Italiani all’estero: chi sono, cosa fanno, perché partono. Nuovi emigranti in fuga dal berlusconismo

La crisi economica in Italia è sempre più forte ed emigrare all’Estero sembra la soluzione migliore per tagliare la testa al toro e cambiare vita. O almeno tentare di farlo. Perché lavorare in Italia è oramai una chimera e senza uno straccio di occupazione si rischia una pericolosa deriva. E nelle anagrafi consolari gli italiani residenti in uno Stato straniero, nel 2012, risultano essere 4.662.213, il 52% dei quali nei primi 4 Paesi (Argentina, Germania, Svizzera e Brasile). Quasi il 10% della popolazione italiana è fuggita in cerca di speranza: un numero che racconta il dramma di un Paese sull’orlo di una crisi di nervi. E all’ondata emigratoria post bellum si è via via aggiunta quella degli ultimi 20 anni, dove cervelli e coglioni scappano insieme dalla malattia del berlusconismo: superficialità, corruzione, criminalità, manicheismo e servilismo gli ingredienti di cui il Male italiano si nutre. E allora andiamo a conoscerli questi nuovi emigranti: chi sono, cosa fanno, perché partono e per quale destinazione. Quali sono i loro sogni e progetti. Le paure. Le mancanze. E la voglia di dimostrare che in Italia qualcuno si sbagliava, sul loro conto.

 

Erano gli anni 60-70 quando l’italiano che non trovava lavoro in patria era costretto a partire con la valigia di cartone. Prima ancora in tempi di guerra di prendeva la nave e si stava mesi in mare per arrivare in  America. Sud o Nord non importava: necessario era uscire dalla fame che l’Italia li costringeva a sopportare.

E così si raggiungeva l’Argentina. La terra dei sogni dove l’italiano poteva lavorare. Non importa se come insegnante di madre lingua oppure come meccanico. Il denaro ogni mese arrivava e ci si poteva permettere di “mandare i soldi a casa” alla propria mamma che restava in Sicilia o in Campania. E successivamente se tutto andava bene si tornava al Belpaese con il denaro, si sposava la fidanzatina dei 13 anni che intanto aveva aspettato, e se la portava con se a Buenos Aires o La Plata.

Nel frattempo però si mantenevano saldi i rapporti con la propria patria e con essi anche la doppia cittadinanza. I dati del 2012 lo dimostrano: resta l’Argentina con i suoi 801.425 la nazione che ospita più italiani residenti all’estero. Anche quelli che non tornano in Italia da 40 anni e che sperano in un ritorno in video della trasmissione “Carramba che sorpresa” per venire nel loro Paese d’origine ad abbracciare i parenti.

Al secondo posto la Germania. Dove l’italiano andava più che altro per trovare posto nelle fabbriche tedesche che davano più occupazione anche di quelle torinesi: ad oggi nel 2012 sono infatti 688.685 gli italiani che risiedono lì. Medaglia di bronzo alla Svizzera con 569.120 italiani. Anche qui come nel Paese europeo vicino sono le fabbriche i posti di lavoro più gettonati. Tra queste quella degli orologi swatch che in piena crisi economica (il 2012) era pronta a creare 500 nuovi posti di lavoro. Qui la comunità italiana è molto radicata soprattutto nel Canton Ticino dove si parla anche la nostra lingua. Con la differenza che le politiche del lavoro sono molto diverse e c’è possibilità quasi per tutti coloro che vivono lì di lavorare e portare a casa il pane. In Svizzera la disoccupazione giovanile è la più bassa in Europa e si attesta sul 3,2%.

Al quarto posto il Brasile con 387.743 italiani, seguito dalla Francia con 365.122 e dal Belgio con 262.564. Solo settimi gli Usa con 220.135 seguiti a ruota dal Regno Unito con 217.666 e l’Australia con 137.205.

Decimo il Venezuela paese verso il quale l’immigrazione storica era molto diretta ma dal quale molti italiani sono anche già tornati indietro durante la dittatura di Hugo Chavez. Ora tra Caracas e le altre città i nostri compaesani presenti sono solo 136.984. In Spagna, paese in cui la disoccupazione avanza, sono rimasti ora 135.208 italiani, in Canada 131.556 e in Uruguay 106.091. In Cile resistono 60.191 italiani mentre nei Paesi Bassi 36.526.

Certo è che l’immigrazione di italiani all’estero, come andremo a vedere con le successive testimonianze, ha coinvolto anche altri paesi come l’Irlanda ma i numeri sono davvero molto esigui per essere registrati in quelli rilevanti per il Consolato. Anche se lì forse è più facile trovare lavoro rispetto a Paesi come l’Argentina, il Brasile e il Venezuela che rimangono pieni di italiani anche perché chi si è trasferito lì magari non ha più nemmeno il denaro necessario per ritornare indietro e fare buona vecchiaia nei paesi natii.

I NUOVI EMIGRANTI – Sono i dati Istat a parlare. Nel 2011 sono oltre 50 mila i connazionali che hanno spostato la propria residenza all’estero. Dati ripresi anche dal giornale Linkiesta.it.

Hanno superato di gran lunga i 31mila italiani che invece hanno scelto di tornare a vivere in patria. Le destinazioni principali sono Europa Occidentale, Stati Uniti e Brasile. Solo nell’ultimo anno infatti ci sono stati 4mila emigranti in più in Germania, 3 mila in Svizzera e 2mila nel Regno Unito.

A scegliere di emigrare fuori dal nostro Paese sono soprattutto i cittadini del Nord (25887). I più mobili restano i lombardi (9717), seguiti da laziali( 4843) , veneti (4569)  e siciliani (4566). In queste regioni si concentra circa la metà (il 47%) delle uscite dai confini nazionali. I meno mobili e attaccati al territorio sono i valdostani. Anche perché in “patria” trovano più lavoro di coloro che vivono nelle altre regioni.

Chi si è spostato di più? Di certo gli uomini che hanno una percentuale del 57,4% e gli italiani con un titolo di studio pari alla licenzia media  con il 48%.

Nel 2011 sono anche aumentati i laureati che scelgono di uscire fuori dall’Italia. Sono passati dal 22,8% del 2010 al 25,9% dell’anno successivo. I diplomati che lasciano il Paese sono invece il 26%.

Questa è invece la classifica dei paesi raggiunti dall’emigrazione in base alla sola componente laureati: in testa il Regno Unito con 11,9% al secondo posto la Svizzera con l’11,8% al terzo la Germania con l’11% e al quarto la Francia con il 9,5%.

ADIOS, ITALIA – Chi ha lasciato l’Italia? Anche le persone storicamente vissute sempre nel Belpaese. Anche i figli e i nipoti di quelle persone che avevano resistito al richiamo dei Paesi come Argentina Venezuela e Canada.

Questi sono i principali motivi per cui si parte e si va in cerca dell’America: nelle regioni meridionali soprattutto si va via perché dal 2008 (anno in cui è partita la crisi economica) perché non si trova nessun lavoro. Nonostante in molti, prima di lasciare la loro patria, tentano prima la carta “Nord Italia”. Come abbiamo visto se ne vanno anche i laureati,  che in Italia non trovano nulla che li possa soddisfare economicamente e lavorativamente. C’è anche però chi, non avendo studiato all’Università, decide lo stesso di uscire fuori dall’Italia perché non vuole accontentarsi del lavoro dequalificante che troverebbero a casa propria. Quello in cui non ci sono diritti che vengono rispettati. E preferiscono magari fare la stessa cosa all’estero (lavorare in fabbrica, nei ristoranti e negli alberghi) ma in un contesto nuovo e cogliendo l’occasione di imparare una nuova lingua e conoscendo persone diverse.

Le mete preferite sono i paesi economicamente emergenti: Australia ma anche il Brasile dove esistono comunque comunità italiane di riferimento. Nel Nord America spiccano gli Stati Uniti e il Canada dove il livello di disoccupazione (al 7%) è uno dei più bassi al mondo. Le persone più attrezzate culturalmente hanno scelto anche la Cina e il Giappone. Non si disdegnano anche la Germania, l’Inghilterra e anche Belgio, Olanda e Svezia (che restano i Paesi meno toccati dalla crisi economica).

EMIGRAZIONE IERI E OGGI: 2 STORIE A CONFRONTO – Per capire come è cambiata l’emigrazione dagli anni sessanta (quella della valigia di cartone) e quella di oggi abbiamo raccolto due testimonianze. Quella di una coppia andata a vivere in Canada negli anni sessanta quando in Campania non si trovava lavoro e si viveva se non di stenti quasi. E quella di un giovane molisano, Manuel di Luzio, che da poco più di dodici mesi ha lasciato la sua terra per raggiungere l’Irlanda.

Giuseppe C. ed Elisa P. sono partiti dall’hinterland beneventano nell’ormai lontano 1960. Lui, meccanico di belle speranze, aveva già un fratello a Vancouver. Al contrario suo, che lavorava nel paesino alla giornata, aveva uno stipendio fisso lavorando come operaio al pastificio Di Martino. Guadagnava bene nonostante il suo basso livello di studi ( la quinta elementare). Suo fratello però la terza media l’aveva fatta e aveva un mucchio di ambizioni. Prima di tutto sposare la sua Elisa che in Italia si dilettava a cucire vestiti ma anche lei alla giornata e quando le donne di paese glielo chiedevano.

Mio fratello Matteo ci scriveva sempre – ha dichiarato Giuseppe – ci diceva di quanto stava bene in Canada e del lavoro da operaio che aveva ottenuto. Cinque giorni di lavoro e due di riposo già allora. A me la cosa è piaciuta subito e non appena ho compiuto 18 anni sono partito. Non conoscevo la lingua e a Vancouver era anche più difficile. Non mi sono però perso d’animo. In casa vivevo con mio fratello quindi non abbiamo mai perso la possibilità di parlare in italiano e di mangiare lo spaghetto col pomodoro che ci piaceva tanto. Al pastificio poi c’era anche il rifornimento operai e noi italiani eravamo privilegiati nelle assunzioni. La mia meta finale era però Montreal dove viveva mio cugino e le tradizioni italiane venivano rispettate di più. C’era la comunità italiana nella quale sembrava di non aver mai abbandonato Benevento. Riunioni settimanali e mensili. E in più pranzi e cene tutte rigorosamente made in Italy. Non posso nascondere che l’Italia mi mancava. Dopo due anni di sacrifici (nessuna uscita serale e mettendo da parte il denaro) sono riuscito a sbarcare a Montreal. E dopo aver lavorato ancora un anno in un supermercato sono riuscito nell’impresa che volevo raggiungere: aprire un’officina in Canada. Nel 1964 avevo preso in affitto un locale e lavoravo bene. I dollari arrivavano e a 22 anni avevo raggiunto una certa posizione economica. E’ stato allora che sono tornato indietro a prendere la mia Elisa che mi ha aspettato tranquilla al paesello. Dopo i preparativi ci siamo sposati al paese e l’ho portata a vivere con me in Canada. I primi momenti non sono stati facili. Io ormai ero inserito e lei no. Ma con la forza d’animo abbiamo superato tutto e soprattutto con il denaro che arrivava sempre di più”.

E’ Elisa che ci racconta come si è formata la sua famiglia a Montreal e le tradizioni che seguivano.

Una volta arrivata a Montreal– ha dichiarato – non sapevo nemmeno dire good morning nella loro lingua. Non nascondo che la cosa mi spaventava. Non riuscivo a fare la spesa perché non capivo le parole. Ho dovuto seguire corsi di inglese e francese speciali per gli immigrati per ottenere la cittadinanza. Dopo un anno parlavo discretamente ed ho avviato le pratiche per la cittadinanza. Ci voleva però un lavoro. Dove avrei potuto visto che conoscevo poco la lingua? Nell’industria del tessile dove avevo le capacità di base. Ho lavorato quindi fino al 2000 in una piccola fabbrica dove si producevano pantaloni e magliette. Se facevo bene mi davano anche il materiale per fare il cosiddetto “pacco” da inviare ai miei nipoti in Italia. Io e mio marito soltanto dopo aver dimostrato di lavorare siamo diventati cittadini canadesi. Non rinunciando però alla doppia cittadinanza. Ho avuto due figli e con loro ho sempre parlato anche l’italiano. La nostra famiglia è trilingua. Si parla italiano, inglese e francese.  Con Peppino ho sempre parlato in italiano ma con i nostri bambini si dialogava in tutte le lingue. Non volevo che si sentissero diversi dagli autoctoni ma allo stesso tempo insegnavo a parlare anche l’italiano con la speranza un giorno di tornare indietro. Ora abbiamo l’età della pensione e torniamo in Italia sporadicamente. In Canada oltre ai figli nativi di Montreal abbiamo anche quattro nipotini. La nostra famiglia è ormai quella e la vicinanza dei cognati e degli altri componenti trasferitisi lì ormai sentiamo meno la mancanza dell’Italia. Anche se siamo orgogliosi di sentirci chiamare italiani”.

Cosa hanno in comune Giuseppe ed Elisa con Manuel? L’amore per l’Italia insieme alla voglia di trovare maggior fortuna altrove. Manuel, nostro blogger fino alla scorso anno però ha studiato. E non vuole tornare, per il momento, in Italia per non finire nel mercato del lavoro sottopagato.

“Ho deciso di lasciare l’Italia subito dopo la prima sentenza Dell’Utri nel 2012 – ci ha raccontato – ero stanco di leggere i giornali che parlavano di tutto tranne delle gravi ingiustizie sociali che sono all’ordine del giorno. Dopo un mese  ho trovato lavoro per Amazon una multinazionale americana. Le politiche dell’integrazione in Irlanda sono molto specifiche. Ti danno lavoro dopo aver dimostrato di avere una residenza fissa con una bolletta dell’elettricità intestata a proprio nome o tramite agenzia interinale. Successivamente si riceve il numero di sicurezza sociale PPS number con la quale si può accedere a tutto il social welfare. Gli stranieri sono beneaccetti perché portano benessere ed esperienza che rispendono nell’economia locale. A tutti piace una birra al pub! Mi manca molto l’Italia per i suoi sapori, per l’allegria e la cultura che in Irlanda non sono a livello, ma sono più sereno in Irlanda, dove la meritocrazia esiste ed il lavoro è tassato in modo equo. Tornare in Italia? Sono stato tentato più volte, ma ogni volta che mi affacciavo alla vetrina delle offerte di lavoro vedevo solo stipendi sottopagati, inoltre la situazione politica è sempre peggiore. Mi informo sul nostro Paese leggendo Ansa, Adnkronos, Il Fatto Quotidiano e La Repubblica, ogni giorno. Vedo tutto con grande amarezza e quando spiego ai miei colleghi irlandesi la situazione politica e quello che succede rimangono con gli occhi aperti, non possono credere a quello che ascoltano, credono che io li prenda in giro. In Irlanda c’e’ una forte comunità italiana e tutti vogliamo tornare in Italia, ma non ci manca la disoccupazione e il precariato…qui dopo 6 mesi hai un contratto a tempo indeterminato, in Italia potresti non averlo per tutta la vita. Per ragioni economiche non possiamo fare ritorno. La mia esperienza è molto positiva. Ho acquisito competenza lavorativa internazionale e affinato le mie lingue straniere. L’Irlanda mi ha accolto a braccia aperte e qui sono di casa ormai. Ma non posso fare a meno di pensare alla mia patria, alla mia Italia, che non posso e nono potrò mai dimenticare, informandomi ogni giorno per pianificare un ritorno che tutti quelli che lo hanno già attuato mi sconsigliano vivamente”.

Dopo cinquanta anni sembra tornato ad essere tutto com’era. L’italiano non può vivere in patria e va all’estero a cercare fortuna. Niente a che vedere con la canzone di Toto Cutugno in cui si diceva che “l’America sta qua”. Molto più vicina è la visione dannunziana in cui si dice ”settembre andiamo è tempo di migrare”. E se l’Italia continuerà ad essere quella che è oggi non si esclude che il fenomeno emigrazione sarà sempre maggiore rispetto all’immigrazione. 

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