ARENA/ Da Agripol a Gam. Storie di polli, faccendieri, clientele e politicanti

Una vicenda lunga e controversa che dura da quasi quaranta anni, fatta di intrecci fitti e non sempre chiari tra politica, imprenditoria, assunzioni clientelari, faccendieri, soldi pubblici, fondi per il Mezzogiorno, quella che vede come protagonisti lo storico marchio veronese Arena e la Sam/Solagrital/Gam, società della filiera avicola molisana a partecipazione pubblica che per decenni hanno controllato e determinato non solo i destini dell’azienda bojanese, ma anche (e soprattutto) le sorti di decine di elezioni politiche e amministrative sull’intero Molise centrale.

Tratto da SEL Matese

stabilimento-arena-imago-258Una joint venture pubblico/privato segnata da molti insuccessi gestionali, da crisi profonde, da vagonate di denaro pubblico irresponsabilmente sperperate e da resurrezioni apparentemente miracolose. Un caso forse non unico in Molise quello dell’Arena/Solagrital,  ma sicuramente emblematico di come non si  amministra un’industria e di quali siano le ricadute negative e i guasti socio-economici e politici derivanti dalla gestione clientelare di un’impresa di simili dimensioni.

Sogno americano per i lavoratori dell’area matesina negli anni Settanta e Ottanta, miniera inesauribile del favore e delle assunzioni pilotate per amministratori e faccendieri,  che fin dall’inizio hanno imbrigliato nelle pastoie della politica una delle più importanti attività produttive del Molise, trasformandola  da potenziale volano dello sviluppo in palude limacciosa o, se preferite, pozzo senza fondo per le casse pubbliche, fonte inestinguibile del voto di scambio.

Impiantata agli inizi degli anni ’70, l’Agripol (così era denominata negli atti parlamentari, in una discussione alla Camera dei deputati nel marzo del 1971) inizia il suo cammino con il ben preciso compito di favorire sviluppo e crescita nell’arretrato Molise centrale, grazie al know how portato in dote dal gruppo veronese Arena e ad un complesso quadro di interventi strutturali del governo per il Mezzogiorno, a sostegno delle aree depresse del Sud. La gestione quanto meno discutibile delle ingenti risorse economiche e umane a disposizione dello stabilimento di Bojano – amministrate quasi sempre a scopo clientelare dalla politica locale, ad ogni livello – delimita ben presto gli argini entro i quali  l’impresa è destinata a confluire.

L’ Agripol, che ben presto muterà il suo nome in Sam, sarà trasformata in una società per azioni controllata dalla Regione Molise e, come da accordi, produrrà in  esclusiva per il gruppo Arena, garantendo occupazione a oltre 1500 persone tra operai, amministrativi e indotto. Agli inizi degli anni ’90, l’evidente sovradimensionamento del personale impiegato e le difficoltà di un mercato sempre più competitivo e saturo, trascinano la Società agricola molisana spa, e l’economia di un’intera area, nel baratro di una crisi profonda. Ne consegue un lungo e travagliato periodo di amministrazione straordinaria, seguito da un riassetto ‘lacrime e sangue’ operato a colpi di  tagli al personale, prepensionmamenti e scivoli all’uscita.

A metà degli  anni Novanta lo stabilimento di Bojano e la sua filiera produttiva sembrano risorgere dalle ceneri. Sulla scena esordisce il connubio politico-imprenditoriale Arena/Solagrital salutato da molti come l’inizio di una nuova era. Il marchio veronese finisce nelle mani dell’imprenditore molisano Dante Di Dario che si occuperà, attraverso le sue holding, dell’aspetto commerciale. Sull’altro fronte la Solagrital, società cooperativa a responsabilità limitata – saldamente controllata dalla Regione Molise – gestirà la parte relativa alle assunzioni, al personale e agli impianti tramite un consiglio di amministrazione di “fiducia”, nominato direttamente dalla parte che in quegli anni detiene un potere politico conquistato anche grazie alle assunzioni e ai posti di lavoro creati ad arte all’interno dell’azienda.

Nel connubio Arena-Solagrital, a soffrire non è mai lo storico marchio veronese, ma sempre il partner pubblico. Così, mentre Arena macina successi e utili, fino a volare in Piazza Affari, la Solagrital continuerà ad arrancare, con la Regione sempre pronta a offrire stampelle finanziarie alla cooperativa e ai suoi lavoratori, tornati nel frattempo a quota 1500 tra effettivi, avventizi e indotto.

La storia più recente – quella dell’ultima crisi, delle inaspettate dimissioni di Di Dario da presidente del Cda e della cessione della sua quota Arena, dei 200 e più cassintegrati, delle centinaia di avventizi e dei lavoratori a tempo determinato che vanno man mano a rimpiazzare gli operai in pianta stabile – racconta soprattutto del nuovo tentativo di rilancio esperito dalla Regione Molise. Un percorso iniziato nel 2009 con la riunificazione delle varie parti dell’azienda, frazionata tra molti protagonisti, e conclusosi la scorsa primavera con la delibera 210 del 25 marzo 2010. In buona sostanza,  attraverso questo atto la giunta Iorio dà corso a quanto deciso un anno prima.

Aprile 2009, il Consiglio regionale approva – con l’unico voto contrario di Michele Petraroia del Pd – un percorso di rilancio della filiera avicola che passa per la necessaria riunificazione della stessa, fino ad ora parcellizzata in diversi e molti protagonisti, e per l’acquisizione, in parole povere, del complesso industriale di Bojano, l’azienda in cui Solagrital produce per Arena in via esclusiva. Dato, anche questo, che la Regione intende cambiare e lo fa con il provvedimento del marzo scorso.

Si tratta di una complessa operazione finanziaria che secondo l’assessore regionale alla Programmazione Gianfranco Vitagliano e il governatore Michele Iorio porta a casa più di un risultato.

Innanzitutto il passaggio dello stabilimento di Bojano nella disponibilità della Gam srl, società inattiva interamente partecipata dalla Regione Molise, che ha come mission il coordinamento dell’intera filiera avicola molisana. In secondo luogo la fine dell’esclusiva a favore di Arena, tramite la Codisal, della commercializzazione dei prodotti realizzati da Solagrital (polli e derivati). Infine, lo ribadiscono più volte in aula a Palazzo Moffa, il fatto che le casse regionali in questo caso non sborsano concretamente neanche un euro per l’operazione, tranne le cospicue spese di rogito notarile e le relative tasse allo Stato: qualcosina come 700mila euro. Bruscolini, secondo loro. Stipendi, secondo gli operai che aspettano il pagamento degli arretrati.

In pratica la trafila è la seguente: Logint srl, che deteneva lo stabilimento, e Regione si accordano sul valore dell’immobile fissandolo a 37 milioni di euro. La Regione lo rileva attraverso la Gam e lo fa in due passaggi: contratto immediato di usufrutto, gravato da un’ipoteca di 17 milioni, per 7 anni e sei mesi al costo di 15 milioni di euro; contratto preliminare che impegna Gam e Logint a perfezionare in seguito un definitivo di compravendita per il restante importo di 22 milioni di euro (14 milioni saranno il risultato dell’accollo del mutuo di 17 milioni scontato di 3 milioni, il resto per cassa).

I primi 15 milioni di euro – decide la giunta Iorio il 25 marzo – saranno corrisposti alla Logint attraverso la cessione di azioni Arena rivenienti dall’equity line. Se ciò non fosse possibile per cause non imputabili a Gam e a Solagrital, i 15 milioni saranno versati a Logint per compensazione, vale a dire facendo valere la cessione di credito che la stessa Solagrital ha operato nei confronti della Gam: Solagrital deve avere 23 milioni di euro dalla Codisal, collegata a Logint; quel debito, compensato, copre l’usufrutto per sette anni e mezzo. Il 29 marzo Arena comunica di aver concluso un contratto di equità line con Solagrital, in base al quale la cooperativa si è impegnata ad aumentare il proprio capitale nella holding per 45 milioni in 3 anni, 15 per anno: i 15 appunto che la costruzione finanziaria dell’assessorato alla Programmazione indica come mezzo di pagamento dell’usufrutto delle mura dell’azienda di Bojano.

Complicati i passaggi, delicata la fase. “Parliamo di una società quotata in Borsa”, sottolinea Vitagliano in Consiglio. Il buon esito delle operazioni, legate anche all’offerta sul mercato di quote di Arena, dipende dalla fiducia che il mercato stesso riesce ad avere nel percorso che la Regione ha immaginato.

Il provvedimento arriva nell’assise di via IV Novembre per l’autorizzazione di un passaggio innovativo. Lo dice Iorio nella relazione introduttiva, lo specifica Vitagliano nella replica. “L’istituto di investimenti Jp Morgan ha una partecipazione significativa in Arena – ricorda il governatore – ma ha manifestato l’intenzione di non restare nella compagine”. Le quote sono finite nel loro fondo “di non utility”, spiega tecnicamente Vitagliano. “Vogliamo dare mandato alla Gam srl di verificare se sia conveniente per il socio pubblico rilevare quelle quote”, e parla come se il consiglio d’amministrazione Gam fosse composto da esperti di alta finanza, fingendo di non sapere che invece si tratta di nomine politiche, di incompetenti che costano 20mila euro l’anno di indennità e che spesso e volentieri non hanno la più pallida idea di cosa stanno lì a fare.

La Regione attraverso la Gam avrebbe così la maggioranza di Arena e il marchio. Jp Morgan ha una partecipazione del valore di 20 milioni di euro. La delibera parla poi chiaramente di una exit strategy da concretizzare in 24 mesi. Certo la Regione non può sostituirsi all’impresa privata. Ma la risolleva, toglie i debiti, rilancia il prodotto facciamo conto permettendo anche ad Aia, ad Amadori e ad altri di commercializzarlo, aumenta la produzione, salva i posti di lavoro e gli stipendi. Tutto in teoria, ovviamente. La realtà, sappiamo, è ben diversa.

E poi? Poi c’è l’exit strategy. Nessuno in aula ha chiesto a Vitagliano e Iorio se hanno già un quadro della strategia di uscita, eppure è fondamentale. È ovvio che una exit strategy non ce l’hanno e che il rischio che stanno prendendo, o meglio, che stanno facendo correre ai lavoratori e all’intera comunità matesina, è molto elevato.

La minoranza contesta il metodo usato (molto blandamente in realtà, senza fare vera opposizione, solo “minacciando” di ricorrere alla giustizia): un atto portato in Consiglio in tutta fretta, senza passare per le Commissioni, passaggi poco comprensibili. La maggioranza decide comunque di discuterlo e approvarlo, l’opposizione esce dall’aula e convoca una conferenza stampa immediata, minacciando di portare gli atti in Procura, sottolineando come  qualcosa sia andato storto perfino rispetto alle previsioni del governo regionale, e chiedendo di discuterne in maniera più approfondita prima di procedere.

Con l’opposizione, al momento del voto “prudentemente” si assentano anche i consiglieri di maggioranza Pietracupa e Tamburro dell’Adc che avevano espresso riserve durante i loro interventi, a conferma dell’alta rischiosità finanziaria dell’operazione, oltre che della sua discutibilità a livello politico.

Il resto della storia, quella più recente, è la storia della confusione che regna all’interno dell’azienda, delle casse integrazioni a rotazione, dei 400 avventizi, dello stabilimento che cade a pezzi e delle spallucce dei politici regionali, che non sono in grado di dare risposte agli operai e che, secondo me, stanno perdendo il controllo di una situazione troppo grande per le loro piccole menti. Per stendere per bene un documento su quest’ultima parte, avrei bisogno di fissare un po’ di dati e di procedure in atto. In pratica, ho bisogno di carte, di incontrare di nuovo parti sociali e lavoratori e, possibilmente, prendere due appunti. Ma questa è un’altra storia…

Tratto da SEL Matese

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