ECOMAFIA/ Molise, tutti i retroscena sul traffico di rifiuti tossici

di Andrea Succi

Da quando Rosaria Capacchione si è messa a contare di ecomafia in Molise, la stampa molisana tutta sembra essersi accorta che il Molise è diventato lo sversatoio d’Italia. Il punto è che i clan campani operano in Molise dai rampanti anni ’80, come dimostrano le foto – che risalgono alla prima metà degli anni ’80 e che pubblichiamo – di una manifestazione contro lo smaltimento illecito di rifiuti nella Provincia di Isernia.

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I giornali parlano persino di “presunte infiltrazioni camorristiche”, come se fossero presunte e non già radicate sul territorio da anni. Ma evidentemente per parlare di certe cose si aspetta sempre il riferimento nazionale per poi andargli dietro e sfruttare la scia, vendere qualche copia in più finchè si può  tornare alle sagre e all’articolo 15. Nulla di nuovo sotto il nanopolveroso cielo molisano. L’aspetto triste è che qualcuno, anche piuttosto importante e autorevole, voglia spacciare determinati eventi come freschi, come se fossero accaduti a partire dall’altro ieri e non invece da anni.

Quando si parla del vecchio trucco del camion che piscia acqua, bisognerebbe sapere che già nel Rapporto Ecomafia del 2001 la Procura di Melfi – riguardo allo smaltimento illecito di rifiuti – scriveva che: “È emerso il coinvolgimento di varie società del Molise operanti nello smaltimento di rifiuti. Ingenti quantitativi non sarebbero mai giunti ai centri autorizzati ma sarebbero stati dispersi lungo il tragitto.

Chiaro a tutti, no?

Ma facciamo un passo indietro e proviamo a darci una rinfrescatina alla memoria, per capire come, quando e perché il fenomeno mafioso, da locale qual’era – confinato in Sicilia, Campania e Calabria – si è trasformato in piaga nazionale, valicando anche i confini molisani.

Negli anni 60/70, in piena epoca peace&love, il sentire comune chiedeva un’alternativa alla pena detentiva, un qualcosa che favorisse il reintegro sociale del condannato senza troppe forzature. La soluzione individuata fu quella di mandare al confino o in soggiorno obbligato i criminali ritenuti meno pericolosi, spedendoli a vivere in luoghi “fuori dalla grazia di dio”, in cui le vie di comunicazione erano inesistenti (o quasi) e arrivarci sarebbe risultato difficile se non impossibile.

Il Molise, così come altre regioni d’Italia, era pieno di posticini isolati e accoglienti, il massimo per redimere socialmente e spiritualmente i peccatori. Uno di questi santuari era Palata, comune dell’area basso molisana, che fu catalogato talmente “fuori dalla grazia di dio” che si ritrovò, come ospite d’eccezione, Luigi Giuliano, dell’omonimo clan poi caduto in declino. Per intenderci, si tratta dello stesso clan che aveva rapporti con Maradona, quando Diego fu fotografato nella vasca con il boss.

Chiaramente, di casi come quello di Luigi Giuliano ne esistono a centinaia.

Fin quando le infrastrutture hanno impedito, o comunque rallentato, lo scambio di rapporti con la casa madre, i territori fuori dalla grazia di dio sono rimasti anche fuori dai radar della criminalità organizzata; quando il boom dello sviluppo cementizio ha portato con sé anche un notevole miglioramento delle vie di comunicazione, in tantissimi casi quei criminali al confino si sono trasformati in cani da tartufo, pronti a segnalare eventuali luoghi nascosti e sicuri dove compiere traffici illeciti. Come lo smaltimento di rifiuti tossici.

Quale posto migliore del Molise – pieno di verde dove inquinare, con una densità abitativa bassissima e con una popolazione dove “chi si fa i fatti suoi campa cent’anni – per i novelli manager della Rifiuti S.p.A. ?

Solo i creduloni, o quelli che parlano per sentito dire, o che scrivono dopo aver copiato da altri, possono pensare che il Molise sia diventato l’Eldorado di Gomorra dopo la penultima emergenza rifiuti in Campania. Solo chi non conosce il territorio e fino ad oggi ha dormito tra due guanciali non sa come sono andate veramente le cose.

Negli anni ’80 l’ecomafia era già un business avviato, non ai livelli odierni, ma comunque rappresentava un ramo d’azienda con grandissime prospettive di sviluppo: i consumi in aumento e le floride industrie del Nord-Est richiedevano discariche sempre più capienti e costi sempre più insostenibili. Ed ecco che la longa manus della malavita si offrì come intermediario “all inclusive” per ridurre i costi e non lasciare tracce.

Persino i rifiuti radioattivi, in un epoca dove le centrali nucleari contavano ancora qualcosa, venivano affidati alle mafie – in particolare la camorra – per essere smaltiti. Illecitamente, sia chiaro.

E il Molise, vista anche la vicinanza geografica con la Campania, venne individuato come luogo idoneo per questi traffici. Nella lunga inchiesta pubblicata sia su La Voce delle Voci che su Infiltrato.it – da cui la Capacchione ha preso diversi spunti – si riportava un illuminante caso, accaduto proprio nella metà degli anni ’80.

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La contrada di Fragnete, campagna alle porte di Isernia, è stata per lungo tempo meta di pellegrinaggio da parte di criminali interessati a inondarla di munnezza, fusti contenenti rifiuti tossici e sostanze radioattive, sversate nella zona chiamata Frusc’, un bellissimo tratto di bosco dove querce e tartufi abbondavano.

Il meccanismo era semplice e tutto avveniva nelle ore notturne: gli scavatori preparavano le buche e i camion dei Casalesi – da sempre primedonne di questo business illegale – le riempivano. Con i fusti di rifiuti tossici.

Questo giochino è andato avanti per qualche anno, fino a quando le proteste dei contadini, che tutto vedevano e sentivano, non si sono fatte insopportabili, costringendo l’amministrazione locale ad agire. Per mettere tutto a tacere, quel lembo di terra irrimediabilmente inquinato è stato “coperto” da una postazione della Protezione Civile, aperta solo d’estate e utilizzata più che altro per grassi barbecue e interminabili partite di passatella. Nessuno si è preso la briga di bonificare e aprire un’inchiesta, nonostante i contadini della zona avessero ripetutamente segnalato alle autorità lo strano viavai notturno. Fatto ancora più curioso, la sede della PC – che serve solo a coprire la vecchia discarica abusiva – è indicata come sito di raccoglimento in caso di calamità naturali: se mai la terra dovesse tremare, i cittadini di Isernia potrebbero tranquillamente dormire su un cuscino di immondizia.

La storia insegna che quando si chiude una porta si apre un portone, e infatti le reazioni dei contadini ebbero come unico effetto quello di creare nuove opportunità di smaltimento illegale. Le istituzioni isernine aprirono una discarica comunale sul Colle Santa Maria, sempre a Fragnete: di giorno arrivavano i rifiuti urbani prodotti dai cittadini di Isernia, di notte i carichi dei Casalesi, che di sicuro non trasportavano caramelle e biscotti. Al calar del sole il traffico sul colle si intensificava come quello capitolino nelle ore di punta, qualcuno racconta persino di scorie radioattive rovesciate in un dirupo utilizzato come enorme cassonetto.

Nelle ore diurne capitava spesso che i rifiuti venissero gettati su copertoni di gomma ardenti e, se c’era vento, il fumo nero e irrespirabile si propagava nelle zone circostanti, da Fornelli a Castelromano, da Ravasecca a Breccelle. Fragnete, terra di contadini, viveva in anteprima quello che sarebbe poi successo nella Terra dei Fuochi.

Ci sono voluti diversi anni, e numerose manifestazioni, perché il Comune, più o meno 20 anni fa, si decidesse a mettere un fermo. Senza bonificare.

Domani, in esclusiva, mostreremo le foto della discarica di Montagano, dove un nostro infiltrato si è infiltrato.

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