Mobbing, ogni anno 1 milione e mezzo di lavoratori denuncia: ma lo Stato non ha legge in materia

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Sono 1 milione e mezzo i lavoratori italiani che ogni anno denunciano violenze, fisiche e psicologiche, sul posto di lavoro. L’assenza di una norma in materia però, rende molto difficile e costoso vincere una causa per mobbing. A tutto vantaggio dei datori di lavoro che vogliono abbassare i costi del personale, come denuncia Martina Seleni su Fainotizia.

 

Il mobbing si può definire come un comportamento sistematico persecutorio che un datore di lavoro attua nei confronti di un dipendente scomodo per indurlo alle dimissioni. In Italia non esiste una legge in materia, quindi chi vuole intraprendere una causa per mobbing deve far ricorso all’orientamento giurisprudenziale.

Quest’ultimo prevede che, per avere qualche speranza di vittoria, si dimostrino quattro elementi:

Il fatto di aver subito violenze;

Il danno alla sfera patrimoniale o all’integrità psicofisica del lavoratore;

Il nesso di causalità tra le violenze subite e il danno conseguenza;

L’intento persecutorio del datore di lavoro (quest’ultimo elemento viene definito “probatio diabolica”, ossia una prova difficilissima da dare).

In assenza anche di uno di questi elementi, si rischia di perdere la causa.

Per vincere una causa per mobbing, insomma, non basta dimostrare le violenze subite presentandoprove documentali o attraverso la testimonianza di colleghi o ex colleghi. Bisogna anche dimostrare che, in conseguenza alle violenze subite, si sono verificati danni alla propria sfera patrimoniale oppure alla propria integrità psico-fisica. E per fornire la dimostrazione di essersi ammalati, non bastano i certificati dei medici pubblici, ma bisogna produrre anche perizie medico psichiatriche private, che spesso hanno costi esorbitanti.

Molti lavoratori, quindi, spesso si arrendono e rassegnano le dimissioni rinunciando ai propri diritti, oppure si accontentano di dimissioni per giusta causa, ottenendo l’indennità sostitutiva del preavviso ed optando così per una soluzione che non rende piena giustizia.

Un tempo, era molto più semplice intraprendere una causa per mobbing, in quanto bastava dimostrare il danno “in re ipsa”, cioè il fatto di essere stati maltrattati. Poi, dalla sentenza a sezioni unite della Corte di Cassazione n. 6572 del 2006, si è passati alla necessità di dimostrare le conseguenze dannose dei maltrattamenti subiti. Nonostante le dimensioni del fenomeno (secondo i dati ISPESL, nel 2012 sono 1 milione e mezzo i lavoratori che hanno denunciato violenze sul posto di lavoro), continua ad esserci un vuoto nell’ordinamento giuridico, pur essendo state negli anni presentate molte proposte di legge sul mobbing.

Perché? Oggigiorno il mobbing è una prassi che viene utilizzata molto spesso dalle aziende per abbassare i costi del personale, inducendo i dipendenti alle dimissioni. Il fatto di non aver fino ad oggi approvato una legge nazionale sul mobbing, quindi, può far pensare ad una sorta di connivenza tra la politica ed il potere economico, al fine di evitare che una legislazione di questo tipo metta ulteriori lacci alla gestione delle risorse da parte delle imprese.

Un’ottima proposta per arginare questa piaga sociale, invece, sarebbe l’introduzione di un articolo nel codice penale che disciplinasse il mobbing similarmente al 612 bis che riguarda lo stalking. Solo la consapevolezza che il legislatore può sanzionare anche tramite la carcerazione colui che danneggia la salute e la serenità di un soggetto attraverso pratiche vessatorie, infatti, può scoraggiare dall’intraprenderle.

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