seguente: venivano create società che, come disse Carboni intercettato al telefono, “non hanno storia” e sono state “costituite ad hoc”, in quanto dovevano soltanto agire in partnership con altre società che già lavoravano in Sardegna, società che alla fine risultavano le vere “beneficiarie” di tutto il “sistema”. Tra queste, come detto, la Fonteolica che si legò, secondo i magistrati, alla “Karios 32”, una delle holding costituite dal gruppo Carboni e affidata ad un prestanome.

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