L’Ucraina è una pedina chiave nel controllo del gas. Ecco perché Europa e Russia se la contendono

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Dal memorandum della Cia sul progetto “Siberian pipeline” allo scontro Thatcher-Reagan (dopo che Ron aveva definito ‘little chickens’ i leader europei): il gasdotto russo fu un’operazione commerciale vantaggiosa per tutte le parti coinvolte e non una minaccia per l’equilibrio dei poteri tra est e ovest…

 

Vilnius, 28 novembre 2013. L’Ucraina è stato il tema dominante della discussione che si è protratta fino a notte avanzata tra i 28 capi di governo dell’Unione europea. Nulla è stato deciso. Le divisioni tra i membri dell’Ue erano pari al dilemma dell’Ucraina che deve decidere tra l’adesione all’accordo di libero scambio con l’Europa o l’entrata nell’unione doganale con la Cis, che è ciò che resta dell’Unione sovietica.

L’Ucraina è un paese chiave delle relazioni tra l’Europa e la Russia, dal momento che vi transita la quasi totalità del gas russo utilizzato dagli europei che proviene dalla penisola dello Yamal, nell’ovest della Siberia. Da oltre quarant’anni questo gasdotto è al centro di gran parte delle dispute geopolitiche mondiali.

Nel 1969, con il ruolo determinante di Henry Kissinger, cominciò sotto l’Amministrazione Ford e Nixon l’èra della détente, o come la chiamavano i sovietici, della razryadka. Iniziarono i negoziati per la riduzione delle testate nucleari Salt e Anti ballistic missile Treaty e nel 1972, durante un incontro tra Nixon e Breznev a Mosca, venne evocata la possibilità di approvvigionare gli Stati Uniti con gas russo.

Nacque così il progetto “North Star” che prevedeva la spedizione di gas da Urengoy – lo stesso punto di partenza del gas che ora arriva in Europa – a Petsamo, una regione al confine con la Norvegia che dà accesso al mare di Barents, dove sarebbe stato liquefatto e spedito via nave per fornire energia a New York, Pennsylvania e New England.

Allo stesso tempo, i sovietici avrebbero dovuto consegnare il gas, proveniente dalla Repubblica della Jacuzia nell’estremo est della Siberia, in California e in Giappone. La razryadka non durò a lungo e il progetto non vide mai la luce a causa del deteriorarsi delle relazioni tra gli Stati Uniti e l’Unione sovietica. Ebbero inizio, invece, i rapporti commerciali di forniture gas tra gli stati dell’allora Comunità economica europea e l’Urss. Gli anni che vanno dal 1973 al 1982 segnarono drammatici cambiamenti nelle relazioni tra gli stati, e l’energia assunse un ruolo di primo piano nei rapporti internazionali.

Il 6 ottobre 1973, giorno della festività ebraica dello Yom Kippur, l’esercito egiziano attaccò Israele da sud attraverso la penisola del Sinai insieme con quello siriano che attaccò da nord, dalle alture del Golan. Il governo israeliano chiese aiuto ad alcuni paesi: America e Olanda furono i primi a concederglielo, scatenando la reazione dell’Opec, l’organizzazione dei paesi produttori di petrolio, che culminò con l’embargo petrolifero nei confronti dei paesi sostenitori di Israele. I prezzi del petrolio impazzirono. In poco più di tre mesi passarono da circa 3 dollari al barile a quasi 17.

Cominciò un periodo di austerità e l’allora presidente del Consiglio italiano, Mariano Rumor, prese provvedimenti draconiani: niente televisione dopo le 9 di sera, niente cinema, niente automobili il sabato e la domenica. Nei primi tre mesi del 1979 vi furono la rivoluzione iraniana, con la caduta dello Scià e l’occupazione dell’ambasciata americana, e l’invasione sovietica dell’Afghanistan.

Quest’ultimo episodio sancì definitivamente la fine della détente: Ronald Reagan definì l’Unione sovietica come l’impero del male, paragonando il periodo della distensione alla relazione che il tacchino ha con il suo allevatore sino al giorno del Ringraziamento. I prezzi del petrolio registrarono un’ulteriore impennata fino a toccare i 40 dollari al barile, un aumento di dieci volte in 6 anni.

La Comunità europea cominciò a pensare all’alternativa che aveva per assicurarsi l’energia di cui aveva bisogno a un prezzo ragionevole, senza dover essere condizionata dalle sempre più numerose e repentine crisi internazionali. I sei paesi parte della Comunità economica europea, che nel 1957 avevano un pil di 165 miliardi di dollari rispetto ai 441 miliardi degli Stati Uniti, nel 1980 erano diventati 10, con un pil di 2,8 trilioni di dollari, addirittura maggiore di quello americano.

L’Europa era diventata, dunque, protagonista della scena economica mondiale, ma era in crisi. La disoccupazione era del 10 per cento e per più del 40 per cento diffusa tra i giovani sotto i 25 anni. L’Europa aveva una disperata necessità di risollevarsi e per questo aveva bisogno di energia a basso prezzo.

Nel giugno 1980, il cancelliere Helmut Schmidt andò a Mosca e tornò annunciando l’avvio dei lavori per il gasdotto eurosiberiano, un’immensa opera di 3.000 miglia, che da Urengoy sarebbe arrivato ai confini europei, dopo aver attraversato 450 miglia di steppa, 100 miglia di permafrost, 561 fiumi e torrenti e i gruppi montagnosi degli Urali e dei Carpazi.

Anche i francesi si mossero, e sempre in quei mesi Giscard d’Estaing incontrò Breznev a Varsavia per discutere l’adesione al progetto. Seguì, subito dopo, un incontro tra il presidente dell’allora compagnia di stato francese Gaz de France, Pierre Alby, e la russa Soyuzgas. Il progetto rappresentava la quadratura del cerchio. Gli europei avevano bisogno di approvvigionarsi di energia sicura e poco cara, dovevano trovare mercati di sbocco per la moribonda industria dell’acciaio e garantirsi commesse per le molte industrie manifatturiere che erano sull’orlo del fallimento.

Dal canto loro i russi cercavano un mercato per il loro gas, delle tecnologie occidentali e moneta pregiata per fare fronte alla crisi finanziaria del sistema sovietico. Il gasdotto siberiano era l’eldorado sia per l’Urss che per l’Europa. In pochi mesi ai sovietici furono concesse linee di credito pari a 3 volte i fondi necessari per l’operazione: 5,2 miliardi di dollari dai tedeschi della Deutsche Bank, 3,3 dai francesi del Credit Lyonnais, 2 dagli olandesi della Algemene Bank, uno dai belgi della Société Générale e 3 miliardi dai giapponesi. Ulteriori linee di credito furono poi concesse da inglesi, austriaci e italiani.

Furono inoltre firmati i contratti per l’acciaio necessario ai 3.000 chilometri di tubi e ordinate le 125 turbine da utilizzare nelle 41 stazioni di compressione del gas. Erano coinvolte tutte le società europee, le tedesche Mannesmann e Aeg, l’inglese John Brown, la francese Thomson Csf e l’italiana Nuovo Pignone nonché società americane del calibro di General Electric, Caterpillar Tractor, Dresser Industries e Cooper Industries.

I sovietici furono particolarmente abili nel negoziare le forniture: si facevano fare un’offerta e poi andavano da un concorrente per ottenere uno sconto. Una volta ottenuto, presentavano la seconda offerta a un terzo concorrente. Si stima che con questo sistema l’Urss risparmiò circa il 25 per cento su tutte le forniture.

Un sistema che era già stato utilizzato dall’Unione sovietica nel 1972 con gli Stati Uniti. In quell’anno vi era stata in Urss un’eccezionale penuria di grano e i sovietici decisero di acquistarlo dagli Stati Uniti, ma evitando i grandi consorzi agricoli e contattando direttamente migliaia di piccoli agricoltori, spuntando prezzi ben al di sotto di quelli di mercato.

Gli Stati Uniti si trovarono a un certo punto privi di grano, il poco che si trovava era venduto a prezzi altissimi ed era necessario importarlo, un episodio nella storia noto come la “Great american grain robbery”. In parallelo alla negoziazione delle linee di credito e delle forniture, gli europei e l’Urss cominciarono a negoziare le quantità e i prezzi del gas. Il gasdotto poteva trasportare fino a 40 miliardi di metri cubi di gas. Dieci di questi sarebbero andati alla Germania dell’ovest, 8 alla Francia e all’Italia, 5 al Belgio, 4 all’Austria, 4 ai Paesi Bassi e 1 alla Svizzera.

La negoziazione sul prezzo fu invece molto più complicata. A differenza del petrolio, il gas non aveva un riferimento internazionale. I negoziatori si accordarono su una formula: un prezzo base agganciato a quello del petrolio. Mentre sovietici ed europei brindavano, dall’altra parte dell’Atlantico la nuova Amministrazione di Ronald Reagan non vedeva la situazione nello stesso modo, come dimostrano i documenti della Cia e i verbali delle riunioni alla Casa Bianca.

L’8 luglio 1981 la Cia inviò a Washington un memorandum segreto sul progetto “Siberian pipeline”, nel quale suggeriva che gli Stati Uniti dovevano cercare di dissuadere gli europei dall’andare avanti con la costruzione del gasdotto o rallentarne la realizzazione fino a che uno studio sulla sicurezza energetica mondiale, alla luce dei cambiamenti economici e geopolitici, non fosse stato completato. Una chiara tattica dilatoria. Il memorandum sottolineava come il progetto potesse accrescere la forza militare sovietica grazie alle tecnologie “dual use” fornite dall’occidente. Senza il gasdotto, chiosava la Cia, l’Urss sarebbe entrata in una crisi economica cronica.

La Cia era certa che i sovietici non potevano costruire il gasdotto senza l’aiuto occidentale, e che se ci avessero provato e ci fossero riusciti, avrebbero impiegato in quel progetto risorse finanziarie, umane e tecnologiche distogliendole dal settore militare. Il 9 luglio del 1981, alle 3 e 30, fu organizzata una riunione del National security council per discutere del documento.

Erano presenti tutti: il presidente Ronald Reagan, il vicepresidente, il segretario di stato Haig, il segreterario alla Difesa Weinberger con il suo vice Carlucci, il segretario al Tesoro, Regan, il direttore della Cia Casey, l’ambasciatore presso le Nazioni Unite Kirkpatrick, il National security advisor Allen e il segretario al commercio Baldrige. L’obiettivo era adottare una decisione da sottoporre al vertice del G7 in programma a Ottawa per il 19-21 luglio.

La discussione fu drammatica e i punti di vista completamente opposti. Il capo del Pentagono, Caspar Weinberger, sostenuto dalla Cia, chiedeva mano libera per “uccidere il progetto” e accusava il segretario di stato Haig di essere troppo accondiscendente. Haig prese la parola. “Abbiamo provato a bloccare il progetto. Non ci siamo riusciti. Il presidente tedesco Schmidt si è speso personalmente. Torcergli il braccio in modo pubblico sarebbe controproducente. Con noi o senza di noi i tedeschi andranno avanti. Dobbiamo adottare un approccio più intelligente, e convincere gli europei a diminuire la loro vulnerabilità energetica”.

Haig era un uomo pragmatico e sottolineò l’esigenza di offrire agli alleati un pacchetto di misure: petrolio dall’Alaska, finanziamenti federali, export di carbone verso l’Europa a un prezzo politico. E ciò doveva essere fatto anche se gli europei avessero deciso di andare avanti con il gasdotto.

Mise in guardia il presidente sul fatto che a Ottawa si sarebbe trovato di fronte a paesi colpiti dalla crisi economica che veniva imputata anche alla politica monetaria degli Stati Uniti. Quasi supplicò il presidente di non adottare un atteggiamento troppo rigido nei confronti dell’Europa per non ripetere la disastrosa esperienza dell’Amministrazione Carter che boicottò, senza successo, la vendita da parte della Germania di tecnologie nucleari al Brasile.

Weinberger fu sprezzante: “La leadership non si esercita valutando le opinioni dei nostri alleati per concludere che non c’è niente da fare. Leadership è decidere cosa è necessario fare e farlo. Abbiamo un potere di persuasione. “Esercitiamolo”. Si suggeriva, quindi, di minacciare ritorsioni nei confronti di società europee che avevano contratti con il dipartimento della Difesa americana e nel contempo si erano dichiarate disponibili a lavorare con i sovietici.

Era il caso della inglese Rolls Royce, per esempio, che era in gara per fornire i motori ai caccia a decollo verticale Harrier e che aveva firmato il contratto per la fornitura delle turbine per la compressione del gas, un elemento fondamentale del progetto. Il segretario al commercio Baldrige intervenne immediatamente dopo: “L’essenza della leadership è adottare la linea più dura possibile. Ma diventiamo più deboli se falliamo. Ho ricevuto stamattina la notizia che i giapponesi sono pronti a vendere 500 pipelayer ai russi. La nostra Caterpillar è stata informata che se non firma entro il 30 giugno, perde il contratto. Se non lo facciamo noi, lo faranno altri”.

L’ambasciatore Broke fece un’analisi politica: “In Europa la situazione economica è disperata e questo è l’effetto degli alti tassi di interessi americani che hanno provocato la rivalutazione del dollaro. Dal momento che il trading petrolifero si effettua in dollari, questo ha causato un terzo choc petrolifero”, schierandosi con Haig. Secondo lui gli Stati Uniti dovevano offrire alternative credibili e aiuti all’Europa. Dovevamo mettere da parte il bastone e usare la carota.

Allen, invece, si schierò con Weinberger con decisione: “Qui stiamo parlando della nostra sicurezza nazionale”, Kirkpatrick aggiunse che non si poteva permettere agli europei di vendere ai russi la corda che sarebbe stata usata per impiccare gli americani. Il sottosegretario Regan intervenne con uno statement che lasciò tutti di stucco: “Vogliamo che i sovietici continuino a produrre gas e petrolio. Noi non potremmo approvvigionare l’Europa.

Probabilmente dovremo affrontare una carenza di gas a metà degli anni Ottanta. Ora l’Europa occidentale è ostaggio dell’Algeria. Le sue economie sono indebolite per le questioni energetiche. Dobbiamo far sì che il gas continui a scorrere”. E infine Haig, prima di lasciare la riunione: “Non possiamo essere visti come coloro che intervengono nel loro destino. E’ il loro progetto. Sono i loro soldi”.

Weinberger insistette sul concetto di leadership e primazia americana. Non ci fu nessuna conclusione. Non vi era nessun punto in comune tra i partecipanti alla riunione. Il presidente non decise, aveva un quadro troppo confuso. Raccomandò solo di tenere la discussione segreta. C’erano state delle fughe di notizie nei giorni precedenti e i russi erano al corrente di quanto l’Amministrazione americana stava pensando.

Nei giorni successivi all’incontro, la Cia raccolse informazioni sulla reazione da parte degli alleati alle pressioni per abbandonare il progetto. Il quadro non era confortante e corrispondeva all’analisi fatta da Haig. Gli europei non ritenevano credibili le alternative suggerite dagli Stati Uniti, soprattutto quelle relative all’assistenza alla costruzione di centrali nucleari oppure all’aiuto nel cercare fonti alternative di energia in Algeria, mare del Nord o in Nigeria.

Malgrado l’intensa attività di intelligence, le complesse analisi politico-economiche e le molteplici riunioni, la situazione a Washington fu di completo stallo per tutto l’autunno. In novembre risultò chiaro che la Gran Bretagna non aveva nessuna intenzione di allinearsi alle posizioni americane.

Una decisione, Reagan, però, la adottò: con un decreto autorizzò la società americana Caterpillar a vendere ai sovietici macchinari per la posa dei tubi. Un atto che rese ancora più difficile far accettare agli europei la rinuncia al progetto, visto anche che proprio negli stessi mesi l’Amministrazione americana aveva tolto l’embargo alla vendita di grano all’Unione sovietica in vigore dall’invasione dell’Afghanistan del 1979.

Il 2 dicembre 1981 il Pentagono inviò al presidente un memorandum dove ribadiva il suo disaccordo con il dipartimento di stato e chiedeva di far valere la leadership americana a tutti i costi. Haig, però, cominciava ad avere dalla sua parte il National security council e la Cia ammise che sarebbe stato impossibile fermare il progetto. Il pragmatismo del segretario di stato, il desiderio di evitare una guerra con alleati stava prevalendo. Weinberger era sempre più isolato.

Dieci giorni dopo la situazione si capovolse. Il regime del generale Jaruzelski aveva appena dichiarato la legge marziale in Polonia e sospeso i diritti civili, mettendo fuori legge il Solidarnosc guidato da Lech Walesa. Gli Stati Uniti non avevano dubbi: Jaruzelski era un uomo di Mosca e ne aveva eseguito gli ordini. La partita tra Haig e Weinberger si riaprì immediatamente e i due si affrontarono nel corso di una riunione del National security council del 22 dicembre.

La chiesa dell’arcivescovo di Gniezno e Varsavia, Józef Glemp, era sotto pressione del governo perché non lanciasse messaggi troppo duri. Walesa era vivo, ma non voleva negoziare con “l’agente sovietico Jaruzelsky”. Secondo la Cia, nessuno avrebbe osato uccidere Walesa, protégé del cardinale Wyszynski.

Fu letto un dispaccio dei servizi svedesi secondo i quali i sovietici e i cecoslovacchi sarebbero stati pronti a entrare in Polonia il 26 dicembre. Ma non vi era alcuna conferma. Haig riferì anche di una telefonata ricevuta in mattinata sull’atteggiamento dell’Italia: erano vigorosi e decisi, sostenne, aggiungendo: “Colombo (Emilio) is good!”. Nel corso della riunione vennero presentati due documenti sulle possibili ritorsioni contro la Polonia e contro l’Unione sovietica.

Il secondo era incentrato sulla questione del gasdotto. Il presidente definì i leader europei “little chickens” aggiungendo: “Dovremmo far sapere ai nostri alleati che anche loro pagheranno un prezzo se non si allineano. Abbiamo la memoria lunga”. Reagan aveva scelto. La vigilia di Natale annunciò le sanzioni contro la Polonia seguite da quelle contro l’Unione sovietica. Ordinò a tutte le società americane di abbandonare ogni iniziativa legata al gasdotto siberiano.

La Commissione europea emanò dei “blocking statutes” che minacciavano sanzioni alle società europee che avessero seguito l’ingiunzione americana. In una nota agli Stati Uniti, la Commissione europea fece valere l’illegittimità delle misure in quanto extraterritoriali e quindi contrarie al diritto internazionale e, dal punto di vista politico, sottolineava come l’Unione sovietica e i paesi dell’est condividessero lo stesso continente e che malgrado una certa differenza nelle ideologie e nei sistemi economici vi fossero legami storici che non potevano essere ignorati. Per una volta, la dichiarazione non lasciava grandi margini di interpretazione. Si aprì una battaglia politica tra alleati senza precedenti nella storia.

L’incontro tra il primo ministro inglese Margaret Thatcher e il presidente Reagan ebbe luogo il 1° luglio del 1982 a Washington. Il mese prima Reagan e Papa Giovanni Paolo II si incontrarono a Roma nella biblioteca vaticana. Nessuno sa cosa si siano detti ma Richard Allen, il primo National security advisor di Reagan, disse che si era creata la “più grande alleanza segreta di tutti i tempi”.

Qualche giorno dopo, nel corso dell’incontro di Washington nella stanza ovale, Margaret Thatcher ordinò a tutti i presenti di mettere via le penne, un modo per dire di non prendere appunti. Ed esclamò: “Ron, quanto hai fatto è totalmente inaccettabile tra amici. Io penso alle mie società. Tu alle tue”. Haig si dimise, al suo posto fu nominato Shultz. In quei giorni Reagan emise la direttiva segreta NSDD32 con la quale autorizzava misure diplomatiche, politiche e di qualsiasi altra natura per isolare l’Unione sovietica.

Nell’estate del 1982 una tremenda esplosione della forza di tre chilotoni colpì il gasdotto. La forza d’urto fu tale che le stazioni di rilevamento americane in Alaska pensarono si fosse trattato di un test nucleare sovietico. L’esplosione fu visibile anche dallo spazio. Il gasdotto fu, però, riparato in breve tempo e gli europei continuarono a ignorare le sanzioni dei loro alleati americani.

Il falco Caspar Weinberger cominciò a cambiare posizione. Incontrò a Londra l’8 settembre 1983 Margaret Thatcher per più di due ore. Ammise l’importanza per le imprese europee di onorare i contratti con i russi e il ruolo chiave giocato dal gasdotto per la sicurezza degli approvvigionamenti europei e la rinascita economica dell’Europa. Il nuovo segretario di stato Shultz negoziò con gli alleati europei un nuovo pacchetto di misure. Le sanzioni americane furono rimosse nella notte tra il 13 e il 14 novembre 1982.

La Guerra fredda energetica tra alleati terminò e nel gennaio del 1984 il gasdotto fu inaugurato. Il flusso energetico per decenni è rimasto indifferente all’alternarsi dei rapporti tra l’occidente e i paesi del Patto di Varsavia e i proventi della vendita del gas non impedirono la disgregazione dell’Unione sovietica. Il gasdotto russo non fu altro che un’operazione commerciale, profittevole per tutte le parti coinvolte, e non una minaccia per l’equilibrio dei poteri tra est e ovest.

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