Licio Gelli morto, chi ha ereditato i segreti del Venerabile?

Licio Gelli morto (Photo di Cristiano Pelagracci)

Licio Gelli morto (Photo di Cristiano Pelagracci)

Licio Gelli morto. Il Grande Vecchio della P2, 96 anni, si è spento ieri sera, poco prima delle 23, nella tenuta di Villa Wanda, ad Arezzo. Chi avrà ereditato tutti i suoi segreti? E come verranno utilizzati i “dossier” di Gelli?

Licio Gelli morto. Se qualcuno pensava che lui e Andreotti fossero immortali, beh, nel giro di un paio d’anni sono scomparsi entrambi. Non hanno resistito al richiamo l’uno dell’altro, come in vita così in morte.

Il Venerabile (Stronzo) stava male da tempo tanto che la moglie Gabriela Vasile aveva deciso di ricoverarlo nella clinica pisana di San Rossore, da cui lo avevano dimesso lo scorso fine settimana perché giudicato ormai in fin di vita. 

La famiglia ha quindi deciso di farlo morire nella sua Villa Wanda, crocevia dei traffici di cui si è macchiato Licio Gelli in tutta la sua vita. C’è una strana coincidenza che chi è stato a Villa Wanda non può non riconoscere: l’odore di quella Villa è simile a quello di un qualunque cimitero del mondo. Chissà perché. E non sono mai stato così serio.

Morto un Licio se ne fa un altro, sia chiaro, nessuno osi pensare che l’Italietta di Renzi&Boschi possa vivere senza l’ombra dei “ricatti” di cui Licio Gelli era Maestro. Ma resta la felicità, perché ci siamo finalmente tolti dalle scatole uno stramaledetto massone, che negli anni è stato protagonista delle peggiori porcate della storia repubblicana moderna.

Rainews, incredibilmente, e sfidando l’ira degli altri fratelli, ne ha pubblicato un dettagliato elenco:

STRAGE DI BOLOGNA

(2 agosto 1980 – 85 morti e 200 feriti): assolto definitivamente dall’accusa di associazione eversiva Licio Gelli nel 1994 è stato condannato per calunnia (10 anni) al processo d’appello-bis. Nell’ambito del processo l’ ex ”venerabile” fu protagonista anche della misteriosa rinuncia all’incarico da parte di uno dei legali di parte civile Roberto Montorzi che abbandonò il collegio dopo due incontri con Gelli a villa Wanda.

BANCO AMBROSIANO

Al processo di primo grado a Milano, Licio Gelli è stato condannato a 18 anni di reclusione per il ruolo avuto nella bancarotta dall’istituto di Calvi (che aveva la tessera n.519 della P2). Il suo nome è da sempre anche al centro delle indagini sulla morte del ”banchiere di Dio”. Nel processo di secondo grado la pena venne ridotta a 12 anni. Il 6 maggio 1998 Gelli, che doveva scontare la condanna divenuta definitiva, fugge da villa Wanda e si rende irreperibile. Il 10 settembre viene fermato e arrestato a Cannes. Licio Gelli entrò anche nell’inchiesta sull’omicidio del banchiere, ma il procedimento venne archiviato il 30 maggio 2009.   

CONTO ”PROTEZIONE’

Il 29 luglio 1994 Gelli è stato condannato a Milano a sei anni e mezzo, in primo grado, per la vicenda del conto 633369 di Silvano Larini all’Ubs di Lugano, del quale fu trovata traccia nel 1981 a Castiglion Fibocchi con riferimenti a soldi destinati al Psi di Craxi e Martelli. La pena fu ridotta a 5 anni e 9 mesi in appello. La Cassazione decise l’annullamento della condanna per Gelli per improcedibilità dell’azione penale, essendo stata la sua posizione definita nel processo per il crac del Banco Ambrosiano.   

ATTENTATI AI TRENI IN TOSCANA

Accusato di aver finanziato le organizzazioni eversive ”nere” per gli attentati degli anni Settanta, Licio Gelli è stato prima condannato a 8 anni e poi dichiarato non processabile.   

MAFIA-POLITICA-AFFARI

Licio Gelli era uno dei 126 imputati al processo a Palmi sui presunti collegamenti tra mondo politico ed imprenditoriale e organizzazioni mafiose. Secondo l’accusa, si sarebbe adoperato per  ”aggiustare” un processo in Cassazione a  due presunti mafiosi di Taranto. Venne assolto il 3 marzo 1995 dall’ accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Nel 1998 è  chiamato in causa dal procuratore capo di Palermo Giancarlo Caselli nell’inchiesta ‘Sistemi criminali’ poi archiviata nel 2000.   

INCHIESTA OPERAZIONI FINANZIARIE

Tra il 1993 ed il 1994, Licio Gelli è stato al centro dell’attenzione dei magistrati di Arezzo e Roma per una serie di operazioni finanziarie miliardarie che avrebbe disposto in varie banche. Le indagini sono legate in particolare al fallimento della holding Cgf del gruppo Cerruti. Un ruolo di primo piano nelle vicende è rivestito dall’ex vicepresidente del Csm Ugo Zilletti.   

LEGAMI CON LA CAMORRA

La Dda di Napoli ha indagato sui rapporti tra Gelli ed alcuni esponenti della camorra.

INCHIESTA CHEQUE TO CHEQUE

Licio Gelli venne iscritto nel registro degli indagati, insieme al figlio Maurizio, nell’ambito di un’inchiesta condotta dalla procura di Torre Annunziata (Napoli) in relazione ad un presunto traffico internazionale di armi e valuta. Una trentina le persone arrestate. L’inchiesta venne poi trasferita a Milano.   

CASO BRENNEKE

Le presunte rivelazioni fatte al Tg1 dal sedicente ex agente della Cia Richard Brenneke sui rapporti tra servizi segreti Usa e P2, duramente smentite da Gelli, nell’estate del 1990 provocarono tensioni e polemiche, anche per il coinvolgimento dell’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga.   

FALLIMENTO DI NEPI

Il 10 giugno 1997 la procura di Roma emette 9 ordini di arresto per il fallimento della holding Di Nepi e di numerose società legate al gruppo. Per Licio Gelli scatta l’obbligo di dimora a Arezzo. Il 18 aprile 2005 venne condannato a 2 anni e 3 mesi di reclusione per associazione a delinquere e bancarotta insieme ad altre 9 persone.

Licio Gelli si è confessato, nel 2014, al Fatto Quotidiano cui ha rivelato di far parte dei Servizi da lunghi anni ed espresso la sua stima per Cossiga e Andreotti, chè controllavano lo Stato italiano: “Lei deve sapere che sono entrato nei Servizi di intelligence dello Stato italiano dopo un incontro con Mussolini che voleva conoscermi. Io, il volontario ‘Licio Gommina’ della guerra civile di Spagna, nella quale aveva perso la vita mio fratello. Il Duce mi chiese quale poteva essere la ricompensa che lo Stato italiano poteva dare alla mia famiglia. In quella occasione, gli dissi che senz’altro mi sarebbe interessato conoscere il mondo dei Servizi segreti… Da allora non ne sono più uscito. Il più alto livello di maturità politica in Italia c’è stato con Cossiga e Andreotti che avevano entrambi dei sistemi di controllo politico, uno con ‘Gladio’ e l’altro con ‘Anello’, cosa che Berlusconi non è mai riuscito a ripetere. E si sono visti i risultati di questa sua incapacità…”.

E qui veniamo al punto: Licio Gelli per anni ha controllato i controllori e quando si è ritirato ha avuto il buon senso di mettere da parte tanti documenti, lettere e dossier, una sorta di polizza sulla sua vita: se gli fosse successo qualcosa le carte sarebbero venute fuori come un’esplosione inarrestabile.

Nel libroLicio Gelli. Parola di Venerabile“, Gelli dice chiaramente di avere tanti segreti: “Nella perquisizione di Villa Wanda sfuggirono gli elenchi, quelli veri, e altri 20 pacchi di documenti top secret. Lettere scambiate con i mille iscritti. Un archivio delle trame portato in Uruguay e lì distrutto“.

Nessuna persona di buon senso può credere che Gelli abbia davvero distrutto quell’oro che aveva tra le mani. E allora resta solo da chiedersi: chi ha ereditato quei documenti così preziosi?

Nella Mafia siciliana l’archivio di Riina e Provenzano è finito nelle mani di Matteo Messina Denaro, che ancora oggi è libero e gode di protezioni di altissimo livello.

Nella massoneria italiana chi ha avuto il privilegio di ereditare l’archivio di Licio Gelli?

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