Lobby gay in Vaticano: tra politica del ricatto e colpi bassi a Bergoglio. Che non trema.

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È Gianluca De Feo sull’Espresso a fare il punto della situazione in Vaticano, dove la lobby gay denunciata pubblicamente da Francesco è potente, radicata e basa il suo potere sulla politica del ricatto. E sui colpi bassi, come quello rifilato al Papa quando si è deciso di nascondergli notizie importanti sul passato di monsignor Battista Ricca, scelto da Bergoglio per ricoprire un ruolo chiave nello Ior. La guerra interna al Vaticano è appena iniziata e non farà sconti a nessuno. Ecco cosa sta succedendo.

 

All’inizio sembravano solo colpi bassi in una partita sotterranea, veleni che tracimavano dalle brecce delle mura leonine. Poi i sospetti si sono consolidati nelle scarne indiscrezioni trapelate dal segreto dell’inchiesta choc disposta da Benedetto XVI. Adesso le notizie taciute a papa Francesco sul passato di monsignor Battista Ricca sembrano chiudere il cerchio, in un disegno che ha qualcosa di diabolico: la lobby gay in Vaticano esiste, forte, radicata intorno alla gestione degli affari e dei ricatti.

Il sacrilegio di due comandamenti – non rubare e non commettere atti impuri – è proseguito all’ombra di San Pietro, intrecciando passioni mondane e interessi economici in una ragnatela perversa che appare così solida da arrivare fino al vertice dello Ior e sfidare l’autorità del papa con un peccato di omissione senza precedenti.

Il nuovo pontefice conosce la “Relationem”, il rapporto conclusivo sulla Curia stilato dai tre cardinali investigatori nominati dal suo predecessore. Un’inchiesta meticolosa durata otto mesi, condotta da figure di spessore come Juliàn Herranz, Salvatore De Giorgi e Jozef Tomko, l’austera guida dell’intelligence vaticana nella fase finale della Guerra Fredda.

Nella radiografia delle faide che stavano dilaniando la credibilità della Santa Sede, tra i documenti diffusi dal Corvo, i tradimenti persino del maggiordomo personale del papa, la sfida sulla riservatezza dei forzieri più oscuri dell’Istituto opere religiose, i tre inquisitori avevano individuato i due mali che lacerano il Vaticano: sesso e cupidigia. Ma in un lavoro così accurato non c’era nulla che potesse gettare cattiva luce su monsignor Ricca, allora responsabile della struttura che ospita gli alti prelati e dove lo stesso Francesco ha scelto di abitare.

Eppure la “Relationem” contiene una denuncia possente di quanto siano profonde le crepe nella Santa Sede. Il dossier consegnato in copia unica a Joseph Ratzinger e da lui trasmesso al successore, stando alle rivelazioni di “Repubblica”, partiva da vecchi episodi.

Alcuni documentati dalla magistratura, come la rete di prostituzione maschile tra seminaristi e coristi a cui si rivolgeva Angelo Balducci, l’arbitro di tutti gli appalti italiani e gentiluomo di Sua Santità, intercettato mentre interrompeva summit a Palazzo Chigi per informarsi delle prestazioni dei ragazzi. Altri rimasti in sospeso tra gossip e notizia, come il centro per massaggi Priscilla legato a Marco Simeon, il protetto del cardinale Tarcisio Bertone arrivato ai piani alti della Rai. Poco alla volta, l’inchiesta ha ricostruito una mappa di alberghetti, saune e club per incontri gay frequentati da personalità con posizioni chiave nell’amministrazione vaticana.

Da questa suburra di relazioni inconfessabili, però, nasceva un groviglio di ricatti capace di tenere in scacco tutta la gerarchia. Nell’accusativo latino i ricatti venivano definiti “impropriam influentiam”, termine antico che ricorda il modernissimo reato di “traffico di influenze”: il crimine delle lobby che illecitamente si impossessano delle istituzioni. Oltretevere, la minaccia dello scandalo sarebbe giunta a condizionare ogni equilibrio, inclusi quelli che dominano l’apparato finanziario pontificio.

Il grande snodo è lo Ior, l’Istituto Opere di Religione, una banca offshore sempre sopravvissuta ai tentativi di pulizia: una costante delle trame del dopoguerra, passando da Michele Sindona, Roberto Calvi e l’Enimont. Fino alle ultime storiacce di soldi riciclati per mafiosi, truffatori, tangentisti, bancarottieri ed evasori: un bancomat a disposizione di chi sapesse conquistare la fiducia di un prelato.

L’impressione diffusa è che i magistrati abbiano scoperto solo minima parte di una struttura nerissima, che nasconde capitali enormi di provenienza a dir poco dubbia, mentre le indagini delle procure già si stanno allargando all’Apsa, lo sconfinato patrimonio apostolico con investimenti in immobili di lusso e paradisi fiscali.

La lotta intestina per il controllo dell’Istituto si è combattuta in parallelo ai tentativi di renderlo più trasparente, nel rispetto delle leggi internazionali. Non a caso, è stato su questo fronte che si è registrata la prima irruzione del Corvo, diffondendo nel gennaio 2012 una lettera di monsignor Attilio Nicora. Nel testo si citavano le “difese oltranzistiche delle prerogative dello Ior” e il pericolo di “un colpo alla reputazione della Santa Sede”. In pochi mesi c’è stata una corsa frenetica alle poltrone che custodiscono il forziere, con più cordate all’opera.

La commissione dei tre cardinali ha cercato di ritrarre i volti degli schieramenti in campo. Ha tentato di suddividerli per ordini – gesuiti, salesiani – e per origine geografica – liguri, milanesi – fino a rendersi conto che tutto ormai era trasfigurato in un conglomerato trasversale dai confini opachi. Al centro, il ruolo di Bertone, il segretario di Stato che ha fatto di Genova il punto di riferimento per le decisioni più rilevanti.

Impossibile stabilire quanto la “Relationem” abbia pesato sulle dimissioni di Benedetto XVI. Ratzinger è stato periodicamente informato degli sviluppi dell’istruttoria, poi il 17 dicembre ha avuto l’agnizione completa di quanto fosse ramificato il male in quella istituzione dove aveva vissuto per oltre un quarto di secolo.

La decisione di incontrare Tomko, Herranz e De Giorgi nell’ultimo giorno del pontificato ha avuto un valore altamente simbolico. Poi è arrivato il conclave che ha scelto Jose Maria Bergoglio, che – come ha detto affacciandosi per la prima volta in San Pietro – «i fratelli cardinali sono andati a prendere quasi alla fine del mondo».

Il 23 aprile nella cappella paolina si è rivolto direttamente ai cardinali: «Se noi vogliamo andare sulla strada della mondanità, negoziando con il mondo mai avremo la consolazione del Signore. La Chiesa va sempre tra la Croce e la Risurrezione, tra le persecuzioni e le consolazioni del Signore. E questo è il cammino: chi va per questa strada non si sbaglia». Poi ha ribadito di volere «una Chiesa povera e per i poveri». Sradicare mondanità e ricchezza sarà la sua missione. A partire dallo Ior.

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